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Videogiochi

DmC Devil May Cry: nove anni dopo

Fillo
20 Gennaio 2022
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11 Min
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Lo scorso 15 gennaio DmC Devil May Cry ha compiuto nove anni. Tralasciando il mio stupore relativo all’inesorabile scorrere del tempo, mi sono soffermato a riflettere sull’impatto di questo controverso reboot. Molti lo considerano ancora come un capitolo indegno del nome che porta, alcuni invece lo amano e, addirittura, lo preferiscono ai titoli principali. Tranquilli, se siete tra questi non sono qui per giudicarvi. In ogni caso, è solo grazie ad esso se oggi la serie classica è più in salute che mai.  Pertanto, ho pensato di ripercorrere le dinamiche che hanno spinto Capcom ad optare per un’operazione del genere, soffermandomi al contempo sulle qualità e i difetti del suddetto. Insomma, come se la cava DmC dopo tutto questo tempo?

DmC Devil May Cry screen molo
My name is “Donte”.

Tanto tempo fa, durante una generazione lontana lontana…

Come saprete già, tutto si riconduce all’arrivo della settima generazione e allo stato di profonda crisi in cui è riversata l’industria videoludica giapponese. Tale condizione è stata inoltre aggravata dal progressivo crollo delle vendite mondiali dei titoli nipponici, le quali nel 2010 ammontavano ad un misero 10%. Proprio in quegli anni Capcom ha iniziato a puntare su studi occidentali, ottenendo tuttavia risultati disastrosi. Basti pensare a titoli dimenticabili come il reboot di Bionic Commando o Dark Void, per citarne alcuni. Ma perché mai un IP storica e apprezzata come Devil May Cry ha subito la stessa sorte?

La risposta si trova nei dati di vendita del quarto capitolo, che a fronte della sua release multipiattaforma ha totalizzato soltanto 3 milioni di copie. Una cifra poco promettente se consideriamo gli oltre due milioni raggiunti da DMC3 sulla sola PlayStation 2. Per Capcom era un chiaro segno che i giocatori fossero stanchi dello stile classico della serie e dei suoi combattimenti ultra-tecnici, da qui la scelta di Ninja Theory per lo sviluppo del nuovo gioco.

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Arriviamo dunque a quel fatidico Tokyo Game Show del 2010 che ha cambiato tutto. L’annuncio di DmC Devil May Cry è avvenuto con un trailer poco esaltante, privo di scene di gameplay, ma comunque capace di spiazzare il pubblico. Sono infatti bastate le parole “my name is Dante”, pronunciate dal minuto protagonista al termine del trailer, a spingere milioni di fan sull’orlo della disperazione. No, ok sto esagerando, ma il punto è che l’annuncio di questo reboot non è piaciuto a nessuno e tutto lasciava presagire il peggio. Per di più, i precedenti quindici mesi al lancio del gioco sono stati governati da un generale sentimento di sfiducia alimentato da dichiarazioni poco convincenti da parte degli sviluppatori.

Devil May Cry 3 HD missione 7
Ad oggi, DMC3 resta uno dei migliori capitoli della serie.

Giudizi divisi

Ciò detto, saltiamo al 2012, quando DmC arriva sugli scaffali e viene anticipato da un’accoglienza più che positiva da parte della critica. Non si può dire lo stesso dei giudizi dei giocatori, molti dei quali sono rimasti amareggiati dall’esperienza offerta.

Il motivo è presto detto. Se da una parte Ninja Theory ha seguito il consiglio di Capcom allontanandosi quanto più possibile dai titoli originali, dall’altra ha optato per alcune scelte di design discutibili. DmC Devil May Cry è stato il primo capitolo della serie moderno poiché lineare, privo di telecamere fisse in stile RE e senza enigmi. Tale scelta sarebbe andata benissimo, se solo gli sviluppatori non avessero infarcito il gioco di sequenze scriptate, momenti narrativi e boss fight segmentate. Aggiungeteci il limite dei 30fps per le versioni console, l’auto-aim con l’impossibilità di targettare i nemici, oltre a diverse semplificazioni di gameplay, ed ecco che il valore della produzione crolla ulteriormente. Il tutto è infine amalgamato da una storia prevedibile nelle dinamiche ma comunque accettabile, se non fosse per una sceneggiatura inutilmente sboccata. DmC è la fiera della volgarità, con personaggi che nella maggior parte dei casi non lasciano nulla, anzi, risultano fastidiosi.

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Ne consegue che molti fan si sono sentiti traditi nel trovarsi per le mani un prodotto inferiore sia ai capitoli precedenti, sia agli action più recenti. Solo un anno prima Bayonetta aveva sbalordito tutti con il suo gameplay profondissimo e sequenze di gioco sorprendenti. Un mese dopo invece, sarebbe arrivato sugli scaffali Metal Gear Rising: Revengeance, uno degli action più esagerati mai realizzati da Platinum Games. In mezzo a titoli del genere, l’opera dello studio britannico impallidiva miseramente.

Bayonetta schermata Nintendo Switch
Nonostante alcune sezioni scriptate dotate di QTE tutt’altro che perfette, nel 2011 Bayonetta ha stravolto il mondo dei character action games. (Schermata versione Nintendo Switch).

Quando Capcom non demorde

Arrivati a questo punto Capcom avrebbe potuto abbandonare il supporto di DmC e interrompere i rapporti con Ninja Theory, ma le cose sono andate diversamente. Un paio di mesi dopo il lancio del gioco abbiamo visto l’arrivo del DLC Vergil Downfall e, successivamente, nel 2015 è stata rilasciata la Definitive Edition. Quest’ultima non è altro che una versione riveduta e corretta del titolo, destinata alle piattaforme di ottava generazione. In questo modo sono stati aggiunti i 60fps, la turbo mode, il lock-on (nonostante il puntamento sia rimasto automatico) e un nuovo bilanciamento. Con DmC Devil May Cry: Definitive Edition l’opera di Ninja Theory ha finalmente ottenuto la sua redenzione, diventando ciò che sarebbe dovuta essere due anni prima. Per ovvie ragioni sono rimasti certi difetti strutturali che gli hanno impedito di salire sull’olimpo degli action game, ma perlomeno è stata fatta giustizia.

Probabilmente questo reboot non sarà mai accettato da tutti, ed è opinione abbastanza condivisa che se fosse stato trattato come una nuova IP, probabilmente avrebbe ricevuto un’accoglienza differente. Questa esperienza non è stata però totalmente da buttare, per ben due motivi. Il primo di questi è che Itsuno e il suo team si sono potuti concentrare su altro, arrivando a creare il fantastico Dragon’s Dogma. La seconda ragione è che Capcom ha potuto comprendere l’amore dei fan nei confronti dell’iconico cacciatore di demoni, fattore che ha spinto Itsuno tornare sulla serie principale, prima con DMC4SE e poi con Devil May Cry 5. Tra l’altro, l’esperienza maturata col reboot è tornata utile per la realizzazione del gameplay di Vergil nel quarto e quinto capitolo.

DMC4SE screen Vergil
L’insuccesso di DmC ha spinto Capcom a tornare sui suoi passi, prima con la Special Edition di DMC4 (uscita nel giugno 2015) e poi con DMC5 (2019).

Conseguenze

Per quanto concerne gli effetti e le conseguenze di questo reboot, credo siano più profonde di quanto possa sembrare. Tanto per cominciare, il team di Devil May Cry ha sfruttato il fallimento del suddetto per realizzare il quinto capitolo che i giocatori hanno a lungo sognato. Un gioco molto più gradevole per il pubblico occidentale di quanto lo sia mai stato il reboot. Ciò è dovuto sia alla veste grafica più realistica sia alla sua OST furbissima, probabilmente influenzata dalla collaborazione con Noisia e Combichrist vista nel Reboot. Al centro di tutto troviamo combattimenti spettacolari tanto quanto le magnifiche cut-scene di inizio e fine missione. E per questo non si potrebbe chiedere di meglio.

Su un piano più generale, DmC si inserisce all’interno dei numerosi fallimenti che Capcom ha coronato durante la settima generazione. Tali scivoloni hanno però permesso alla compagnia di Osaka di comprendere il valore delle proprie IP e di rispettare i propri fan. Non a caso – se escludiamo i picchiaduro – negli ultimi anni abbiamo avuto ben poco di cui lamentarci, e ciò è assolutamente positivo.

DMC5 screen boss fight
Il Devil Bringer di Nero, dotato di rampino, è un altro degli elementi probabilmente ripresi da DmC.

Conclusioni

DmC Devil May Cry può essere visto come uno sbaglio, ma solo grazie ad esso la serie ha potuto proseguire nel migliore dei modi. Per quel che mi riguarda, se escludiamo lo shock dovuto all’annuncio del reboot, non ho mai provato astio per questo capitolo. Ammetto che per poterlo apprezzare ho chiuso un occhio su tanti difetti, anche se non sono mai stato in grado di apprezzare la meccanica delle armi angeliche e demoniache. Trovo che siano banali e limitanti nell’economia di gioco, specie se consideriamo che alle difficoltà più alte certi nemici vengono danneggiati soltanto da una delle due categorie… Detto ciò, credo che le componenti più interessanti della produzione siano quelle artistiche e musicali. La scelta dei Noisia e dei Combichrist si è rivelata decisamente azzeccata, mentre le forti tonalità impiegate da Alessandro Taini donano una dimensione onirica all’esperienza.

DmC Devil May Cry: Definitive Edition screen Vergil Downfall
La Definitive Edition di DmC contiene anche i costumi classici della serie. Un contentino apprezzato.

E voi che cosa ne pensate di DmC? Siete fan o detrattori di questo reboot? Scrivetecelo nei commenti e continuate a seguire Nerdpool.it

ARGOMENTI:CapcomNinja Theory
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Sono un ragazzo appassionato di media, cosa che nel tempo mi ha spinto a studiarli un po’ più a fondo. La passione per i videogiochi mi accompagna fin da bambino e mi spinge a parlarne, scriverne e fotografarli ad ogni occasione possibile.
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