Il Saggiatore ci presenta Elogio della vita ordinaria, ultimo lavoro del saggista e critico letterario Filippo La Porta. Partendo da un’analisi accurata della società contemporanea, che ci vuole perennemente performanti, La Porta cerca di spiegare in cosa consiste avere una vita ordinaria ai giorni nostri e di come essa possa avere la stessa importanza di quella di un personaggio considerato un “Eroe”.

Trama
La società è cambiata drasticamente negli ultimi vent’anni a causa soprattutto di due fattori: il primo è la diffusione dello smartphone, che ha permesso di velocizzare qualsiasi tipologia di operazione; la seconda è l’avvento dei social network che hanno reso le vite delle persone di dominio pubblico. Ogni esperienza diventa un possibile contenuto da mostrare, generando così un loop infinito in cui è difficile staccarsi. Passiamo la maggior parte del tempo a guardare le narrazioni delle esistenze degli altri, sia dei nostri conoscenti che dei personaggi famosi, in cui il protagonismo individuale, a volte puro narcisismo, diventa la norma. Ogni contenuto corrisponde a una attività, un consiglio o una pubblicizzazione di un prodotto e, guardandoli, ci si sente quasi in dovere di riempire la nostra vita in continuazione, con l’obiettivo di lasciare una traccia.
Il concetto di eroismo è drasticamente cambiato: l’eroe non è solo il condottiero, il martire, ma anche il calciatore, il cantante o il vincitore di un reality show. Non c’è più bisogno di combattere in battaglia poiché il successo, in ogni ambito, è l’unico criterio di legittimazione dell’eroismo contemporaneo. Se una persona, invece, decidesse di non condividere questo modus operandi, significherebbe che la sua vita ha meno valore delle altre? Cosa resta dell’essere umano dopo tutta questa rappresentazione di sé? Ma soprattutto, chi lo dice che la grandezza di una vita vissuta è correlata solo agli esseri umani illustri?
“…certo, difficilmente avrà un monumento equestre nelle nostre piazze. Ma è perciò meno degno di esistere? Basta pensare a chi ha cambiato il mondo in silenzio, senza proclami o altro, anche solo nella relazione con un’altra persona..”
Attraverso un viaggio che spazia tra l’analisi della società, il confronto tra personaggi letterari, film, musica ed esperienze personali, Filippo La Porta traccia un quadro generale del mondo in cui oggi viviamo e dei nuovi canoni sociali che vengono universalmente accettati, elogiando i veri resilienti di questa storia, ossia le persone semplici e ordinarie.
Recensione
Trascorrere l’esistenza intera su un sofà equivarrebbe per voi a sprecarla? Partendo da questo quesito, l’autore cerca di darci una spiegazione a quel senso di colpa che proviamo quando non produciamo o non siamo performanti come la società vorrebbe da noi. In un mondo concentrato sul guadagno e sulla grandezza, l’inattività è un concetto non contemplato. Ma cosa si intende per grandezza? L’idea comune è il considerare “grande” chi lascia un segno nella storia o realizza opere monumentali. Il nostro modo per esternare al mondo cosa stiamo facendo è mostrarlo sui social network, creando a chi guarda una pressione perenne che provoca una corsa continua verso il successo, l’autorealizzazione e il consenso degli altri. La regola è darsi da fare e viene svalutata qualsiasi altra posizione, diffondendo l’idea che è solo la grandiosità a dare potere e successo.
Il questa vetrina sociale, vi è ancora una parte della società che si ribella all’estremismo spettacolarizzato vivendo semplicemente una vita ordinaria e senza esibizionismo. Con vita ordinaria s’intende andare al lavoro, frequentare i propri conoscenti, svolgere delle attività normali e passare anche del tempo a non fare nulla. Agli occhi della società, questa tipologia di esistenza può sembrare priva di senso e di dignità, in cui anche il tempo libero è stato “colonizzato dalla produttività“. Il tempo vuoto deve essere ottimizzato, senza pensare che la sospensione dal fare qualcosa non è nient’altro che una pausa dal mondo che può portare solo felicità. Il tempo che noi scegliamo di passare sul divano o a dormire non è sprecato, ma va valutato come un modo per ascoltarsi e rigenerarsi. Oggi più che mai, in un periodo che tende a favorire l’omologazione, il dissenso comune diventa uno strumento essenziale per difendere la propria unicità e personalità. Come ci dice La Porta “Se nel Novecento la battaglia era per la liberazione dal lavoro, oggi potrebbe essere per la liberazione dall’iperattività“.
Come possiamo combattere questa iperattività? La soluzione più semplice è lo scollegarsi dai social che provocano solo ansia sociale e senso di inettitudine, anche se la cosa più importante è saper riconoscere lo spazio in cui viviamo e provare a starci nel modo più confortevole possibile. Chi lascia un segno indelebile nei cuori delle persone, attraverso un gesto o un consiglio, non verrà sicuramente menzionato nei libri di Storia ma ricordato per aver dimostrato la propria grandezza nelle cose più semplici. Nel momento che accettiamo la straordinarietà nella normalità, vorrà dire che abbiamo vinto.
Il risultato finale è un saggio molto interessante che fa riflettere e ci pone di fronte a problemi che proviamo quotidianamente. Molto stimolante è la descrizione di svariati personaggi letterari ordinari che vengono descritti dagli autori come figure oziose e negative rispetto ai veri protagonisti delle storie, come a dimostrare che il concetto di produttività è sempre stato presente nella società passata, seppur in senso differente. In particolare, se Lady Bertram (Mansfield Park) fosse vissuta ai giorni nostri, sarebbe stata bannata dalla società come una persona inutile. Lei ha fatto del suo vivere come un vegetale la sua libertà personale ed è realmente appagata di essa, oltre che felice. Particolarmente commuovente è, inoltre, la descrizione della vita del suocero dell’autore, persona saggia e amatissima che non ha compiuto gesti eroici, ma che si è distinto e viene ricordato per essere stato un galantuomo con un grande senso dell’humor.
L’autore ci tiene a precisare che il suo non è un semplice atto d’accusa, ma la volontà di restituire dignità a ciò che sfugge a questo mondo veloce e distratto. Vuole riconoscere che l’essenziale non ha bisogno di essere detto e mostrato per esistere, anche perché è grazie a milioni di anime anonime che il mondo continua a girare e funzionare. Infine, vuole sottrarre l’attenzione a quella narrazione tossica sui nuovi eroi che ci mostrano soprattutto un lato della loro vita che è scintillante, ma che più delle volte cela una enorme insicurezza. Questo libro elogia chi resta ai margini della società e che riesce a vivere serenamente senza volersi costruire un monumento personale da esporre in pubblica piazza. Come dice La Porta “l’ambizione non è un obbligo e il fallimento non è una colpa“, concetti che ora più che mai dovremmo fare nostri.
Il libro lo potete trovare qui
Autore
Filippo La Porta (Roma, 1952) è saggista e critico letterario. Insegna alla Scuola Holden e alla Luiss, collabora con numerose testate giornalistiche, tra cui la Repubblica e l’Unità, ha una rubrica su Left e su l’immaginazione e nel 2024 ha realizzato per Rai Radio 3 il podcast Elogio dell’umanità ordinaria. Fra le sue più recenti pubblicazioni ricordiamo L’impossibile «cura» della vita (2021), Splendori e miserie dell’impegno (2023) e L’arte del riassunto (2024). L’elogio della vita ordinaria è il suo ultimo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Il Saggiatore nel settembre del 2025.



