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NerdPool > Blog > Film > Eden, la Recensione: lo spietato paradiso di Ron Howard tra filosofia e politica
Film

Eden, la Recensione: lo spietato paradiso di Ron Howard tra filosofia e politica

Leonardo Marcucci
10 Aprile 2025
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5 Min
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Mettici come fonte preferita su Google

“Se vorrò passare in rassegna gli stati ad uno ad uno, non ne troverò nessuno che possa tollerare il saggio o essere da lui tollerato. E se non si trova quello stato che immaginiamo, il ritiro viene ad essere una necessità per tutti”… così Lucio Anneo Seneca definiva circa duemila anni fa la condizione dell’otium (ozio in italiano), ovvero una rassegnata risposta ad un contesto socio-politico sin troppo dissestato, all’interno del quale un solo uomo poco o nulla avrebbe potuto realmente incidere.

Il ritiro è dunque la risposta di Seneca e, curiosamente, anche quella di uno dei protagonisti del nuovo lungometraggio firmato Ron Howard, il quale torna al cinema con un prodotto pronto a dividere spettatori e critica specializzata.

Una storia vera, o forse no…

Se con lo splendido Rush (2013) il regista classe 1954 era riuscito nell’ostica impresa di dare forma ad una storia di sport realmente avvenuta, a cui i giornali e le cronache poco o nulla avevano lasciato al mistero e all’interpretazione, nel caso di Eden la sfida è stata opposta, poiché, se è vero che si tratta anche stavolta di una vicenda reale, in questo caso è stato necessario colmare attraverso la fantasia e la scrittura una serie di profonde lacune derivanti dalla frammentata narrazione dei fatti avvenuti.

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Non è un caso che, al termine della proiezione, si ha quasi la sensazione di aver assistito ad un affascinante ibrido tra un biopic e un’opera di fantasia – il che ha fornito a regista e colleghi una maggiore libertà sul piano squisitamente formale -, dato che lo stesso Howard sceglie di presentare esplicitamente allo spettatore quelle risicate e nebulose informazioni su cui è stata faticosamente costruita la sceneggiatura. 

Eden si ispira infatti alla storia dell’eclettico medico e filosofo tedesco Friedrich Ritter e della sua discepola e compagna Dore Strauch, i quali, a cavallo della Grande Depressione del 29’, scelgono di trasferirsi in un’inospitale isola delle Galapagos allo scopo di fuggire dalla civiltà occidentale e, dunque, dal tanto chiacchierato sistema capitalistico ancora oggi costantemente sul banco degli imputati.

Intento a scolpire lettera dopo lettera il manifesto di un sistema alternativo, Ritter diverrà prima oggetto di interesse da parte di alcuni salotti intellettuali dell’occidente, per poi essere raggiunto da altri occidentali in cerca, appunto, del paradiso in terra (qualunque cosa questo significhi). 

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La banalità del male, per quanto banale, funziona sempre

Le dinamiche che scaturiscono dalla spietata convivenza di questo manipolo di esseri umani sono tanto prevedibili quanto affascinanti, poiché costantemente in contrasto con la raffinata produzione filosofica di Ritter, il quale finirà ben presto a rivedere radicalmente gli esiti di un’utopica ricerca filosofica, riportata nelle viscere degli istinti più primordiali dell’animale umano.

È così che, in un perpetuo conflitto tra ciò che accade a schermo e ciò che viene battuto a macchina dal protagonista, quest’ultimo si imbatterà in un’epifania intellettuale dal dirompente potenziale drammaturgico, in grado di svelare con particolare efficacia narrativa la tesi dell’opera messa su schermo da Howard. 

Difatti, se in partenza l’eremo del personaggio splendidamente interpretato da Jude Law (l’inglese, come il resto del cast, appare perfettamente in parte) appariva come un radicale tentativo di sottrarsi dal sistema per individuarne una soluzione – al contrario di quanto affermato da un più cinico Seneca -, al termine della vicenda Ritter si troverà a cancellare rabbiosamente dal proprio disegno ogni più lieve sfumatura dei sistemi filosofici teorizzati da Nietzsche o simili, per fare i conti con le più becere manifestazioni della natura umana. Queste, secondo Ritter, rimarranno tali sia che ci si trovi all’interno di un’umida grotta anelando l’accensione di un fuoco, sia che si goda delle comodità di in un’elegante magione eretta sulle spalle di una classe subalterna.

ARGOMENTI:Ana De ArmasDaniel BruhlJude LawRon HowardVanessa Kirby
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