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NerdPool > Blog > Film > Il segreto italiano che unisce E.T. e lo Xenomorfo di Alien
Film

Il segreto italiano che unisce E.T. e lo Xenomorfo di Alien

Davide Sangalli
21 Aprile 2025
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6 Min
e.t.
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Dietro i due extraterrestri più iconici del cinema si cela un unico genio creativo la cui maestria ha dato vita sia a incubi che a sogni. Mentre il genio creativo di H.R. Giger potrebbe aver dato quel tocco terrificante allo Xenomorfo in Alien e Steven Spielberg potrebbe aver immaginato l’adorabile alieno di E.T. l’extra-terrestre, nessuna di queste due creature avrebbe potuto catturare il pubblico senza l’ingegno meccanico di Carlo Rambaldi.

Carlo Rambaldi

Questo maestro italiano degli effetti speciali, che Spielberg ha soprannominato “il Geppetto di E.T.“, creò i sistemi meccanici che diedero a entrambi gli extraterrestri le loro inquietanti qualità realistiche. Nonostante rappresentino estremità opposte dello spettro emotivo – uno progettato per terrorizzare, l’altro per farsi amare – questi alieni cinematografici condividono lo stesso DNA artigianale di Rambaldi.

Il percorso di Rambaldi verso Hollywood iniziò in Italia, dove la sua educazione artistica all’Accademia di Belle Arti di Bologna si mescolò con una passione per la meccanica e l’anatomia. Gli inizi nel cinema italiano consolidarono la sua reputazione creando effetti incredibilmente realistici – così realistici, infatti, che il regista Lucio Fulci rischiò la prigione quando le autorità credettero che i cani mutilati realizzati da Rambaldi nel 1971 per Una lucertola con la pelle di donna fossero veri. Questo “incidente” creò un precedente, per la prima volta un artista degli effetti speciali dovette provare legalmente che le sue creazioni non erano vere, confermando l’impatto rivoluzionario che le sue creazioni avrebbero avuto sul cinema negli anni a seguire.

Dall’Incubo alla Macchina dei Sogni

Per Alien, Rambaldi si concentrò sul dare funzionalità al design da incubo creato da Giger, concentrandosi in particolare sulla la testa meccanica dello Xenomorfo. La sua creazione presentava un sofisticato sistema di cavi e leve che controllavano circa 900 parti mobili, che azionavano la mascella, la bocca interna e la famigerata seconda serie di denti estensibile della creatura. Gli intricati meccanismi permisero al tratto distintivo dello Xenomorfo – l’orribile emersione della sua seconda mascella – di essere eseguito con terrificante precisione. Nonostante le lamentele di Rambaldi, il regista Ridley Scott utilizzò “solo venti” delle “cento possibilità” offerte dai suoi meccanismi, il suo lavoro consacrò lo Xenomorfo di Alien come uno dei mostri più memorabili del cinema.

Tre anni dopo, il talento di Rambaldi fu richiesto per un “lavoro extraterrestre” completamente diverso. Dopo che Spielberg spese 700.000 dollari in prototipi alieni insoddisfacenti per E.T., si rivolse a Rambaldi, che creò tre diversi busti di E.T. con diverse capacità. La versione più sofisticata presentava 86 punti mobili in tutto il corpo, mentre la sua testa elettronica poteva eseguire 35 distinte espressioni facciali.

Il design di E.T. incorporava ispirazioni più morbide rispetto allo Xenomorfo di Alien – tra cui, curiosamente, elementi del dipinto dello stesso Rambaldi del 1952 Donne del Delta. La creatura richiedeva dodici operatori per prendere vita, ma i risultati furono così convincenti che il pubblico si connesse emotivamente con quello che era essenzialmente un elaborato burattino.

Il Tocco Umano nel Design Alieno

e.t.

Ciò che rende particolarmente notevoli i contributi di Rambaldi fu la continua ricerca di precisione meccanica senza utilizzare scorciatoie. Lavorando prima della rivoluzione che ha portato la CGI, creò creature quasi reali da poter usare sui vari set in modo che gli attori potevano interagire autenticamente con loro. La sua preferenza per gli effetti pratici diede sia a E.T. che allo Xenomorfo una realtà fisica che gli effetti digitali spesso faticano a replicare. Rambaldi una volta disse che gli effetti creati con la CGI avevano diminuito il “mistero” e la “curiosità” che gli spettatori provavano un tempo.

Questo impegno per l’autenticità meccanica valse a Rambaldi tre premi Oscar: un Premio Speciale per King Kong del 1976 e gli Oscar per i migliori effetti speciali sia per Alien che per E.T. I suoi capolavori meccanici rappresentarono l’apice degli effetti speciali pre-digitali, creando momenti cinematografici memorabili attraverso l’artigianato.

David Lynch, che lavorò con Rambaldi in Dune, una volta dichiarò che l’artista sembrava mettere qualcosa di sé in tutte le sue creazioni. In effetti, c’è una peculiare poesia nel modo in cui le stesse mani hanno plasmato sia il mostro più terrificante del cinema che il visitatore alieno più amato. Mentre generazioni di spettatori potrebbero non rendersi mai conto che questi iconici extraterrestri condividono una discendenza creativa comune, entrambe le creature continuano a dimostrare come gli effetti pratici, quando eseguiti con visione artistica e ingegno meccanico, possano creare una magia cinematografica duratura che trascende i limiti tecnologici.

L’eredità di Rambaldi vive non solo nei musei (la mascella dello Xenomorfo è esposta allo Smithsonian) ma anche nell’impatto emotivo che queste creature continuano ad avere. In un panorama cinematografico ora dominato dagli effetti digitali, la tangibile maestria artigianale dietro E.T. e lo Xenomorfo di Alien ci ricorda che a volte la magia cinematografica più efficace non proviene da algoritmi, ma dalle mani di un artista.

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DiDavide Sangalli
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Figlio degli anni ‘80, orgogliosamente NERD! Appassionato di Pop Culture (specie se anni ’80 e ’90), Comics, Serie TV e Film. Collezionista compulsivo di Lego, Snapback e T-Shirt Nerd. Un giorno vorrei svegliami a Springfield e farmi una birra con Homer Simpson.
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