Un giorno qualcuno disse: “Penso davvero che questo tipo di contenuto non sia cinema…”. Quel qualcuno era Martin Scorsese e l’oggetto in questione i cinecomic.

Alcuni al tempo (2023) la presero come una semplice boutade, altri si scagliarono contro il leggendario regista di Taxi Driver, altri ancora sembravano non aspettare altro che un grande nome del cinema dicesse ciò che da tempo serpeggiava nella comunità più reazionaria e conservativa dei cinefili, mentre altri, spinti da una genuina e feconda volontà di approfondire il tema, iniziarono a porsi il problema di cosa sia realmente il cinema a 130 anni dalla sua nascita.
Ora, a prescindere dall’oggetto della diatriba, appare piuttosto interessante e utile indagare tra le controverse pieghe dell’affermazione di Scorsese, al fine di evidenziarne le problematicità o, quantomeno, giungere ad una personalissima concezione del cinema che sia il prodotto di una riflessione consapevole.
Esiste il vero cinema?
Il cinema è arte… almeno su questo, in particolare se siete qui a leggere queste righe, penso possiamo convenire tutti. Allora converrebbe prima discutere sul concetto di arte? Beh… forse, ma procedendo in questi termini rischieremmo di consumare sin troppe parole nel tentativo di discernere un tema sin troppo ampio.

Allora torniamo al cinema e chiediamoci: l’arte cinematografica è legata solo sul piano logistico all’industria? L’arte cinematografica è sostenibile senza una filiera commerciale che ne permetta la distribuzione? L’inserimento di dinamiche e routine narrative che rendano più appetite un prodotto (sempre che lo si voglia considerare tale) agli occhi del grande pubblico si traduce necessariamente nel tradimento del senso stesso della settima arte?
La risposta a queste tre domande (e anche a quella che dà il titolo a questo paragrafo), a mio avviso, è no. Il cinema è industria sin dalla sua nascita, la ricerca dell’intrattenimento della massa è parte integrante del tessuto creativo dei cineasti sin dalle prime proiezioni e lo sviluppo delle avanguardie e del cinema d’autore non mette necessariamente in discussione lo sviluppo e proliferazione di un cinema di massa, che, peraltro, in alcuni casi riesce a dire ben più di quanto tenti di fare un film art house dalle pretenziose premesse culturali.
F1, il film che rischia poco… e funziona
Su questi binari si è sempre mossa la sobria e encomiabile carriera di Joseph Kosinski, il regista di F1 – The Movie, nonché di Tron Legacy e Top Gun: Maverick.
I due lungometraggi appena citati fungono da fulgidi esempi di un cinema d’azione solido, quadrato, in grado di toccare dolcemente le corde emotive del grande pubblico attraverso un connubio formato da una componente formale di primo livello, una serie di dinamiche emotive indubbiamente poco stratificate ma accessibili e gradevoli e, infine, l’efficace gestione su schermo di personalità del calibro di Jeff Bridges nel caso di Tron Legacy, Tom Cruise in quello di Top Gun: Maverick e Brad Pitt nel caso di F1.

Il divo americano, difatti, funziona a regola d’arte nei panni di Sonny Hayes, ovvero un pilota di Formula 1 caduto in disgrazia in giovane età per via di un grave incidente. Il film sul piano squisitamente narrativo gioca su un terreno piuttosto battuto, che non necessita di alcuna sperimentazione e men che meno di alcun coraggio in fase di scrittura, il che preclude certamente agli spettatori una trama dotata di particolare originalità, ma allo stesso tempo permette di ottenere con certezza le tanto discusse emozioni facili.
A completare il pacchetto da blockbuster (di alto livello) ecco una messa in scena al limite della perfezione, in particolare per quanto concerne le scene in pista (Kosinski ha iniziato la propria carriera gestendo la computer grafica degli spot commerciali di alcune case automobilistiche), dove tutto appare sempre chiaro e godibile.

