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Film

La Mano di Dante: La Divina Commedia secondo Schnabel – Uno splendido disastro

Con un Gerard Butler monumentale e una fotografia mozzafiato, l'adattamento del romanzo di Tosches confonde l'ambizione con la logica, ma non annoia mai.

Davide Sangalli
25 Giugno 2026
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10 Min
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6.5
LA MANO DI DANTE

Il confine che separa l’audacia visionaria dal totale disastro estetico è spesso sottile quanto il margine di una pagina di codice miniato. Nel caso di La Mano di Dante (In the Hand of Dante), la monumentale e controversa pellicola diretta da Julian Schnabel — adattata insieme a Louise Kugelberg dall’omonimo e denso romanzo di Nick Tosches del 2002 — quel confine non viene semplicemente superato: viene deliberatamente preso a picconate. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e ora approdato su Netflix dopo una complessa genesi produttiva, il film si configura come un oggetto cinematografico alieno, respingente, a tratti irritante, eppure indiscutibilmente ipnotico.

Con i suoi 153 minuti di durata, Schnabel orchestra una sinfonia caotica che fonde l’erudizione accademica alla Umberto Eco con il cinismo criminale metropolitano alla George V. Higgins. Il risultato è un jeu d’esprit fluviale, una commedia nerissima e mistica che evoca l’abisso profondo del peccato, dell’arte e del patto mefistofelico insito nella ricerca del potere e della conoscenza.

Lo sdoppiamento temporale: Un gioco tra formati e colori

La struttura narrativa del film è una scommessa formale che sfida le convenzioni del montaggio alternato. Schnabel decide di far convivere due linee temporali distanti sette secoli, facendole convergere non per logica di trama, ma per risonanza tematica e spirituale.

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1. Il Trecento Fiorentino (In Color e 4:3)

La prima anima del film è un period piece medievale. Seguiamo Dante Alighieri (interpretato da Oscar Isaac) nel momento più buio e fecondo della sua esistenza: l’esilio, la crisi di fede, la persecuzione politica e il disperato bisogno di trovare l’ispirazione per completare la Divina Commedia, l’opera che avrebbe letteralmente codificato il concetto occidentale di redenzione.

Visivamente, Schnabel compie una scelta radicale e controcorrente: filma il passato in uno sfolgorante formato 4:3, saturo di colori caldi e pastosi che richiamano la pittura tardo-gotica e paleocristiana. Sotto la direzione della fotografia del russo Roman Vasyanov, i piccoli borghi italiani medievali e le campagne toscane saltano fuori dallo schermo con una bellezza pittorica, materica, quasi tattile.

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2. L’America post-11 Settembre (In Black & White e 1.85:1)

La seconda anima è un noir metropolitano cupo e cinico. Nei primi anni Duemila, lo scrittore ed esperto dantesco Nick Tosches (interpretato sempre da Oscar Isaac) è un uomo respinto dall’editoria mainstream a causa del suo carattere intransigente e autodistruttivo. Viene ingaggiato da Joe Black (John Malkovich), un boss della malavita che è entrato in possesso di un reperto dal valore incalcolabile: il presunto manoscritto autografo originale della Divina Commedia, sottratto da un anziano prete corrotto nei meandri della Biblioteca Vaticana. Il compito di Tosches è volare in Sicilia, autenticare il testo e orchestrarne la vendita clandestina a un collezionista privato, aggirando le autorità italiane.

Questa porzione contemporanea è girata in un widescreen 1.85:1 e in un bianco e nero tagliente, sporco, che evoca l’atmosfera claustrofobica del cinema poliziesco classico.

Le transizioni tra questi due mondi sono volutamente spiazzanti, creando continui cortocircuiti visivi che esaltano la natura schizofrenica dell’opera.

La gallerie dei doppi ruoli: Tra genio e macchietta

L’aspetto più rischioso risiede nella decisione di Schnabel di far interpretare agli stessi attori personaggi speculari nelle due epoche, nel tentativo di dimostrare l’immutabilità dei vizi e delle virtù umane attraverso i secoli.

L’Impegno di Oscar Isaac

Oscar Isaac si fa carico dell’intero peso filosofico del film. Il suo Dante Alighieri è un uomo emaciato, trattenuto, divorato da un fuoco interiore che rasenta l’ossessione; il suo Nick Tosches è invece una mina vagante di nichilismo e imprevedibile caos, perennemente diviso tra la venerazione accademica per la grande letteratura e la vicinanza fisica ai bassifondi della criminalità. Isaac recita con un’intensità encomiabile, cercando di dare un centro di gravità a una sceneggiatura che spesso preferisce l’astrazione verbale alla solidità drammatica.

La Sorpresa Gerard Butler

Se Isaac è il cuore del film, Gerard Butler ne è l’energia motrice. Lontano anni luce dai blockbuster d’azione muscolari a cui ci ha abituati (Greenland, Kandahar), Butler offre qui la performance più spiazzante della sua carriera. Nei panni di Louie, il sicario della mafia incaricato di scortare Tosches e fare piazza pulita dei testimoni, Butler sfoggia un improbabile taglio biondo ossigenato e un perfetto accento newyorkese. Il suo killer è un mostro loquace e spietato che uccide indiscriminatamente, per poi lanciarsi in grottesche filippiche filosofiche (memorabile il suo monologo in cui definisce “disgustose” le belle donne che raccolgono i bisogni dei propri cani per strada).

In un bizzarro ribaltamento, Butler interpreta anche Papa Bonifacio VIII nella linea temporale medievale, creando un parallelismo ferocissimo e satirico tra il pontefice simoniaco e il gangster moderno. La sua interpretazione è un trionfo di istrionismo che salva il film dalle sue stesse secche di seriosità.

Le ombre del cast: Gadot, Malkovich e i cammei eccellenti

Non tutto il cast beneficia però di questa anarchia creativa:

  • Gal Gadot è l’anello debole dell’operazione. Nei panni di Gemma Donati (la moglie di Dante, madre dei suoi quattro figli ma mai citata nelle sue opere) e di Gemma (la nuova assistente e amante di Tosches nel presente), l’attrice offre una prova piatta e bidimensionale. Il film solleva l’affascinante questione intellettuale legata alla “tragedia dell’oblio storico” delle donne vicine ai grandi geni, ma Gadot non riesce mai a trasmettere la profondità o il dolore necessari, riducendosi a mera funzione narrativa.
  • John Malkovich interpreta il boss Joe Black rimanendo quasi immobilizzato sulla sua sedia, ma dispensando battute con la sua classica, magnetica flemma “Malkovichiana”.
  • I Cammei: Lasciano stupefatti le apparizioni secondarie. Un barbuto Martin Scorsese interpreta Isaiah, un vecchio prete e mentore che offre consigli spirituali a Dante; Al Pacino compare per venti minuti all’inizio del film nei panni di una figura chiave per poi sparire definitivamente dalla narrazione; mentre Jason Momoa si diverte a interpretare Rosario, un imponente e feroce sicario italiano che tallona i protagonisti per vendicare il massacro della sua famiglia.

Il paradosso strutturale: La Mano di Dante soffre della classica colpa d’origini del cinema d’autore più autoreferenziale: confonde la vastità dei temi con la reale profondità della loro trattazione. Schnabel ci dice continuamente che stiamo assistendo a riflessioni epocali sulla spiritualità e sul prezzo dell’arte, ma la sceneggiatura fatica a mostrarcelo attraverso i fatti.

Un Treno in Corsa Incontrollabile: Commedia Nera o Dramma Pomposo?

Il vero problema del film risiede nella gestione del tono e del ritmo, specialmente nella seconda metà dell’opera. Nei primi due terzi, il mix combustibile di cinismo della malavita e alta cultura funziona sorprendentemente bene. Le scene iniziali (come la discussione tra Louie e Nick davanti a un vero Rembrandt appeso nell’ufficio del boss) sono pervase da un umorismo nero graffiante, deliberato e irresistibile. Ci si diverte proprio perché il film si rifiuta di prendersi troppo sul serio.

Tuttavia, nell’ultima parte l’energia propulsiva viene meno. È come se Schnabel sentisse il bisogno di “pagare il conto” di tutta quella divertente immoralità, virando bruscamente verso una pomposa e solenne fantasia romantico-sentimentale. Qui la narrazione si sfilaccia: i nodi della trama noir vengono sciolti in modo sbrigativo e i dialoghi si rifugiano in astratti monologhi sul genio letterario e sulla natura dell’eternità.

Verdetto: Un Disastro Affascinante da non Perdere

La Mano di Dante è un film profondamente imperfetto, se non addirittura strutturalmente “sbagliato”. È pretenzioso, sovraesteso e spesso privo di una reale coerenza drammatica.

Eppure, è del tutto impossibile definirlo un film noioso. È un’opera che pulsa di una vitalità caotica, sorretta da una fotografia magistrale e da un Gerard Butler in stato di grazia. Non è un film da guardare con un approccio accademico o con la pretesa di assistere a un thriller lineare; va vissuto come una bizzarra attrazione da baraccone d’autore, un esperimento folle e coraggioso che preferisce fallire magnificamente piuttosto che assestarsi nella mediocrità. Un magnifico deragliamento ferroviario che merita di essere visto, se non altro per l’audacia con cui decide di schiantarsi.

LA MANO DI DANTE
6.5
VOTO 6.5
Fantastico! La performance sbalorditiva di Gerard Butler: L'audacia e la bellezza visiva L'impegno totale di Oscar Isaa
C'è di meglio! Sceneggiatura confusa e pretenziosa Un finale sfilacciato e sentimentale Personaggi secondari sacrificati
In Breve
Nonostante sia strutturalmente imperfetto, pretenzioso e privo di coerenza, La Mano di Dante non annoia mai. Grazie a una fotografia magistrale e all'ottima prova di Gerard Butler, il film si rivela un folle, caotico e coraggioso esperimento d'autore che preferisce fallire magnificamente anziché essere mediocre.
ARGOMENTI:In The Heand of DanteLa Mano di DanteNetflixOscar Isaac
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Figlio degli anni ‘80, orgogliosamente NERD! Appassionato di Pop Culture (specie se anni ’80 e ’90), Comics, Serie TV e Film. Collezionista compulsivo di Lego, Snapback e T-Shirt Nerd. Un giorno vorrei svegliami a Springfield e farmi una birra con Homer Simpson.
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