Nel cuore della notte di Halloween, quando le ombre sembrano respirare e il vento sussurra lingue dimenticate, c’è un’eco che attraversa il tempo. È il richiamo di H. P. Lovecraft, il profeta dell’insignificanza, il poeta dell’orrore cosmico. A quasi un secolo dalla sua morte, le sue visioni continuano a infestare la nostra immaginazione: non fantasmi, non vampiri, ma qualcosa di infinitamente più vasto e indifferente. Un orrore che non si nasconde sotto il letto, ma sopra le stelle.
L’orrore che non si può vedere
“La cosa più misericordiosa al mondo,” scriveva Lovecraft nel 1926, “è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione tutto ciò che contiene l’universo.”
È da questa premessa che nasce il suo orrore: non dalla violenza o dal sangue, ma dal terrore dell’incomprensibile. Nei suoi racconti, gli esseri umani non sono eroi, ma comparse che intravedono, per un istante, l’abisso, e ne escono folli, o muti.
Lovecraft rovescia la logica dell’orrore tradizionale. Non mostra il mostro: lo suggerisce. Non descrive la minaccia: la lascia fuori campo, dietro una porta che non dovremmo aprire. È l’ignoto, non la morte, ciò che ci fa tremare.
Questo principio ha plasmato tutto l’orrore moderno. Pensiamo all’alieno nascosto nei corridoi metallici di Alien, al bagliore incomprensibile di Annihilation, ai misteri temporali di Dark, o ai paesaggi disturbanti di Bloodborne. Tutti figli dello stesso pensiero: che la realtà è fragile, e dietro la sua superficie dorme qualcosa che non possiamo capire — e che non si cura di noi.
Il mito di Cthulhu: un pantheon nato dal sonno
Tra tutte le sue creazioni, nessuna è più emblematica di Cthulhu, “il sommo sacerdote dei Grandi Antichi”. Una divinità dormiente, sepolta nelle profondità dell’oceano, nella città sommersa di R’lyeh, “dove Cthulhu giace sognando”. Non è un dio nel senso umano: non ama, non odia, non punisce. Esiste. E questo basta a distruggere la sanità mentale di chi lo contempla.
Cthulhu non è un mostro tentacolare, o non solo. È il simbolo dell’indifferenza cosmica. È la manifestazione fisica dell’idea che l’universo non abbia scopo, e che la nostra comprensione sia una candela tremolante in un vuoto infinito. Chiunque lo percepisca, anche solo nei sogni, impazzisce non per paura, ma per la consapevolezza di quanto poco conti l’esistenza umana.

Il mito, nato nel racconto Il richiamo di Cthulhu (1928), ha superato Lovecraft stesso.
Negli anni, altri autori hanno ampliato il suo pantheon, da August Derleth fino ai giochi di ruolo come Call of Cthulhu della Chaosium, che ha definito generazioni di giocatori investigatori dell’ignoto. Al cinema, John Carpenter ne ha catturato l’essenza in Il seme della follia (1994) e nel gelo metafisico di La cosa (1982). Nelle serie TV, True Detective (stagione 1) ha tradotto il culto di Carcosa e l’idea del “Re Giallo” in un realismo gotico e moderno.
Nei videogiochi, da Eternal Darkness a The Sinking City, fino alle visioni decadenti di Elden Ring e Bloodborne, il DNA lovecraftiano pulsa in ogni ombra, in ogni sussurro proveniente dal buio.
Lovecraft, che in vita pubblicava a malapena sulle riviste pulp, è oggi un archetipo culturale.
Le sue creature non sono solo mostri, sono concetti viventi, parabole dell’insignificanza e del mistero.
Paure cosmiche nel XXI secolo
Ma perché, nel 2025, continuiamo a temere ciò che Lovecraft temeva un secolo fa?
Forse perché il suo orrore non è mai stato “antico”: è futuristico.
Parla di conoscenze che distruggono la mente, di realtà che collassano sotto il peso dell’informazione, di entità che non possiamo comprendere.
E oggi, circondati da intelligenze artificiali opache, da universi digitali infiniti e da un cosmo che si espande oltre ogni misura, le sue paure sembrano più attuali che mai.
L’orrore cosmico non è più solo il mostro marino: è la sensazione di essere irrilevanti nell’era del tutto. È l’incubo del sapere troppo, e capire di non capire nulla.
Autori contemporanei come Jeff VanderMeer (Annientamento), Junji Ito (Uzumaki), o registi come Alex Garland e Guillermo del Toro portano avanti quella stessa visione: l’orrore come poesia del disordine (a volte anche senza un’influenza diretta). Non c’è morale, non c’è riscatto. Solo la vertigine dell’infinito.
Persino il linguaggio dei videogiochi e delle serie TV ha adottato la grammatica lovecraftiana: il senso di smarrimento, la geometria impossibile, la follia come unica forma di lucidità.
Ogni volta che un personaggio guarda il cielo e capisce che qualcosa lo guarda indietro — ogni volta che la scienza si fonde con la superstizione — Lovecraft sorride, nel buio.
L’universo come tempio cieco
Il segreto della potenza lovecraftiana è che non c’è salvezza.
Né nel sapere, né nella fede, né nell’amore. L’universo di Lovecraft è un tempio cieco, costruito da mani che non conoscono compassione. Eppure, in questa visione disperata, si nasconde una forma paradossale di meraviglia. Perché se siamo davvero così piccoli, allora ogni respiro, ogni pensiero, ogni lampo di bellezza è un atto di sfida contro l’abisso.
Forse è per questo che Cthulhu continua a dormire: perché siamo noi, nel nostro orrore e nella nostra curiosità, a tenerlo sognante. Ogni racconto, ogni film, ogni gioco che ne evoca il nome diventa una preghiera al contrario: non per evocare, ma per comprendere ciò che non si può capire.
Il richiamo non si è mai spento
In fondo, Lovecraft non scriveva di mostri: scriveva dell’umanità che guarda troppo lontano.
Halloween è la notte in cui torniamo a farlo. Quando spegniamo le luci e lasciamo che il buio parli, riscopriamo quel sussurro dal vuoto, lo stesso che muoveva la penna di Lovecraft nelle sue stanze di Providence.
Nel 2025, tra realtà virtuali e paure digitali, il suo messaggio resta intatto: “Non siamo soli. Ma ciò che ci osserva, non ci conosce.”
E mentre le stelle si accendono sopra la notte di Ognissanti, potremmo quasi sentire, nel respiro del vento, una voce antica che ci chiama per nome.
Forse è solo la fantasia.
O forse, come sempre, Cthulhu sta solo sognando.



