Uno in apertura, l’altro a metà Festival: tornano a Venezia due grandi autori, due registi curiosi del mondo e affamati di cinema. Uno ha scelto di visitare l’Africa, l’altro la Napoli del Vesuvio. Entrambi con uno stile riconoscibile, completamente diversi l’uno dall’altro. Due racconti di vita sospesa e magica, di confine, che esplorano a loro modo la sacralità degli spazi e del tempo.

Herzog parte alla caccia degli elefanti fantasma – ipotetici discendenti dell’animale più grande di sempre – insieme ad un uomo-specchio del regista che ha dedicato l’intera esistenza a questa ricerca. Un sogno ai margini della civiltà, che però è pur sempre ambizioso, con tutta l’oscurità impenetrabile che l’ambizione si porta dietro. Gli elefanti fantasma sono ancora a piede libero sulla Terra o vivono solo nella mente del ricercatore? Per lui quest’ultima possibilità non rappresenta un problema: se così fosse, allora potrebbero davvero esistere per sempre.
La voce narrante del cineasta tedesco invade spesso la narrazione e infrange lo scorrere naturale degli eventi, ma ne amplifica il senso di epicità. Non è semplicemente un richiamo fuori campo, è la firma autorevole di un demiurgo bambino. Sotto la patina di una fotografia pulitissima alla National Geographic (che co-produce l’operazione) c’è tutto il mistero sublime del grande cinema che cerca di catturare l’invisibile attraverso il tremore incerto delle immagini e l’incedere lento dei passi e dei passaggi di scena. La commovente ostinazione verso il ritmo ancestrale delle cose.

Rosi questa volta sceglie di indagare la magia nera del Vesuvio e tutto ciò che ruota attorno alla sua sfera di interesse, tramite l’immersione – un classico nella filmografia del documentarista – all’interno di storie che emergono dalla costellazione di personaggi che qui abitano una Napoli segreta e quasi claustrofobica. Il viaggio inizia con la convinzione che “il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo”. Parola di Jean Cocteau, alla quale Rosi sembra dare un peso importante, forse perché il poeta francese ha scoperto anche che “a Roma c’è il Papa, ma a Napoli c’è Dio”.
Dal sacro GRA di Roma – che gli era valso un Leone d’oro – al celeste macchiato partenopeo, alla meraviglia statuaria e intangibile di una città dove la Storia pulsa sotto i piedi, dentro le viscere. Sarà per questo che il luogo dove dormono i due stranieri in fuga dalla guerra ha l’aspetto di un bunker, così come la stanza dove un singolare maestro dà ripetizioni ai ragazzi del quartiere. E poi c’è Pompei con la sua memoria pietrificata, il centralino dei vigili del fuoco che sembra sepolto, il nucleo sotterraneo poco raccontato di un luogo che in quest’opera respira lontano dai luoghi comuni e sconfina nella fantascienza. Dove le nuvole sono sotto il cielo, che è dentro il mare, sopra il rifugio blindato delle esistenze.


