Dopo averci fatto attendere oltre una decade per il seguito del suo film campione d’incassi, James Cameron decide di riportarci ancora una volta su Pandora, ma questa volta senza troppi indugi. Il terzo film della saga di Avatar non si fa attendere e, a tre anni dal primo sequel, sbarca al cinema pronto a risucchiarci nuovamente nella sua spirale di maestosità. Noi di Nerdpool abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima Avatar: Fuoco e Cenere, in uscita domani, 16 dicembre, e quella che segue sarà una recensione priva di spoiler dell’ultima cartuccia sparata dal visionario regista sci-fi James Cameron.
Un nuovo volto di una vecchia Pandora
Senza nuove introduzioni, che sarebbero parse quantomeno ridondanti, in questo nuovo capitolo della saga di Avatar veniamo subito sbalzati all’interno di un mondo che ci appare immediatamente familiare. Calde sono le sensazioni che la pellicola produce nello spettatore, come una carezza che avvolge all’interno di un grembo che sa di casa. Sensazioni paradossalmente contrarie alle fredde e brusche sterzate emotive che non tardano ad arrivare, già nei primi minuti, e che ci ricordano il contesto tetro e instabile in cui ci aveva lasciati l’ultimo film. Tornati nel rif di Pandora, con la tribù dei Metkayna vista in Avatar: La Via dell’Acqua, siamo pronti a percepire le conseguenze dell’epilogo dello scontro appena consumato, e mostrato nel capitolo scorso, ma anche i chiari ed evidenti segnali che portano presto l’attenzione dello spettatore verso future e nuove, destabilizzanti dinamiche.
Per la prima volta, grazie ai risvolti di questa pellicola che decide di mettere in mostra sequenze prepotenti, dal sapore a tratti grottesco, facciamo la conoscenza di un gruppo di nativi Na’vi che non corrispondono esattamente a quella genuina e semplice definizione di “bene” tipica della narrativa di Cameron, e che ci aveva fatto parteggiare per loro nei due film precedenti. Veniamo infatti subito a conoscenza di un elemento fondante per i risvolti psicologici ed emotivi di questo capitolo, in grado di generare un nuovo strato di spessore emotivo e di fare da ponte tra la vecchia concezione dell’ecosistema di Avatar e un approccio più spietato e demistificato. A più riprese viene quasi chiesto allo spettatore di non limitarsi a un’esperienza passiva delle questioni di Pandora, ma, grazie a Varang e al suo clan Mangkwan di adoratori del fuoco, di farsi domande di natura etica e spirituale, ricalibrando l’idea di fede cieca suggerita nei due film precedenti e stratificandola notevolmente. Questo è il film che più che mai invita a mettere in discussione l’idea di destino, mostrando la via della comprensione della sorte, anche quando avversa, e della sua accettazione.

Con i vari livelli di emotività aggiunti in Avatar: Fuoco e Cenere, ci si trova di fronte a situazioni che non generano più una semplice e puerile rabbia verso l’ingiustizia e chi la perpetra. A ribollire, assieme alla rabbia, emerge un nuovo e sano sentimento di paura, che funge da bussola per l’empatia di chi guarda la pellicola con il giusto livello di immersione pensato da Cameron. Ed è proprio questa paura il punto di partenza che suggerisce quanto ciò che lo spettatore si trova di fronte in sala abbia un fortissimo sapore da terzo film di una trilogia, con tutti i crismi che ne derivano e, talvolta, anche una velata richiesta di chiudere un occhio di fronte ad alcune inevitabili forzature che, a questo punto, risulta difficile nascondere sotto quell’intricato nuovo sistema di videocamere 3D.
Sempre lo stesso Avatar?
Non si può dire che Cameron non conosca bene le carte su cui puntare. Tutta la sua carriera sembra essere costruita sulla consapevolezza dei propri punti di forza e di come esprimerli di fronte a un pubblico il più vasto possibile, trovando nell’intero progetto Avatar l’apice della sua espressione creativa per l’intrattenimento. Anche in questo film rimane evidente la struttura di base, ormai ben rodata, alla quale siamo già stati abituati, senza mancare tuttavia di continui ed evidenti ammiccamenti verso qualcosa di nuovo. L’asso vincente di Cameron si rivela, in questo capitolo, la sua meticolosa attenzione verso ogni singolo frammento di quella giostra che ormai ci vede come habitué, senza però perdere l’occasione di far evolvere, virgola dopo virgola e con grande classe, quegli elementi fondamentali nel rendere Avatar: Fuoco e Cenere un capitolo rinnovato, indipendente e capace di distinguersi dai precedenti in maniera delicata. La sensazione, una volta usciti dalla sala, è quella di aver assistito a un film dalle evidenti note rinnovate sotto moltissimi punti di vista, ma che al contempo offre anche numerose rassicurazioni, dovute a situazioni confortanti ormai ben consolidate.

Uno dei pregi che questo film può vantare è una maggiore attenzione al bilanciamento dei vari protagonisti messi in scena. La Via dell’Acqua non poteva dirsi certo detentore di evidenti difetti, ma tra gli elementi che forse hanno contribuito a far storcere il naso a parte del pubblico vi era un intento probabilmente troppo prematuro di oscurare i protagonisti Jake e Neytiri (Sam Worthington e Zoe Saldana), a vantaggio dei nuovi arrivati più giovani. In questa nuova esperienza, paradossalmente, l’attenzione verso Lo’ak (Britain Dalton) e l’intero gruppo di giovani protagonisti riceve ancora più spazio, ma riesce a emergere soprattutto in relazione ai personaggi adulti, che a loro volta trovano forza proprio nel rapporto con i figli, in un continuo e bilanciato scambio. A imporsi in maniera inevitabile è il personaggio di Spider (Jack Champion), al quale viene riservata una parentesi particolarmente significativa, tanto per il suo percorso quanto per un’ulteriore crescita dei personaggi ormai rodati, attraverso scavi in una rinnovata psicologia umana di Jake, nel rapporto con il suo amore per Pandora, per i Na’vi e in un’inaspettata collisione con Miles Quaritch, i cui scambi restano tra gli elementi più sorprendenti dell’intero film.
In conclusione, Avatar: Fuoco e Cenere si conferma come un’esperienza cinematografica densa, stratificata e profondamente coerente con l’ambizione smisurata del progetto di James Cameron, capace ancora una volta di far convivere stupore visivo, riflessione emotiva e senso di continuità narrativa. Non mancano, tuttavia, alcune piccole incrinature lungo il percorso: a tratti la narrazione sembra affidarsi a tagli tra scene non sempre del tutto organici, passaggi che danno la sensazione di essere inseriti con una certa fretta, quasi “appoggiati” lungo il flusso del racconto, spezzando momentaneamente quell’immersione totale che resta uno dei marchi di fabbrica della saga. Si tratta però di ombre leggere, che difficilmente riescono a scalfire la potenza complessiva dell’opera. Perché, al netto di queste sbavature, il richiamo di Pandora rimane irresistibile: un invito a perdersi ancora una volta tra panoramiche mozzafiato, ecosistemi pulsanti di vita e una visione cinematografica gargantuesca, che solo Cameron sembra in grado di orchestrare con questa scala e questa ostinata fiducia nel cinema come esperienza totale.
Avatar: Fuoco e Cenere esce domani, mercoledì 17 dicembre, in tutti i cinema italiani.

