La ricerca ossessiva di Netflix per un franchise cinematografico duraturo e identitario trova da anni il suo porto sicuro tra le strade della Londra vittoriana. Tuttavia, con questo terzo capitolo, l’investigazione si sposta sotto il sole cocente di Malta, e la sensazione generale è che l’ingranaggio perfetto dei primi due film stia iniziando a perdere un po’ di quella spinta propulsiva e della freschezza originarie, scivolando in dinamiche da “compitino stagionale”.
Una sposa con la lente d’ingrandimento

La storia si apre a circa un anno dagli eventi del secondo capitolo. Troviamo una Enola Holmes (Millie Bobby Brown) alle prese con il giorno del suo matrimonio con il devoto e dolce Lord Ernest Tewkesbury (Louis Partridge). Tuttavia, l’abito bianco le va decisamente stretto. I dubbi esistenziali sul peso delle convenzioni sociali dell’Ottocento e sulla rinuncia alla propria indipendenza (e al proprio cognome) passano rapidamente in secondo piano quando un pericolo ben più tangibile bussa alla porta: suo fratello Sherlock (Henry Cavill) è stato rapito, lasciando dietro di sé solo un taccuino pieno di messaggi criptici.
Il cambio di location e il ribaltamento dei ruoli — con la sorella minore chiamata a salvare il detective più famoso del mondo — impostano una premessa ad alto budget che sulla carta prometteva scintille, ma che sbatte contro una realizzazione insolitamente contenuta. Nonostante il fascino esotico di Malta come Colonia della Corona, il film paradossalmente si rimpicciolisce, riducendo al minimo le grandi sequenze d’azione a favore di una narrazione più statica, quasi a voler stringere la cinghia sui costi di produzione.
Luci e ombre dietro la macchina da presa

Il passaggio di testimone alla regia da Harry Bradbeer (Fleabag) a Philip Barantini (Adolescence), affiancato dallo sceneggiatore Jack Thorne, porta con sé un cambio di ritmo evidente e non del tutto riuscito. Barantini e il montatore Tommy Boulding scelgono uno stile visivo ipercinetico, fatto di tagli rapidissimi ed esasperati che sembrano strizzare troppo l’occhio alla soglia d’attenzione dei social media moderni, risultando a tratti quasi nauseanti. Il film tenta di compensare questa frenesia abusando di flashback (alcuni dei quali legati a scene mostrate appena pochi minuti prima), finendo per appesantire la fluidità del racconto e disorientare lo spettatore proprio durante la risoluzione del mistero centrale, che di per sé si rivela fin troppo lineare e prevedibile.
Nota di merito va invece al mantenimento della cifra stilistica visiva del franchise: le animazioni a collage, gli schizzi fatti a mano in stile CSI vittoriano e gli immancabili sfondamenti della quarta parete firmati Millie Bobby Brown rimangono gli elementi più ludici e accattivanti. Anche se, di tanto in tanto, l’effetto “vi starete chiedendo come sono finita qui” inizia a sembrare un espediente un po’ abusato.
Un cast che tiene a galla l’Impero
Se la trama gialla zoppica, è l’alchimia del cast a salvare l’operazione. Millie Bobby Brown si carica ancora una volta il film sulle spalle, affrontando un materiale di scrittura che cresce e matura insieme a lei. La sua Enola affronta i dilemmi della crescita e del femminismo con una maturità inedita, anche se a tratti l’attrice sembra faticare nel calibrare le reazioni adulte, rendendo un ruolo che dovrebbe essere leggero e frizzante un tantino troppo faticoso.
I momenti migliori del film si consumano nei rapporti interpersonali:
- Henry Cavill offre un cameo glorificato ma magnetico nei panni di uno Sherlock protettivo e burbero, la cui chimica fraterna con Enola regala ottimi momenti di commedia.
- Himesh Patel, che ottiene finalmente più spazio nei panni del Dr. Watson, è una splendida aggiunta: elegante, premuroso e ironico, soprattutto quando si ritrova a spettegolare con Enola sui peggiori difetti di Sherlock.
- Helena Bonham Carter si diverte visibilmente a riprendere i panni della madre vigilante Eudoria, così come Sharon Duncan-Brewster, che tratteggia una Moriarty glaciale e inquietante, sebbene talvolta ecceda nel melodramma da “supervillain”.
Il peso della storia (senza pesantezza)
Un pregio innegabile della sceneggiatura di Thorne è la capacità di infilare pillole di cruda realtà storica all’interno di un prodotto dichiaratamente Young Adult. Enola Holmes 3 non si tira indietro di fronte alle ombre del colonialismo britannico, citando le guerre anglo-afghane e le brutalità dell’Impero (con Watson che riflette sul ruolo del padre nel Raj britannico). Sebbene questa stratificazione sociale rischi a volte di sembrare un mero esercizio di virtue-signalling non del tutto integrato nella risoluzione del giallo, l’onestà intellettuale di contestualizzare il romanticismo dell’epoca vittoriana rimane lodevole.
Verdetto
Con una durata inferiore ai 100 minuti — un taglio netto rispetto ai capitoli precedenti — il film scorre via rapido, ma lo fa lasciando l’amaro in bocca per la carenza di idee davvero innovative. Enola Holmes 3 si posiziona come un capitolo di transizione, un intrattenimento piacevole ma dimenticabile, che si salva grazie al carisma dei suoi interpreti e ai suoi messaggi formativi. Se Netflix vorrà investire su un quarto capitolo, dovrà ridefinire la bussola del mistero prima che la sua giovane detective perda del tutto lo smalto. decretato il successo planetario del brand stia iniziando a perdere parte della sua spinta propulsiva e della sua carica eversiva originale. Nonostante il lodevole sforzo di abbracciare toni più cupi e riflessivi, Enola Holmes 3 finisce spesso per adagiarsi su binari strutturali prevedibili e su cliché di genere che ne smorzano l’impatto complessivo, lasciando lo spettatore con l’impressione di un’opera di transizione, penalizzata da un montaggio che sacrifica la linearità logica del mistero sull’altare dello spettacolo visivo a tutti i costi.



