Cosa faresti se potessi premere il tasto “pausa” sul tempo e tornare all’ultimo momento in cui il mondo ti è sembrato reale? Magari a quegli anni Novanta in cui internet era ancora una terra promessa, un West selvaggio fatto di forum amatoriali, modem 56k che gracchiavano e l’illusione che il futuro fosse una pagina bianca da scrivere?
Con Backroom (Nutrimenti, 2026), Eleonora Caruso firma un romanzo ipnotico e spietato che non usa la tecnologia come un semplice sfondo, ma come una vera e propria lente di ingrandimento sulla nostra identità. E, ve lo diciamo subito, il risultato è una di quelle letture che vi rimarranno appiccicate addosso per un bel pezzo.

Trama
Il protagonista di questa storia nasce negli anni ’90 quando tutti hanno fiducia nel futuro, tranne lui.
I genitori si sforzano di capirlo, ma in fondo si vergognano di quel figlio che riempie quaderni in una lingua sconosciuta, che rifiuta il contatto fisico, che disprezza le persone, che ha crisi di rabbia violente. L’unico luogo in cui si sente bene è “La Stanza”, spazio mentale abitato da voci, in cui nessun altro può avere accesso. Ama la Televisione come una madre e considera la Rete un’entità vivente, l’unica possibilità di salvezza per l’umanità.
Con la fine del millennio finisce a lavorare per una piattaforma come moderatore di contenuti, ogni giorno guarda centinaia di video di violenze e orrori, con il sacro compito di “salvare internet”, come recita ossessivamente lo slogan aziendale. È una discesa negli abissi dell’umanità, dalla quale riemerge con una missione finalmente degna di lui: salvare la sua generazione riportandola negli anni ’90.
Attorno a lui si radunano sempre più millennial disillusi, spaventati dal presente e privi di futuro. Si isolano in un vecchio baglio siciliano, e costruiscono una comunità dove il tempo si è fermato di cui lui è il centro assoluto. Anche lì, però, qualcosa rischia di incrinare il suo equilibrio.
È di questo che dovremmo preoccuparci. Non che le macchine diventino più intelligenti di noi, ma che noi diventiamo più stupidi di loro.
“Backroom” di Eleonora C. Caruso
Recensione
La premessa di Backroom è di quelle che catturano all’istante. Il protagonista, reduce da un’esperienza lavorativa devastante come moderatore di contenuti online, decide che “questo” presente non fa più per lui. Consumato da quello che ha visto negli abissi del web, sviluppa un’ossessione: ricostruire gli anni Novanta.
Fonda così una vera e propria comune in un vecchio baglio siciliano, radunando una manciata di millennial stanchi, disillusi e terrorizzati dal futuro. La regola? Una sola, rigidissima: vivere come se fossimo fermi all’ultimo decennio del secolo scorso. Niente smartphone, niente social moderni, solo l’estetica e i ritmi di un’epoca analogica o primordiale-digitale che sembrava promettere libertà, prima che gli algoritmi e la performance costante trasformassero la Rete in una gabbia dorata.
⚠️ ATTENZIONE (Trigger Warning): Backroom non ha paura di sporcarsi le mani. Il romanzo affronta in modo diretto e psicologicamente brutale il trauma della moderazione dei contenuti web. Alcuni passaggi descrivono con cruda precisione la violenza e l’orrore grafico che il protagonista deve filtrare ogni giorno. Una parte di lettura decisamente disturbante, consigliata a chi ha lo stomaco forte.
Quel “Tu” che ti cattura
Il vero colpo di genio della Caruso sta nella forma, anche se – ed è giusto metterlo in chiaro – si tratta di una scelta stilistica polarizzante che potrebbe non piacere a tutti: il romanzo è interamente scritto in seconda persona singolare.
Questo “tu” costante non è un semplice esercizio di stile, ma una trappola empatica. Leggendo, non state solo osservando la discesa all’inferno di qualcun altro; quel “tu” vi sbatte dritti davanti al monitor del moderatore, vi costringe a subire i pixel dell’orrore quotidiano e vi trascina a forza dentro le mura claustrofobiche del baglio siciliano. È un espediente narrativo incredibilmente immersivo, capace di ricreare la stessa dipendenza psicologica e lo stesso senso di interpellanza continua che proviamo ogni volta che sblocchiamo lo schermo del telefono. Certo, è un patto di lettura esigente: chi preferisce una narrazione più tradizionale e distaccata potrebbe trovare questo continuo puntare il dito troppo artificiale, pressante o faticoso a lungo andare.
Oltre la nostalgia pop: un’autopsia generazionale
In un mercato saturo di operazioni nostalgia un tanto al chilo, Backroom fa l’esatto opposto: decostruisce l’effetto amarcord. Gli anni Novanta della Caruso non sono una cartolina felice o un trend di TikTok. Diventano invece il sintomo di una malattia, l’incapacità cronica di una generazione (quella dei millennial) di abitare e accettare il presente.
L’autrice ha una penna affilatissima, precisa e chirurgica. Riesce a trasformare concetti complessi come la gentrificazione digitale, la mercificazione dei sentimenti e il dominio degli algoritmi in immagini vivide, spettrali e poetiche al tempo stesso. Più che criticare lo strumento-Internet, Backroom scava dentro di noi, mostrandoci quello che abbiamo proiettato nella Rete: il nostro disperato bisogno di essere visti e di appartenere a qualcosa.
Backroom è un’opera ambiziosa, sporca e maledettamente magnetica. Eleonora Caruso si conferma una delle firme più originali della nostra narrativa, confezionando un libro che parla a chiunque sia cresciuto sentendo il rumore del modem a 56k, ma che in realtà interroga chiunque viva nel presente. Un viaggio disturbante, claustrofobico e bellissimo nella nostra memoria collettiva.
Se siete pronti a guardare dentro l’abisso (e a farvi guardare a vostra volta), non lasciatevelo sfuggire.
Lo trovate QUI.
L’Autrice
Eleonora C. Caruso ha esordito con Comunque vada non importa (Indiana, 2012), celebrato dalla critica come uno dei migliori esordi degli anni Dieci. Per Mondadori ha pubblicato Le ferite originali (2018), diventato un fenomeno del booktok nel 2022, Tutto chiuso tranne il cielo (2019) e Doveva essere il nostro momento (2023). Ha scritto anche la serie a fumetti Simulacri per Sergio Bonelli Editore e la graphic novel Sangue per Bao Publishing. Insegna scrittura alla Scuola Holden di Torino.



