Cinema e fumetto, settima e nona arte, sono indissolubilmente legati: dagli storyboard alla scelta delle inquadrature, i due linguaggi hanno in comune numerosi aspetti ed elementi che confluiscono in un unico fine, quello di raccontare storie e parlare al pubblico di riferimento. La mia vita a 24 fotogrammi al secondo, primo graphic novel del maestro dell’animazione giapponese Rintarō, fonde questi due mondi tracciando la storia della sua vita dall’infanzia al successo. Se però il volume, un cartonato di grandi dimensioni edito da Bao Publishing, potrebbe sembrare come un’opera rivolta principalmente ai fan del regista, è bene ricredersi fin da subito e scoprire tutto ciò che questa storia ha da offrire.

Il Giappone del dopoguerra
Uno degli aspetti più interessanti del volume è il suo procedere mantenendo un forte focus narrativo sul Giappone post Seconda guerra mondiale. Rintarō, infatti, con l’espediente del flashback (durante la visione dei giornalieri di Metropolis, film animato del 2001) ricorda una frase tipica del padre – il cinema è un gioco di luci e ombre – da cui comincia il viaggio che guida il lettore non solo alla scoperta di questa espressione, ma di tutto un mondo legato proprio al cinema nel senso più intimo e familiare del termine.

Nel Giappone rurale del 1945, il giovanissimo Shigeyuki Hayashi (vero nome di Rintarō), ad appena 4 anni, viene avvicinato dal padre al mondo dell’arte, con dei libri illustrati sul teatro contemporaneo. Il padre, colui che farà germogliare nel giovane Shigeyuki la passione per l’arte, sarà anche la figura che avvicinerà Rintarō al mondo del cinema, sogno condiviso ma mai realizzato dal primo, anche a causa del sopraggiungere della famiglia e della guerra. In questo particolare contesto si nota la struttura della biografia: allo stesso tempo racconto personale e spaccato sociale di un popolo e di una nazione in un periodo difficile.
Una biografia “professionale”
A spiccare nell’aspetto biografico del volume, è la scelta di Rintarō di focalizzare il suo racconto all’ambito prettamente lavorativo: il lettore viene guidato in tanti momenti pivotali della carriera dell’autore, e dell’animazione giapponese, vedendo su pagina mostri sacri come Osamu Tezuka, che darà vita al suo studio di animazione e assumerà il giovane Rintarō, e Katsuhiro Ōtomo (autore anche della prefazione), mangaka con cui Rintarō ha collaborato più volte. In questo affastellarsi di momenti e situazioni vediamo un dietro le quinte unico: il funzionamento di uno studio d’animazione, le scelte e i compromessi fatti (la scelta del tipo di animazione o di rivolgersi a studi esterni per animare specifiche scene ad esempio), il lavoro di sceneggiatura e di creazione e, aspetto questo condiviso con il mondo dei manga, l’estenuante lavoro di produzione che sfibrava letteralmente i membri dello studio e lo stesso Rintarō. Cosa manca quindi a questo racconto? Una buona fetta dell’aspetto più intimo e personale di Rintarō stesso. Se infatti l’autore si apre, più volte durante il graphic novel, sulla sua situazione familiare durante l’infanzia e sul rapporto con la famiglia (soprattutto il padre), a restare volutamente esclusa è la sua vita privata: solo in sparute vignette Rintarō menziona che tra un lavoro e l’altro ha avuto una frequentazione, poi una famiglia e addirittura dei figli. Tutte citazioni en passant che danno un minimo di contesto alla vita privata del maestro senza però “distogliere” l’attenzione dal focus principale: la ricerca di una carriera nel cinema e la rincorsa dell’agognato sogno della regia di un film.

Il viaggio di Rintarō
Questo racconto, in cui l’esperienza personale si sovrappone quasi a quella professionale, ci fornisce una finestra non solo sulla nascita dell’animazione giapponese, ma anche sulla rinascita del Giappone nel secondo dopoguerra. Rintarō decide di chiudere il racconto proprio soffermandosi su Metropolis, opera maestosa dell’animazione giapponese tratta da un manga proprio di Tezuka, che chiude il cerchio e gli permette di coronare il sogno di essere non solo regista (traguardo già raggiunto nel 1979 con la regia di Galaxy Express 999), ma di adattare un’opera del Dio dei Manga, con cui aveva lavorato fianco a fianco per diversi anni.
Il lavoro su questo film, mastodontico e durato diversi anni, restituisce non solo la cifra stilistica di Rintarō ma, soprattutto, la passione per un mestiere che soprattutto nella sua fase pioneristica era estremamente logorante.
L’estetica del fotogramma
Nonostante tutto ruoti attorno alla vita dell’autore, all’animazione giapponese e in parte anche al manga (Rintarō scrisse sceneggiature di manga con l’avvento del Gekiga, il manga indirizzato a un pubblico adulto nelle nuove librerie a noleggio che spopolavano in Giappone dagli anni ’60 in poi), La mia vita a 24 fotogrammi al secondo ha una natura a cavallo tra il mondo orientale e occidentale. Il manga, curato da un editore francese, oltre ad avere un’impaginazione occidentale, presenta una struttura che rappresenta la fusione di più culture. Se infatti le tavole di Rintarō sono spiccatamente giapponesi, con un tratto che unisce l’attenzione dei dettagli dei mangaka moderni alla rappresentazione di personaggi più semplice e lineare dello stesso Tezuka, a ciò si aggiunge una griglia e un’impostazione della pagina prettamente occidentale, molto vicina alla bande dessinée e senza tutte le ricche onomatopee proprie dei manga. Il risultato è un particolare mix che strizza l’occhio a entrambi i mondi mantenendo una forte identità personale.

Tutto è personale
La mia vita a 24 fotogrammi al secondo è una biografia essenziale, sfaccettata e capace di portare il lettore a spasso tra epoche e mondi ormai impensabili. Rintarō sceglie un modo per certi versi anomalo di approcciarsi al racconto, ma rimanendo sempre accattivante e in grado di narrare la sua storia alle sue condizioni. Chi si aspetta un racconto “umano” della persona dietro il regista potrebbe restare parzialmente deluso, perché la vita di Rintarō intesa in quest’opera è un tutt’uno con l’animazione giapponese, nata e cresciuta insieme a lui, e al cineasta è indissolubilmente legata.
Il viaggio intrapreso potrà inizialmente sembrare fuorviante, ma a fine corsa il piacere di scoperta e di meraviglia che viene restituito al lettore è incommensurabile, rendendo il primo graphic novel di Rintarō un grande volume capace di parlare a un pubblico variegato.





