Locked – In Trappola (remake del film argentino 4×4, del 2019) vede protagonista Eddie, un Bill Skarsgård squattrinato che non paga gli alimenti per la figlia e incapace di tenersi un lavoro. Un giovane sbruffone dai principi non esattamente inamovibili, che trascura la figlia anche se le vuole bene, il cui desiderio di rimettersi in carreggiata è più debole della pigrizia e della testa calda che lo porta a prendere decisioni sbagliate.
È un giorno come tanti altri, e Eddie ha un immediato bisogno di contanti quando si trova di fronte ad un SUV di lusso, parcheggiato in una zona insolita. Non resistendo alla tentazione vi si introduce, ma dopo essersi guardato brevemente in giro decide che è il momento di uscire. C’è un solo problema: le portiere sono bloccate.
È così che inizia per Eddie il viaggio nella macchina dell’orrore, prigioniero del proprietario del veicolo, un anziano molto ricco deciso a farsi giustizia da solo.
“Mi hanno aperto la macchina sette volte, e la polizia non ha mai potuto fare niente”, queste solo le parole della mente dietro la trappola, pronunciate dalla voce esperta di Anthony Hopkins.
Il film diventa un thriller psicologico, un angosciante spunto di riflessione sul nostro mondo, sulla giustizia, sulle differenze sociali e quella tra “giusto” e “sbagliato”. Fino a che punto ci si può spingere? Fino a che punto si ha ancora il diritto di essere perdonati?
Fa quasi impressione vedere due volti così legati al mondo dell’horror a confronto, legati da una gara ideologica e mentale. Il personaggio di Hopkins si innalza a Dio, giustiziere, giudice, essere invisibile e onnipotente (di lui sentiamo esclusivamente la voce per quasi tutto il film), in grado di decidere del futuro di un essere umano, in grado di deciderne le sorti e di fargli provare la morsa dell’inferno, o il sollievo del paradiso.
L’anziano è un uomo molto ricco che si è fatto da solo, che si è guadagnato la sua ricchezza con il sudore e la vita non gli restituito molte fortune, oltre alla ricchezza. Il mondo è un luogo in cui la meritocrazia non sempre vince la corruzione e la pigrizia, in cui ricchi e poveri sono in continua guerra, incapaci di comprendersi gli uni con gli altri. I giusti non vengono premiati e gli ingiusti la fanno franca; le forze dell’ordine non aiutano i deboli e chi si trova in fondo alla catena alimentare non può far altro che vivere una vita misera, cercando di arrabattarsi come può, in cerca di un sollievo momentaneo.
Il film è quasi interamente ambientato all’interno del SUV, veicolato unicamente dai dialoghi dei due, che parlano al telefono attraverso la connessione della macchina. Non è certo la prima volta che vediamo un’impostazione registica simile, anzi (non solo il film è un remake, come accennato, ma possiamo ricordare esperimenti riusciti come Locke, 2013, o meno riusciti, come In trappola – Don’t Get Out, 2018);eppure, il film funziona, e in un modo un po’ inaspettato.
Il microcosmo e il meta-cinema

Protagonista assoluto della storia è Bill Skarsgård, del quale vediamo costantemente il volto in preda alla disperazione, ai bisogni fisici, al pentimento e alla rabbia. Avrebbe tutte le carte in regola per essere un film estremamente claustrofobico, ma negli intenti non lo è affatto, e il regista riesce nel suo intento. Proprio come William (Anthony Hopkins) diventa una sorta di divinità, presente ma impercepibile, così il SUV si trasforma in una sorta di microcosmo, una rappresentazione del nostro mondo e delle sue crudeli dinamiche. Eddie è tutti noi, è l’umanità che decade davanti ai nostri occhi, trovando scuse per giustificare se’ stessa, cercando un senso di colpa assente da tempo.
Quello all’interno della macchina è un piccolo mondo, come quello che vediamo rappresentato sullo schermo: il SUV è metafora della camera cinematografica, una lente che circoscrive la realtà e ci permette di dare uno sguardo alla nostra realtà, racchiusa in uno spazio che diventa quindi meta-cinematografico: il cinema che parla di come lavora il cinema.
Anche se tutte le vicende si svolgono all’interno dell’auto, inoltre, vediamo spesso lo spazio al di fuori di essa, un ambiente che non ci dà alcun sollievo: ciò che troviamo per le strade è la realtà che i due stanno narrando all’interno del veicolo; i giusti non sempre trionfano, e i delinquenti non sempre pagano le conseguenze. Vediamo e conosciamo l’ipocrisia, l’ingiustizia, la bruttezza, la povertà, persino il consumismo, di cui il cartellone pubblicitario appena fuori dal SUV si fa portavoce, facendosi anche beffe dell’affamato Eddie, dinamica emblema di un sistema che nutre i ricchi più del necessario, lasciando i più deboli a morire di fame.
Generazioni a confronto
La differenza di età tra William e Eddie è una parte fondamentale dei discorsi che vengono proposti allo spettatore. Quelle che vediamo sono due generazioni a confronto, cresciute in momenti storici profondamente diversi, probabilmente luoghi diversi e diverse opportunità. Eppure, una delle due crede che questo non sia importante, che si può diventare persone decenti e di successo indipendentemente dal contesto da cui si proviene. Eppure…eppure è William il più crudele dei due. Abbiamo di fronte un rapporto quasi genitoriale, tra un padre che cerca di insegnare una lezione e un figlio che pensa che il suo vecchio sia rimasto troppo indietro coi tempi per poter elargire consigli. Cosa sta lasciando la sua generazione? E in che modo quelle nuove sono migliori, ammesso che lo siamo?
Il personaggio di Hopkins è in fondo un uomo solo, bisognoso di parlare, di colmare un vuoto, che, in preda ad una disperazione tutta sua, è convinto di vedere il mondo in modo più lucido che mai. Ma dov’è il limite? Forse è l’idea di non avere niente da perdere a rendere l’uomo privo di remore e umanità? Fino a che punto il dolore giustifica le nostre azioni?
Questo film è decisamente più ambizioso di quanto sembri, racchiude in un’auto il mondo, i problemi sociali che lo affliggono e i drammi interiori che ognuno di noi si ritrova ad affrontare. Con un budget limitato sono riusciti a realizzare un thriller dai toni drammatici, che parla chiaro e ci offre tanti spunti di riflessione. Verso la fine le vicende tendono ad essere esagerate e i discorsi tra loro risultano talvolta ridondanti, ma il regista non ha abusato del nostro tempo, e gli attori, non serve nemmeno dirlo, sono eccezionali.
È un film dai toni crudi, vediamo nel dettaglio i bisogni fisiologici di Eddie e riusciamo ad immedesimarci nel dramma che lo sta colpendo, nell’angoscia che deriva dall’impotenza. Tutto ciò che potrebbe sembrare esagerato o inverosimile è reso in modo tale da smentirci ripetutamente.
Il film di Yarovesky non ci sconvolge, non è certo un capolavoro, ha i suoi difetti: la fotografia, ad esempio, spesso lascia un po’ a desiderare. Le inquadrature risultano ripetitive e fondali sono poco curati.
Tuttavia, lo script ci fa riflettere ulteriormente su quelle questioni che tanto turbano tutti noi, in questi ultimi anni più che mai. Non offre un vero e proprio sollievo dall’angoscia, ma ci aiuta a sentirci parte di una realtà condivisa, imperfetta e crudele, sì, ma reale. Ci vengono offerti tanti spunti di riflessione e ci invita a prendere in considerazione diversi punti di vista. Convinti e abituati a convivere con la nostra condizione, dimentichiamo troppo spesso che esiste l’altro lato della medaglia. Dimentichiamo l’empatia, di immedesimarci nell’altro: dimentichiamo di non dare per scontata la nostra ragione e il torto dell’altro. Le vicende di Eddie portano all’estremo questa dinamica.
Con il protagonista, viviamo l’angoscia dei nostri peccati chiedendoci se potremo essere salvati, pentendoci solo quando ne intravediamo le maligne conseguenze. E cosa c’è di più umano di questo?


