È finalmente uscito in Italia il romanzo d’esordio della scrittrice inglese Abigail Johnson, diventato un best seller nel Regno Unito. Il collezionista delle cose perdute, pubblicato da Piemme con la traduzione curata da Chiara Brovelli, racconta di un’amicizia inaspettata tra un adolescente e un anziano, talmente profonda da poter cambiare completamente il risvolto delle loro vite.

Trama
Birmingham, 1999. Alfred è un signore anziano che vive da solo nella sua casa piena di oggetti. Da quando è morta l’adorata moglie Ida, il suo rapporto con la figlia Maggie si è inclinato, non parla più con nessuno, tanto da indurlo a incollare pezzi di giornali sulle finestre e ha iniziato ad accumulare compulsivamente qualsiasi tipo di cianfrusaglia, catalogandola minuziosamente. Un giorno un mattone viene lanciato contro la finestra del suo soggiorno che gli provoca un malore e il ricovero in ospedale. A colpire l’abitazione è stato Kian, un ragazzo diciasettenne problematico che convive con una rabbia in corpo causata da molteplici traumi che ha subito.
Per via di quanto successo, i servizi sociali si interessano a entrambi e intervengono per cercare di aiutarli: da un lato Sandra vuole accertarsi che Alfred possa vivere da solo e che non abbia bisogno di essere messo in una casa di cura; dall’altro lato Chris, il supervisore di Kian, gli propone come ultima chance di fare dei lavori socialmente utili, pena la reclusione in carcere. La soluzione è un programma di giustizia riparativa nel quale Kian dovrà aiutare Alfred a ripulire la casa e a svuotarla, per renderla abitabile.
Alfred non è disposto a liberarsi di ogni singolo tesoro che possiede, mentre Kian si trova in estrema difficoltà a cercare di fare qualcosa in maniera costante. I due hanno solo dieci settimane per sistemare la casa sennò entrambe le loro vite verranno stravolte. Dopo un primo momento di scontro, di discussioni accese e compromessi faticosi, i due iniziano lentamente ad aprirsi e a comprendersi, scoprendo che non solo hanno molti lati in comune ma che desiderano soltanto aggiustare il disordine emotivo che provano.
La gente non capiva che collezionare cose era il suo modo di restare legato al mondo. Ogni oggetto aveva una storia e, quando lo scovava e lo faceva suo, gli sembrava di diventare parte di quel passato, di quel racconto.
Un’amicizia inaspettata e sincera che li porterà ad aiutarsi a vicenda e a provare a perdonarsi.
Recensione
Come possono due persone che hanno sessant’anni d’età di differenza a salvarsi a vicenda? Una domanda a cui l’autrice Abigail Johson cerca di rispondere introducendo il lettore alla scoperta dell’amicizia tra Alfred e Kian, due persone all’apparenza diverse che in realtà si scoprono più simili che mai.
Alfred è un veterano di guerra e un ex professore di matematica che ha sempre avuto l’hobby di collezionare qualsiasi tipo di oggetto. Non cerca pezzi rari, ma oggetti comuni, come vecchi biglietti del cinema o un orologio rotto, perché ognuno di essi ha un valore emotivo molto forte, che lo tiene ancora ancorato al ricordo della moglie Ida, che lui ha amato tanto. Da semplice collezionista, Alfred diventa un accumulatore seriale, tanto da rendere la sua casa caotica, fatiscente e impraticabile. Per lui, buttare via qualcosa equivale a perdere definitivamente un ricordo di Ida ed è per questo motivo che decide di isolarsi, chiudendo qualsiasi rapporto emotivo, persino con la figlia. Alfred ha smesso così di guardare avanti, schiacciato dal peso del passato e dai suoi ricordi felici.
Kian ha diciassette anni e convive con un conflitto interiore che lo ha portato a chiudersi in se stesso e a ribellarsi alle regole. La sua rabbia è in realtà uno scudo protettivo che usa per evitare di affrontare il dolore e la sua vulnerabilità: di fatti Kian è stato abbandonato dalla madre, ha vissuto in svariate case famiglia e ha smesso di andare a scuola. Vorrebbe ottenere la tutela legale del fratellino Dan a cui è strettamente legato, ma il suo comportamento spavaldo lo porta a infilarsi in situazioni più grandi di lui e di risultare inaffidabile agli occhi del giudice. Il suo gesto di gettare un mattone sulla finestra di Alfred è dato da una notte di bevute che lo portato a rischiare non solo il carcere ma anche di non rivedere più suo fratello.
Costretti dai servizi sociali a collaborare, l’inizio del loro rapporto è burrascoso e litigioso in quanto Alfred non si mostra per niente disponibile, mentre Kian non vuole impegnare le sue giornate in una casa sporca. Man mano che il tempo passa, i due si aprono e raccontano il loro passato costatando che, nonostante l’importante differenza d’età, hanno molte cose in comune. Sebbene sia Alfred colui che ha più bisogno di un aiuto fisico per mettere in ordine la casa, finisce per diventare la guida emotiva di Kian, insegnandogli che il dolore che si prova non va cancellato, ma accettato e integrato alla propria storia, senza averne paura. Dal canto suo Kian sviluppa per Alfred un rispetto profondo e trova in lui un mentore che lo ascolta senza giudicare e che vuole realmente aiutarlo. Inoltre comprende che la confusione in casa sua non è nient’altro che un disordine emotivo che porta dentro, che Kian cerca di aggiustare spalleggiandolo a compiere azioni che gli permettono di perdonare se stesso per gli errori del passato.
Alfred e Kian simboleggiano due parti di un cuore pulsante: se Kian rappresenta la difficoltà degli adolescenti nel gestire traumi improvvisi e la ricerca di un’identità che non sia definita solo dai propri errori, Alfred incarna il tema della memoria e la difficoltà di lasciare andare chi abbiamo amato per poter tornare a vivere nel presente.
Il risultato finale è un romanzo emozionante che tratta tematiche delicate con estrema dolcezza, come il lutto e l’abbandono da parte di un genitore. I personaggi sono ben caratterizzati e presentano una giusta evoluzione all’interno della storia. Il motore del racconto è sicuramente il rapporto tra Kian e Alfred e l’autrice è riuscita a rendere credibile l’amicizia tra un adolescente ribelle e un anziano accumulatore, senza cadere in facili sentimentalismi. La scrittura è semplice, scorrevole che presenta delle parti profonde e toccanti. L’unica pecca del romanzo è la parte finale, nella quale la storia subisce un’accelerazione e le situazioni ingarbugliate si risolvono in un battito di ciglia. Inoltre il finale, seppur molto carino, non è alquanto veritiero in quanto i personaggi ottengono ciò che vogliono in maniera troppo facile, quasi come se fosse un contentino dell’autrice per i lettori che hanno empatizzato con i protagonisti fin dalla prima pagina.
Per il resto, Il collezionista delle cose perdute è un buon romanzo che ci ricorda di dare valore non sono agli oggetti che ci circondano, ma soprattutto alle persone che ci vogliono bene.
Il libro lo potete trovare qui
Autrice
La scrittrice Abigail Johson vive a Birmingham, in Inghilterra. Il collezionista delle cose perdute è il suo romanzo d’esordio, vincitore del premio Curtis Brown Creative Writing e pubblicato in Italia dalla casa editrice Piemme.


