Con l’etichetta Marvel Spotlight, i Marvel Studios sembrano voler esplorare i vicoli ciechi e i retroscena meno scintillanti del loro universo. Se Echo ci ha riportato nelle strade violente di New York, questa nuova serie dedicata a Simon Williams (Wonder Man) ci trascina nel fango dorato di Hollywood, mescolando il dramma psicologico alla satira dello show business.
Genesi e Sviluppo: Un meta-progetto ambizioso
Lo sviluppo di Wonder Man è stato uno dei più peculiari della Fase 5. Affidata a Destin Daniel Cretton (regista di Shang-Chi) e allo showrunner Andrew Guest (Brooklyn Nine-Nine, Community), la serie è nata con l’intento dichiarato di essere una “lettera d’amore e d’odio” a Hollywood. Il tono scanzonato ma riflessivo riflette questo dualismo, utilizzando il linguaggio della dramedy per decostruire il mito del supereroe, trasformandolo da icona morale a prodotto commerciale da piazzare in un palinsesto.
Simon Williams: Tra la pagina e lo schermo

Il Simon Williams televisivo si distacca significativamente dalla sua controparte cartacea, pur mantenendone l’essenza malinconica.
- Nei Fumetti: Simon nasce come un villain, un imprenditore fallito che accetta i poteri ionici dal Barone Zemo per infiltrarsi negli Avengers. Muore, risorge e diventa il “modello cerebrale” per Visione, vivendo un eterno conflitto tra il suo amore per Scarlet Witch e la sua carriera d’attore.
- Nella Serie: Il background industriale è solo un’ombra. Simon è un uomo che cerca di fuggire dal proprio nome. I suoi poteri non sono un dono tecnologico, ma una manifestazione instabile legata allo stress e al trauma. La serie sceglie di non focalizzarsi sulla minaccia globale, ma sul conflitto d’identità: Simon non sa se vuole essere un attore che interpreta un eroe o un eroe che finge di essere un attore.
Una storia di maschere e poteri instabili
La serie non si perde in spiegazioni cosmiche. Al centro c’è Simon Williams, un attore con un passato familiare complesso — legato alle industrie Williams, spesso oscurate dal colosso Stark — e un presente dominato da superpoteri instabili. A differenza della controparte fumettistica, dove Simon nasce come villain legato ai Maestri del Male per poi redimersi negli Avengers, qui la sua lotta è interiore.
I suoi poteri legati all’energia ionica sembrano emergere solo quando la sua stabilità emotiva vacilla. Simon non vuole salvare il mondo; Simon vuole una parte in un film. Vuole essere il nuovo “Wonder Man”, remake di un vecchio classico, ma il confine tra l’attore e il personaggio diventa pericolosamente sottile. La serie gioca molto sul concetto di “identità rubata”, un tema caro ai fan che ricordano come, nei fumetti, i tracciati cerebrali di Simon siano stati la base per la personalità di Visione.
Il ritorno del “Finto Mandarino”: La redenzione di Trevor Slattery

In questo gioco di specchi sul tema del fallimento si inserisce magnificamente il ritorno di Trevor Slattery. Lo avevamo lasciato in Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, dove era passato da prigioniero a buffone di corte dopo il caos seminato in Iron Man 3. Se in quel film Trevor era il simbolo della manipolazione mediatica (il finto terrorista creato da Aldrich Killian), qui diventa il cuore pulsante della narrazione.
Slattery non è qui per una semplice comparsata: la serie si trasforma quasi in un racconto sulla sua redenzione. Da macchietta comica, Trevor evolve in una sorta di mentore morale, seppur ambiguo, per Simon. La sua esperienza come uomo che ha “recitato” un ruolo più grande di lui senza misurarne le conseguenze serve da monito per Williams. La chimica tra i due è sorprendente: il veterano che ha già perso tutto e il giovane talento che ha tutto da perdere.
Atmosfere urban e citazioni “Cage-iane”

Per chi ha amato le serie Marvel/Netflix, il paragone con Luke Cage è inevitabile. Quando i poteri di Simon “esplodono”, la fisicità è brutale e l’impatto visivo ricorda la forza grezza dell’eroe di Harlem. Tuttavia, il tono qui è più sfacciato e meno solenne, virando spesso verso una commedia nera che mette a nudo le ipocrisie del Dipartimento del Damage Control (DDC). L’agenzia, già vista in Spider-Man: Homecoming e Ms. Marvel sempre con la figura dell’Agente P.Clay, viene qui dipinta come un’entità burocratica spietata, più interessata a gestire l’immagine pubblica dei “potenziati” che a proteggere i cittadini.
Cosa funziona e cosa meno
Il pregio maggiore della serie è la sua natura stand-alone. Non serve aver visto trenta film per godersi il dramma di un uomo che teme di perdere sé stesso (un tema incarnato bene dall’episodio dedicato al personaggio di “Doorman”). È una storia di persone “rotte” che cercano di aggiustarsi in un mondo che le vuole usare come prodotti da scaffale. Tuttavia, la sceneggiatura soffre di un ritmo a tratti incerto, indugiando eccessivamente sulla verve comica di Slattery a discapito dell’approfondimento dei poteri ionici di Simon, che restano nebulosi fino al finale.
In sintesi:
- Premesse già viste: L’idea dell’eroe riluttante che esplode per stress è un classico del genere.
- Ritmo altalenante: Alcuni spunti narrativi risultano scontati e la trama sembra a tratti più interessata alla verve di Slattery che al percorso del protagonista.
- Impatto emotivo: Nonostante i temi trattati, la serie fatica a lasciare un segno profondo, scivolando via come un prodotto d’intrattenimento piacevole ma che difficilmente resterà impresso nella memoria collettiva.
Conclusioni: Dove si colloca nell’MCU?

All’interno dell’MCU, si colloca come una narrazione laterale che arricchisce il “mondo reale” dei civili e dei professionisti che vivono all’ombra dei grandi eventi cataclismatici.
Pur non avendo legami diretti con la saga del Multiverso o con le prossime minacce di livello Avengers, la serie prepara il terreno per una gestione più “terrena” dei superumani. È il manifesto della linea Spotlight: storie autoconclusive che non richiedono compiti a casa, ma che aggiungono texture e umanità a un universo che rischiava di diventare troppo asettico.
Verdetto: Una visione consigliata a chi cerca un Marvel Cinematic Universe meno esplosivo e più concentrato sui personaggi, a patto di accettare un supereroe che preferirebbe vincere un Oscar piuttosto che salvare la Terra.



