La scena finale che vede protagonisti Daemon Targaryen e Rhaenyra Targaryen durante l’avanzata verso la Sala del Trono di Approdo del Re rappresenta uno dei momenti più carichi di tensione politica e simbolica dell’intera narrazione. In un contesto di guerra civile ormai aperta, ogni gesto, ogni esitazione e ogni scelta di schieramento diventa una dichiarazione definitiva.
La Sala del Trono come teatro della storia
La Sala del Trono non è mai stata un semplice luogo di potere: è il cuore ideologico del regno, il punto in cui la legittimità si manifesta e si spezza. In questa sequenza, la presenza delle ultime guardie fedeli ai Verdi tra cui figure come Ser Rickard Thorne sottolinea la frattura ormai insanabile tra le fazioni, se da un lato c’è la decisione di Alicent Hightower di garantire la deposizione delle armi da parte della guarnigione della Fortezza Rossa sembra voler evitare un massacro finale, dall’altro la fedeltà personale ad Aegon II e Aemond Targaryen spinge alcuni uomini a prepararsi a combattere fino alla morte, trasformando il trono in un campo di ultima resistenza.
L’attimo della svolta: l’arrivo delle Cappe Dorate
È in questo momento che la scena cambia tono e significato, da una situazione di apparente inferiorità numerica per Daemon e Rhaenyra si passa a un ribaltamento improvviso e decisivo, l’arrivo delle Cappe Dorate.
Le guardie cittadine di Approdo del Re, simbolo del controllo urbano e dell’autorità del trono, si schierano con Rhaenyra, guidare la guarnigione c’è Luthor Largent, figura chiave che aggiunge un livello ulteriore di complessità emotiva e politica alla scena, e dettaglio narrativo più potente è proprio questo, Largent era stato nominato anni prima proprio da Daemon Targaryen, suo ex Lord Comandante, in un momento in cui le alleanze erano ancora fluide e il futuro del regno non era scritto, Il cerchio si chiude in modo quasi tragico con un gesto del passato ritorna nel presente come decisione fatale.
Il richiamo a Ned Stark e la lezione di Game of Thrones
Il parallelismo con Game of Thrones è sottile, evidente e probabilmente voluto.
La Sala del Trono è la stessa in cui Ned Stark affronta Joffrey e Cersei, convinto che la Guardia Cittadina lo avrebbe sostenuto nella sua accusa di illegittimità, ma in quel caso, le Cappe Dorate, comandate da Janos Slynt (segretamente al servizio di Cersei e Ditocorto) si rivelano strumento del potere consolidato, tradendo ogni aspettativa e arrestando Ned come traditore.
Qui invece avviene l’opposto: la stessa istituzione che un tempo rappresentava la rigidità del potere reale diventa vettore di cambiamento, non è più il trono a controllare le Cappe Dorate, ma le Cappe Dorate a decidere quale trono riconoscere, ricordando la stima e il rispetto per il loro ex Comandante.
Un tema centrale: la lealtà non è mai statica
Ciò che rende questa sequenza particolarmente significativa è la riflessione sulla natura della lealtà, in entrambi gli scenari, sia quello di Ned Stark e quello di Rhaenyra, la Guardia Cittadina non è mai neutrale, è uno specchio della politica, dei rapporti di forza e delle paure individuali.
La differenza sta nel contesto storico e nel grado di controllo esercitato dalle fazioni, dove Ned trovava una città già consolidata sotto il controllo dei Lannister, Rhaenyra affronta una capitale ancora instabile, dove le fedeltà possono cambiare nel momento decisivo.
Conclusione: il potere come narrazione che si riscrive
La scena delle Cappe Dorate non è solo un colpo di teatro ma una dichiarazione tematica: il potere non è mai assoluto, e la sua legittimità vive nella percezione di chi detiene la forza armata nel momento presente.
In questo senso, House of the Dragon non si limita a citare Game of Thrones: ne rielabora i simboli, li capovolge e li restituisce allo spettatore sotto una nuova luce, e proprio in quel ribaltamento si trova il suo punto più alto di maturità narrativa.



