Domenica 29 giugno abbiamo avuto il piacere di partecipare a un’evento organizzato dalla libreria Librando-Libri in movimento di Gallarate: la maratona di lettura di un romanzo eccezionale, La schiuma dei giorni di Boris Vian, tradotto da Gianni Turchetta per Marcos y Marcos.

Trama
Colin è un giovane parigino ricco e annoiato. Passa il tempo dedicandosi a ricette inverosimili, strimpellando bizzarri strumenti di sua invenzione, bighellonando con Chick – il suo migliore amico – un ingegnere spiantato e sperperone che ha uno strano pallino: collezionare le opere di Jean-Sol Partre.
Poi, nella vita del signorino entra, in modo esplosivo, l’amore.
L’incontro con la bella Chloé è un colpo di fulmine: decidono di sposarsi nel giro di pochi giorni.
Per la cerimonia nuziale, Colin non bada a spese: ingaggia un Arcivettovo, settantatré musicisti, quattordici Figli della Fede e due pederasti d’onore. Nella chiesa, ridipinta di fresco a strisce gialle e viola, entrano anche le nuvole, profumate di coriandolo e di erbe di montagna.
Gli sposini si imbarcano in un lungo e stralunato viaggio di nozze nel Sud della Francia, scortati dal cuoco di Colin, Nicolas.
Al ritorno dal viaggio, Chloé si ammala. Nei suoi polmoni si annida un male terribile, fatica a respirare. Mentre il tempo va sempre più veloce, e l’appartamento dove vivono, inizialmente di dimensioni faraoniche, si fa sempre più stretto…
“Là dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano dall’oscurità, si urtavano nel chiarore, e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo.”
Recensione
Leggere La schiuma dei giorni tutto d’un fiato, nell’arco di poche ore, è stata un’esperienza che difficilmente si dimentica: un gruppo di lettori, le loro voci che si alternano, tra chi segue con attenzione il testo e chi dipinge o ricama, in un luogo accogliente e di condivisione, dove il tempo è parso quasi fermarsi.
Il mondo narrato da Boris Vian, così bizzarro e surreale, è ricchissimo di giochi di parole (che complicano non poco la traduzione) che coinvolgono anche i nomi dei personaggi: Jean-Sol Partre è in realtà uno dei più importanti autori francesi del Novecento, Jean-Paul Sartre; pilastro dell’esistenzialismo, citato più volte nel romanzo, così come la sua compagna Simone de Beauvoir, che nel libro diventa la duchessa de Bovouard. In ogni pagina il confine tra realtà e fantasia è molto labile. Qui ci sono pianoforti che preparano cocktail al tocco dei tasti, le nuvole profumate nascondono gli innamorati, le case mutano forma in base alla musica e alle emozioni di chi le abita. Ma è anche un mondo molto crudo e crudele, dove chi non ha dobloncioni da parte fatica a sopravvivere, schiacciato da lavori impossibili, assurdi e logoranti, che non di rado portano alla morte. Sotto l’apparente racconto surreale e magico, si nascondono quindi tematiche di peso che non passano inosservate e che, per l’epoca in cui è stato scritto, dimostrano un ardire non da poco.
Il romanzo venne pubblicato la prima volta nel 1947, ma non ottenne successo: lo stile di Boris Vian era per l’appunto considerato bizzarro e la storia narrata troppo lontana dalla realtà, troppo sopra le righe. Vian era però un artista a tutto tondo: pittore, scrittore, poeta e drammaturgo, era anche un musicista di talento innamorato della musica jazz. Questa passione si riflette anche nella sua opera, che è costellata di riferimenti a questo genere musicale, con brani soprattutto del compositore statunitense Duke Ellington.
Si dice che questo sia il più straziante fra i romanzi d’amore contemporanei e la storia che racconta, con uno stile di un’originalità unica, è in effetti tragica, ma anche straordinariamente divertente. Il protagonista è un giovane, Colin, che conduce una vita di agi, ama il jazz e disprezza il lavoro che ritiene degradante. Nella prima parte del romanzo le sue giornate sono piene di colori, spensierate e gaie, divise tra le cene con l’amico Chick, collezionista delle opere del filosofo Jean-Sol Partre, e la ricerca spassionata dell’amore. Vive con il suo cuoco Nicolas in una casa spaziosa e piena di luce, dove due topolini domestici gli tengono compagnia e la musica jazz riempie l’aria.
Ma ciò che Colin anela più di tutto è l’amore: lo trova in Chloé, una giovane fanciulla che porta il nome di una canzone (ovviamente) di Duke Ellington. Un amore fresco e travolgente che li conduce a un matrimonio sfarzoso dopo pochi giorni dal loro incontro. Ma Chloé, dopo il viaggio di nozze, si ammala gravemente. A questo punto inizia la seconda parte del romanzo e l’atmosfera cambia totalmente, pur mantenendo lo stesso registro stilistico, dato che il romanzo, con una coerenza straordinaria, non perde la sua comicità nemmeno nei momenti più tragici, che regalano scene suggestive e poetiche pur nella loro crudezza.
Quindi se la prima parte è movimentata, eccentrica all’estremo e gioiosa, con il peggiorare della malattia di Chloé tutto cambia e la vita spensierata dei protagonisti inizia a crollare: la casa di Colin diventa di giorno in giorno sempre più angusta e buia, il sole non riesce più a passare attraverso i vetri e quadri e tappeti perdono i loro colori; l’ossessione di Chick prende il controllo totale della sua vita, rovinando anche la relazione con la fidanzata Alise; e Colin spende tutti i suoi averi nel disperato tentativo di salvare Chloé. L’unica cura possibile è infatti molto costosa: la giovane deve essere costantemente circondata di fiori freschi, per soffocare la ninfea che le sta crescendo nei polmoni. Ma Colin è disposto a tutto pur di salvarla, la morte di Chloé è per lui inconcepibile, anche se, di morti, il romanzo ne è pieno: chi cade alla pista di pattinaggio viene semplicemente portato via, gli operai morti sul lavoro sono sostituiti in un batter d’occhio e se anche capita di uccidere qualcuno, poco male. Il mondo colorato di Colin non ha spazio per la morte, finché non capisce, a carissimo prezzo, che la vita è fragile come la schiuma e che la morte è inevitabile.
Insomma, in questo romanzo surreale, malinconico e a tratti inquietante, Boris Vian si diverte a reinventare tutto: parole nuove, ricette assurde, mondi impossibili, rompendo le regole e le convenzioni, ma allo stesso tempo ci racconta una storia d’amore che somiglia a tante altre.
Un romanzo ricco e sorprendente, da leggere con il cuore e la mente spalancati, e che ha il ritmo della musica jazz.
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L’Autore
Musica e letteratura erano di casa, nella famiglia di Boris Vian, che compone le prime canzonette da bambino, a undici anni suona la tromba a meraviglia e mette su un complessino con fratelli e amici. Diciannovenne, sbarca nella magica Parigi degli anni Cinquanta e apre un locale che accoglie celebrità dell’arte e dell’esistenzialismo. Traduce Chandler, Strindberg e Nelson Algren, scrive canzoni e pièce teatrali, articoli di jazz, teatro e varietà. Si laurea in ingegneria cartaria, si sposa, si risposa e riesce perfino a pubblicare con Gallimard, grazie a Raymond Queneau. Ma i suoi romanzi, seri, surreali e struggenti, sono un fiasco. “Lo strappacuore”, “La schiuma dei giorni” e “Autunno a Pechino” vendono poche centinaia di copie. Celebrità e grande scandalo gli verranno invece da un crudelissimo pulp a sfondo erotico, scritto per scommessa e sotto pseudonimo: “Sputerò sulle vostre tombe”. Muore a trentanove anni, stroncato da un infarto durante l’anteprima cinematografica di “Sputerò sulle vostre tombe”. Il film tratto dalla Schiuma dei giorni, invece, è uscito nel 2013 con la regia di Michel Gondry.



