Il caffè è, soprattutto per noi italiani, prima che una bevanda un vero e proprio rito: immancabile per cominciare la giornata ed elemento di convivialità da condividere ovunque, con i colleghi a lavoro o anche per fare un semplice “break” e ingannare l’attesa. L’ora del caffè di Tetsuya Toyoda, edito in Italia da Bao Publishing, immagina e intassella diverse situazioni e protagonisti in cui l’unica costante onnipresente è proprio lui: il caffè.

Tante varietà, una grande miscela
L’opera di Toyoda presenta diciassette storie brevi di dodici pagine ciascuna, in cui il caffè è l’elemento attraverso cui ruotano e si sviluppano vicende e generi dei più variegati. Si passa da storie più comiche, come quelle legate al regista italo-giapponese (Whatever I Want), a storie più introspettive (Ribes), con virate anche in contesti ai limiti del distopico/fantascientifico (Lost in the flood e Lo scienziato bugiardo) e del surrealismo (Giraffe). In questo insieme eterogeneo Toyoda racconta le più disparate vicende umane, usando l’amata bevanda come pretesto o elemento di raccordo che permette lo sviluppo della storia. Ad esempio, in Ribes, una ragazza raggiunge casa della zia mentre quest’ultima è intenta a separare dei chicchi di caffè per tostarli, e questa operazione a cui si aggiungerà anche la nipote diventa la scintilla che innesca un dialogo a cuore aperto tra le due.

Se all’inizio la premessa può sembrare quasi impossibile da realizzare, Toyoda mostra abilmente come non solo il caffè possa essere utilizzato in svariati generi, ma come da un semplice gesto o rito quotidiano possano scaturire avventure e situazioni originali e inaspettate. In Hate to see you go, uno stallo tra due criminali facenti parte di uno stesso clan viene momentaneamente interrotto dall’idea di prendersi un caffè: in una manciata di pagine veniamo quindi a conoscenza del vissuto che lega entrambi i personaggi, di ciò che li unisce e anche cosa li ha portati in questa scomoda situazione. Il viale dei ricordi viene intrapreso proprio grazie all’aroma del caffè, che per un attimo porta i protagonisti a dimenticare i loro dissapori. Proprio quando il lettore sembra abituarsi e calarsi in un contesto e in un genere, ecco che la storia finisce e quella successiva risulta imprevedibile come quella appena letta. Subito dopo Hate to see you go, piccola perla noir, segue infatti Notte fonda +1, in cui il contesto è diametralmente opposto: qui Toyoda imbastisce una commedia rosa in cui una donna, dopo aver invitato il suo corteggiatore a casa per un caffè, si ritrova a fare i conti con la zia/babysitter adirata per il comportamento della nipote, in un’escalation comica travolgente e sorprendente.
L’ora fugace
A questa grande varietà narrativa si accompagna invece una omogeneità grafica: Toyoda lavora su ogni storia con uno stile costante e che non cambia a seconda del genere, con gabbie classiche e un tratto raffinato e ricco di dettagli. Il risultato aiuta il lettore nell’immersione e a creare l’idea che tutte le storie, in un certo senso, siano legate tra loro in qualche modo.
L’ora del caffè è una lettura affascinante, immediata ma non per questo superficiale. Seguendo il fil rouge del caffè ci affacciamo a storie e personaggi che si mostrano al lettore in pochissimo, giusto il tempo di bere l’amata bevanda e poi andare via. Ma è proprio quell’attimo che viene catturato a dare valore a ogni singola storia e a rendere interessante la lettura di questo piccolo gioiello.




