Lo avevamo accolto con il suo “Comandante”, lo ritroviamo a Venezia con un racconto più intimo, dall’anima teatrale, radicato nel vulcano imprevedibile della contesa familiare, di una Napoli incendiaria che non accetta il gelo. Una cena di Natale, un cappone da ammazzare (ma non sarà così facile), una tensione impossibile smorzata solo in apparenza dal ritmo bruciante della commedia: “Il fuoco che ti porti dentro” – tratto dal romanzo di Franchini – scoppietta come legna nel camino, come una cena a cottura lenta.
Edoardo De Angelis è tra le piacevoli anomalie del cinema italiano, popolato negli ultimi anni da scelte produttive discutibili segnate dalla paura e dal desiderio di restare a galla a tutti i costi, anche senza ossigeno. Lui decide in libertà, chiama attori potenti, cerca storie profonde, si mette in gioco. Non è un caso che un regista dei più rivoluzionari come Emir Kustirica lo abbia definito un talento visionario. Ma soprattutto fa cinema. Lavora con le immagini e con la musica, con la forma, con le risorse autentiche del mezzo.
Ci troviamo immersi in un dramma da camera, ma più che dalle parti di “Carnage” siamo, con grande sorpresa, da quelle di Hitchcock. E della commedia all’italiana, che affascinò l’autore britannico quando non eravamo i “soliti ignoti”. Perché il meccanismo dell’orrore a orologeria si nutre del disvelamento della maschera, e il regista qui punta a sondare il mistero con la precisione spericolata di un acchiappafantasmi. Le note mancanti, le notti mancate. Quando la macchina da presa diventa un termovisore, un rilevatore sismico che misura i terremoti segreti del mondo.
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