The Fabelmans, il nuovo film di Steven Spielberg, è arrivato su Prime Video dopo un’intensa militanza al cinema. La disponibilità in streaming si configura come un’occasione per riscoprire il racconto autobiografico di un autore di culto, che ha realizzato un omaggio struggente al cinema e alla propria storia familiare.
L’utilità del cinema e dell’arte
Nel film di Spielberg c’è un momento in cui il suo alter ego adolescente confessa al padre di volersi dedicare a girare i film invece che studiare algebra. Il padre lo considera però solo un hobby e gli suggerisce di dedicarsi a qualcosa che è in grado di aiutare praticamente le persone, come la costruzione di un oggetto o il conseguimento di una patente di guida. Il giovane Sammy non è convinto, poiché i film lo stanno già aiutando. Com’è possibile dunque che una cosa astratta come il cinema possa aiutare praticamente una persona? Inutile porsi questa domanda, poiché il cinema è magia, e come ogni magia che si rispetti non ha spiegazione.

L’opera del regista statunitense è permeata di questa magia, che buca lo schermo allo stesso modo in cui i tacchi di Mitzi bucano lo spartito musicale, ispirando Sammy a bucare la pellicola per ottenere l’effetto speciale degli spari di pistola. Grazie al cinema il protagonista scopre che la madre è innamorata di un altro uomo, per merito delle scene da lui riprese il bullo della scuola realizza di comportarsi in maniera sgradevole, solamente perché sorretto dalla propria instancabile passione Sammy riesce a superare gli attacchi di panico dovuti alla crescita e alla frequentazione di un’università che non gli piace.
Relegare il cinema e l’arte ad una funzione utilitaristica equivarrebbe però a sminuirne la potenza, le porte emotive ed esistenziali che sono in grado di aprire devono rimanere nella dimensione del mistero e la loro sublimazione non può essere compresa attraverso un processo logico e consequenziale.
La percezione della bellezza
Sembra che il Sammy – e quindi lo Spielberg – di The Fabelmans viva una condizione particolare e totalizzante fin da bambino, ovvero quella di non sentirsi bello. Premettendo che non esiste un’oggettività in ciò che consideriamo “bello”, e quindi prescindendo dal significato prettamente estetico e razionale di questa parola, potremmo stabilire – in maniera banale, per intenderci – che una persona è bella quando si sente bella, e si sente bella quando riesce a farsi vedere (almeno quasi) completamente dagli altri per ciò che è. Il problema di Sammy è che si sente bello, poiché la brama di fare arte – nello specifico immaginare e poi girare film – lo illumina e lo eleva dandogli “corone nel cielo e allori sulla Terra”, eppure riesce a percepire questa bellezza soprattutto quando è solo.

In compagnia degli altri – famiglia, ragazze, amici – gli è difficile sprigionare tutto ciò che lo anima in maniera che sia riconoscibile o semplicemente accettabile (a se stesso), quel caos non si può contenere e non può uscire fuori con il giusto ordine, ad eccezione dei rari momenti in cui invece, miracolosamente, succede. Un artista arranca – spesso anche piacevolmente, va precisato – nel buio, in attesa di un lampo di luce grazie al quale mostrarsi davvero, tuttavia in quell’attimo, quando è illuminato dai flash e dagli occhi di persone familiari ed estranee – allo stesso modo di un’opera d’arte – si perde nuovamente e non desidera altro che tornare al buio, per riacquistare la bellezza che solamente lui stesso può vedere e che ancora una volta i riflettori non sono stati in grado di valorizzare.

