C’è una linea sottile che separa l’omaggio nostalgico dalla disperazione creativa, ed è esattamente lì che si posiziona l’algoritmo di Netflix quando decide di riesumare generi che avremmo preferito lasciare nel passato. Con Ladies First, la piattaforma streaming tenta l’azzardo: far risorgere lo spirito becero della commedia “da spogliatoio” britannica dei primi anni 2000, incrociandolo con i logori stereotipi del ribaltamento dei ruoli di genere. Diretto da Thea Sharrock (Cattiverie a domicilio), questo film si rivela un esperimento mentale dolorosamente datato, una farsa dozzinale talmente autocompiaciuta del proprio presunto messaggio progressista da non rendersi conto di star solo imbrattando le gloriose pagine IMDb di un cast straordinario.
Adattamento del film francese del 2018 Non sono un uomo facile (la prima produzione originale Netflix in lingua francese), la pellicola vorrebbe affrontare un problema reale ed endemico: il fatto che le donne continuino a essere sottovalutate, sottopagate e molestate sul posto di lavoro. Tuttavia, dipingendo questo universo con le tinte grossolane di un cartone animato, il film crolla sotto il peso di una ripetitività snervante, trasformandosi in un cimelio reazionario che sarebbe sembrato vecchio persino negli anni ’80.
La trama: una testata contro il patriarcato
Il film ci introduce alla vita di Damien Sachs (Sacha Baron Cohen), un arrogante e vanesio dirigente pubblicitario che vive una vita da playboy impunito. È il candidato principale per succedere al CEO uscente, il suo mentore Fred (Charles Dance), e lo vediamo pavoneggiarsi in ufficio sulle note fin troppo didascaliche di “Da Ya Think I’m Sexy?” di Rod Stewart.
Quando Damien tratta con un viscido paternalismo la sua brillantissima collega Alex Fox (Rosamund Pike) durante una riunione strategica per il cliente Guinness, lei si licenzia su due piedi. Nel tentativo di inseguirla in strada per avere, come al solito, l’ultima parola, il karma lo colpisce sotto forma di un palo della luce. Una violenta tranvata alla testa e Damien si risveglia in una distopia matriarcale completamente capovolta.
In questa realtà parallela, il potere sistemico appartiene alle donne da millenni. L’ex receptionist dell’agenzia, Felicity Chase (Fiona Shaw), è ora la temutissima CEO; la donna delle pulizie, Glenda (Kathryn Hunter), è la proprietaria dell’intera compagnia; e il vecchio boss Fred è ridotto a un docile “angelo di cashmere” che serve il caffè.
I rovesciamenti sociali sono ovunque, ossessivi e asfissianti. Damien torna a casa e trova sua madre svaccata sul divano a guardare la TV mentre il padre sgobba in cucina. Anche la cultura pop ha subito un restyling: le vetrine delle librerie espongono copie di Harriet Potter, Donna Chisciotte e Monsieur Bovary. Per strada, le operaie dei cantieri lo fischiano e gli fanno cat-calling, mentre catene di fast-food come Burger Queen e Five Gals usano modelli maschili completamente nudi per vendere cheeseburger.
Un cast sprecato criminalmente

Se Ladies First riesce a fare qualcosa, è dimostrare quanto si possa sprecare il talento di un ensemble di attori britannici di primissimo ordine. Il fascino principale del film finisce per essere puramente metatestuale: vedere la tipica energia comica e sfacciata di Baron Cohen venire letteralmente vivisezionata dalla glaciale e calcolatrice presenza di Rosamund Pike (che qui canalizza la sua Amy Dunne di Gone Girl in versione corporate).
| Attore | Personaggio | Performance e Impatto |
| Sacha Baron Cohen | Damien Sachs | Una scelta di casting bizzarra e fuori fuoco. Privo del carisma iniziale necessario e della successiva dolcezza, offre una performance piatta, confusa e visibilmente a disagio. |
| Rosamund Pike | Alex Fox | Regale, affilata e assolutamente convincente come manager spietata. Tuttavia, la sceneggiatura si rifiuta di scalfire la sua sobria eleganza, mancando l’opportunità di renderla un personaggio davvero tridimensionale. |
| Fiona Shaw | Felicity Chase | Trasuda una straripante “Big Dick Energy”. Sembra l’unica a divertirsi un mondo, recitando in un costante stato di eccitazione e dominazione aziendale. |
| Charles Dance | Fred | Regala momenti di sublime sovversione comica, interpretando con rassegnazione un vecchietto sottomesso dopo una carriera passata a fare il patriarca spietato sul piccolo e grande schermo. |
Il resto del cast di supporto è sottoposto a umiliazioni a dir poco bizzarre: vediamo Kathryn Hunter ubriaca fare la spaccata davanti a un pubblico di giovani urlanti in discoteca, Emily Mortimer (la sorella dentista) che si diverte a fare battute sulle scoregge sul divano di casa, e Richard E. Grant che vaga per le scene nei panni di un barbone mistico ricoperto di piccioni, una sorta di “Grillo Parlante” incaricato di spiegare a Damien (e a noi) la lezioncina morale.
La regola del tre e la pigrizia della scrittura
Il peso della sceneggiatura è affidato a un trio di firme che sulla carta prometteva scintille: Katie Silberman (Booksmart), Cinco Paul (Schmigadoon!) e Natalie Krinsky (The Broken Hearts Gallery). Insieme, confezionano una pioggia di battute rapide che però non grattano mai la superficie.
Il film si affida interamente a una struttura comica basata sulla prevedibile “regola del tre”, che diventa presto estenuante. Ad esempio, la scena di un funerale si apre con una donna sacerdote, strappando un sorriso complice allo spettatore. Ma la sceneggiatura non si accontenta e decide di ribadire il concetto, costringendo i fedeli a pregare nel nome della “Madre, della Figlia e dello Spirito Santo” per poi concludere con un doloroso, didascalico “A-women”.
I dialoghi sono costantemente più preoccupati di sbandierare i doppi sensi del mondo reale piuttosto che dire qualcosa di genuinamente arguto. Quando Damien prova a proporre un’idea durante una riunione, le sue superiori lo liquidano dicendogli che “deve calmarsi” e non essere “così emotivo”. Per fare carriera, l’ex playboy capisce che deve rendersi “scopabile”: ed eccolo sottoporsi a una ceretta totale dolorosissima (in stile 40 anni vergine) e indossare un bizzarro “reggiseno per testicoli” pur di compiacere le sue dirigenti.
Questo focus incessante sul ribaltamento letterale 1 a 1 tradisce una profonda pigrizia di scrittura. Una società governata dalle donne per millenni avrebbe davvero replicato le stesse identiche strutture predatorie, le stesse gerarchie capitalistiche e le stesse tossicità degli uffici maschili? Il film non si pone nemmeno la domanda.
Il verdetto: disarmantemente prevedibile
Nonostante una durata striminzita di circa 90 minuti, Ladies First stira la sua unica, fragile intuizione ben oltre il limite di sopportazione. Il film finisce per funzionare come un bizzarro video educativo aziendale, pensato per insegnare l’empatia di base a una categoria molto specifica di uomini sciovinisti (quelli che “ho capito i diritti delle donne solo quando mi è nata una figlia”). L’ironia della sorte, ovviamente, è che l’algoritmo di Netflix non proporrà mai questo film a quel tipo di pubblico.
Dall’altra parte, il pubblico femminile si ritrova tra le mani una fantasia superficiale e paternalistica, dove l’emancipazione coincide semplicemente con il diritto delle donne di comportarsi da squali, bere superalcolici e trattare gli uomini come oggetti. Si ride a denti stretti e solo a sprazzi, prima che il film viri, nell’ultimo atto, verso una commedia romantica convenzionale: i due protagonisti lottano a letto per decidere chi deve stare sopra, per poi concludere con Alex che scarica Damien dopo un’avventura di una notte, imitando il peggior cliché maschile.
A distanza di decenni da What Women Want e dal thriller Disclosure – Molestie (1994) – che avevano esplorato queste stesse dinamiche con ben altra cattiveria – Ladies First non aggiunge assolutamente nulla al dibattito. È un’operazione finto-coraggiosa e fondamentalmente innocua. Se c’è una lezione da imparare, purtroppo, riguarda lo stato comatoso della commedia cinematografica mainstream nel 2026. Non c’è da stupirsi che il pubblico sia così disperatamente nostalgico.
In sintesi: Uno spreco criminale di un cast britannico eccezionale. Ladies First ribadisce un concetto sociologico sacrosanto fino a disintegrarlo, lasciando lo spettatore di fronte a una satira ovvia, priva di veri guizzi e ancorata a un’idea di cinema vecchia di quarant’anni.
Ladies First è in streaming su Netflix dal 22 maggio


