Dopo aver raccontato le sorelle e le amanti dei grandi compositori del passato, Rita Charbonnier torna in libreria con Signora Beethoven, pubblicato da Marcos y Marcos. Il romanzo è intenso e raffinato, e illumina una figura rimasta a lungo in ombra: Johanna van Beethoven, la donna che sposò il fratello del celebre compositore e che fu protagonista, malgrado, di uno dei conflitti più duraturi e laceranti della vita del maestro.
Con finezza narrativa e solida base documentaria, Charbonnier sceglie ancora una volta di restituire dignità e complessità a un personaggio femminile marginalizzato dalle cronache ufficiali, offrendoci una prospettiva intima e inedita su Ludwig van Beethoven. Il risultato è un ritratto vivido e toccante di Johanna van Beethoven, schiacciata da pregiudizi, voci malevole e da una lunga battaglia giudiziaria che l’ha marchiata per generazioni. Più che una semplice “moglie del fratello”, Johanna emerge qui come una donna complessa e determinata, vittima di un sistema familiare e sociale che l’ha a lungo condannata senza appello.

Trama
Signora Beethoven segue il percorso di Johanna Reiss, giovane donna che sposa Caspar Anton Carl van Beethoven, fratello del compositore, e si trova catapultata nel cuore di una famiglia ingombrante e difficile. Ludwig, già affermato ma sempre più isolato a causa della sua sordità, nutre verso di lei un’antipatia viscerale e radicata, che affonda le radici in pregiudizi, paura dell’abbandono e un bisogno quasi patologico di controllo sulla vita del fratello.
Alla morte di Caspar, il conflitto tra Johanna e Ludwig esplode in tutta la sua forza: entrambi vogliono la tutela del giovane Carl figlio della coppia. La battaglia legale tra i due, durata anni, non è solo una questione di custodia: è lo specchio di un dolore profondo, di un amore familiare mai risolto e di una tensione morale tra la figura della madre “non all’altezza” e quella dell’artista che si crede, forse, l’unico in grado di educare alla grandezza.
Johanna, nel racconto di Charbonnier, non è la figura negativa descritta da parte della storiografia beethoveniana: è una donna reale, piena di sfumature, contraddizioni e forza. Una donna che, pur ferita e osteggiata, non si piega mai del tutto alla narrazione imposta dagli uomini.
“Qualche anno dopo sono proprio finita dietro le sbarre, ed è stato mio marito a incastrarmi. Il benamato Caspar Anton Carl van Beethoven.”
Recensione
La scrittura di Charbonnier è elegante, controllata, sensibile. La narrazione procede per scorci, momenti sospesi, dialoghi carichi di tensione. I capitoli sono brevi ma intensi, come piccoli movimenti di una sinfonia. Si alternano scene domestiche, frammenti epistolari e spaccati interiori che permettono di entrare nella mente di Johanna, senza mai tradirne il pudore.
“Caspar si trasformò in una bestia. Mi schiaffeggiò a ripetizione, quindi afferrò un coltellaccio e lo brandì ringhiando. Non mi aveva mai minacciata con un’arma e non credevo che l’avrebbe usata. Eravamo in cucina, agli estremi del tavolo, e io continuavo a dargli addosso, con le mani appoggiate sul pianale. Non mi accorsi che stava per sferrare il colpo. La lama mi trapassò una mano, per fortuna senza colpire le ossa. Ma si era conficcata nel mucchietto di carne tra il pollice e l’indice.”
Non c’è trionfalismo né melodramma: l’autrice lascia spazio al dubbio, alla complessità dei sentimenti, alla possibilità che la verità – tra i due contendenti – sia più sfumata di quanto la storia abbia fatto credere. Beethoven stesso, pur ritratto con lucidità nei suoi eccessi, emerge come figura tragica, umanissima, che cerca nell’arte una forma di redenzione e controllo che la vita gli nega.
“Il mio cuore era pieno di gratitudine. Il grande Beethoven aveva cominciato a fidarsi di me. Peccato che la cosa non sia durata a lungo.”
Il contesto viennese è tratteggiato con sobrietà, senza orpelli superflui: la musica non è mai semplice decorazione, ma parte viva del tessuto narrativo, elemento che unisce e divide, che consola ferisce.
“La cosa paradossale è che lui mi piaceva. Mi faceva quasi tenerezza. Le poche volte che lo avevo visto da vicino mi era parso tanto nervoso, non riusciva mai a star fermo del tutto. Picchiettava il pavimento con la suola della scarpa, sbatteva le palpebre, si arruffava la capigliatura ispida passandoci le dita. La sua pelle scura come quella di un contadino, era segnata dal vaiolo; la corporatura tozza, l’abbigliamento strapazzato. Mi commuoveva il fatto che un aspetto così poco attraente nascondesse un’anima così elevata.”
MATERNITÀ, GIUDIZIO E LIBERTÀ FEMMINILE
Oltre al ritratto di una figura dimenticata, Signora Beethoven parla di maternità: quella biologica, messa costantemente in discussione, e quella simbolica, rappresentata da chi si sente “salvatore” dell’infanzia altrui. Ma è anche un libro sulla libertà femminile, sul diritto di esistere al di là dello sguardo maschile, e sul bisogno di essere ascoltate in un mondo che parla spesso sopra le donne.
“Il testamento era stato manomesso nella parte per me più importante, l’unica che contasse: la frase ‘designo quale tutore di mio figlio, assieme a mia moglie Johanna van Beethoven, mio fratello Ludwig van Beethoven’. Sulle parole ‘assieme a mia moglie Johanna van Beethoven’ campeggiava un frego nero.”
La sordità di Beethoven, in questo senso, assume un significato ulteriore: non solo limite fisico, ma anche incapacità – o rifiuto – di ascoltare l’altro, soprattutto quando quell’altro non rientra nei propri schemi morali o affettivi.
“Fu una delle peggiori mattine della mia vita, nella mia casa irruppe un intero squadrone di gendarmi, uno dei quali brandiva un decreto secondo il quale il minore Carl van Beethoven doveva trasferirsi all’istante presso Ludwig van Beethoven, fratello di Caspar e unico tutore del minore stesso.”
“Spiegai a Carl, tentando di mostrarmi serena, che per qualche tempo avrebbe dimorato a casa dello zio; riuscii a presentargliela come una breve vacanza, convinta anch’io che si trattasse di una situazione temporanea”.
“Mi tornò alla memoria la bizzarra richiesta che aveva inoltrato al Magistrat, secondo la quale avremmo dovuto esercitare congiuntamente la tutela di Carl. Proprio come una coppia di genitori. Poi ricordai la lettera piena di improperi che aveva impressionato persino il Landrecht imperiale. L’acredine che Ludwig mi portava era anormale. Esagerata. Tale da indurre il sospetto che fosse una recita. Che i suoi veri sentimenti per me fossero diversi. Opposti. Che mi desiderasse.”
CHI RACCONTA LA STORIA? IL PUNTO DI VISTA CHE MANCAVA
Uno degli aspetti più potenti del romanzo è la sua capacità di mettere in discussione la narrazione dominante, chiedendosi con forza: chi ha il diritto di raccontare la storia? Per decenni, Johanna van Beethoven è rimasta ai margini del racconto ufficiale, ritratta come un ostacolo, una figura scomoda, spesso dipinta in modo riduttivo e moralistico. Attraverso una voce femminile consapevole e profonda, Charbonnier ribalta questo squilibrio e restituisce umanità e spessore a una donna che ha vissuto in un tempo ostile, senza mai rinunciare del tutto a difendere sé stessa e il proprio ruolo. Il romanzo non si limita a colmare una lacuna, ma compie un vero e proprio atto di giustizia narrativa, offrendo a Johanna l’occasione di esistere oltre le righe dei biografi di Ludwig. Il risultato è un racconto che mette a fuoco come la memoria storica possa essere selettiva e come certi silenzi, se non interrogati, possano diventare ingiustizie.
“Fui battezzata il 23 aprile del 1786 come Johanna Reiss e divenni Johanna van Beethoven l’ultima domenica di maggio dell’anno di grazia 1806”.
TONO SOBRIO, EMOZIONE PROFONDA: LA MISURA DI UNA SCRITTURA
Altro elemento che rende Signora Beethoven un’opera notevole è la sua capacità di commuovere senza cercare scorciatoie emotive. La prosa di Charbonnier è essenziale e mai fredda, attenta a trattenere il pathos, a suggerire piuttosto che dichiarare, lasciando che sia il lettore a raccogliere i frammenti di dolore, resistenza e dignità sparsi tra le pagine. Nonostante le ferite aperte – la morte, la perdita, le battaglie legali, la solitudine – il romanzo non cede mai al vittimismo né al melodramma. Tutto è calibrato, come una composizione musicale che conosce bene il valore del silenzio. È proprio questa misura a rendere la lettura intensa: l’autrice non costruisce eroine da romanzo, ma persone vere, fragili e contraddittorie. E proprio per questo più memorabili.
Potete trovare questo intenso e rivelatore libro QUI.
L’autrice
Rita Charbonnier è una scrittrice e sceneggiatrice italiana. Dopo gli studi musicali e teatrali, ha lavorato come autrice per la televisione e come giornalista culturale. Il suo debutto letterario è avvenuto nel 2004 con “La sorella di Mozart“, romanzo tradotto in numerose lingue, in cui già emergeva il suo interesse per figure storiche femminili trascurate o deformate dal racconto ufficiale. Nel corso della sua carriera ha continuato a esplorare, con sensibilità e rigore, i nodi profondi dell’identità, della memoria e della libertà femminile.
Con Signora Beethoven, pubblicato da Marcos y Marcos, Charbonnier torna a dar voce a una donna dimenticata dalla grande storia, costruendo un ritratto vibrante e umano che unisce ricerca storica, empatia narrativa e impegno civile.




Buongiorno, complimenti per questa bellissima recensione. Come ho già detto anche a Rita, credo che non si potesse descrivere meglio di così questo libro, tra l’altro ennesimo capolavoro. Questa recensione l’ho letta più volte e ogni volta ho trovato nuovi punti di vista che non avevo considerato e che mi fanno apprezzare ancora di più il libro. Devo confessare che prima di leggere il libro poco sapevo di Johanna e di tutte le traversie legali e non che ha dovuto affrontare, mentre Ludwig è sempre stato il mio massimo in fatto di musica classica. Riccardo Muti dice spesso che Mozart è la prova dell’esistenza di Dio…per me è Beethoven! Non guardo al fatto che avesse un caratteraccio, trattasse malissimo le cognate e Johanna in special modo, e anche con il nipote non fosse molto tenero. Non è questo che è passato alla storia, ma la sua musica, la sua arte, il suo genio assoluto. Il fatto che un uomo completamente sordo abbia potuto scrivere musica immortale. E chissà, forse proprio questo suo lato oscuro l’ha reso il monumento osannato ancora oggi dal mondo intero. Comunque complimenti ancora per la recensione, questo mi spingerà a rileggere il libro con più attenzione. Cari saluti.