A volte un film è solo un film, altre volte è un dolce ricordo che riaffiora nella mente dei più “vecchi”, riportandoli alla loro fanciullezza tra leggerezza e voglia di riassaporare quei momenti. Per molti, Masters of the Universe sarà proprio questo: un ritorno al passato sospeso tra malinconia e il desiderio incontrollabile di urlare: “Per il potere di Grayskull, a me il potere!”.
L’attesa per questa nuova pellicola si nutre di una nostalgia profonda, ma anche di un immaginario collettivo che ha attraversato giocattoli, cartoni animati e cultura pop. Prodotto da Amazon MGM Studios e Mattel Studios, il nuovo film diretto da Travis Knight riporta sul grande schermo la sfida eterna tra He-Man e Skeletor, ripartendo da Eternia e da una storia che punta a unire avventura epica, ironia e memoria generazionale.
Le origini di un mito: tra giocattoli e boom videoludico
Per capire perché questo ritorno al cinema abbia un peso particolare, bisogna tornare all’inizio della storia. La linea Masters of the Universe nasce con Mattel nel 1982, quando ogni action figure era accompagnata da un minicomic ambientato nel mondo fantastico di Eternia. Quella fu una mossa decisiva: non si vendeva soltanto un pupazzo, ma un intero universo narrativo. He-Man, Skeletor, il castello di Grayskull, le armi e i veicoli non erano semplici accessori, ma tasselli di una mitologia pronta a espandersi. Nel settembre 1983 arrivò poi la leggendaria serie animata della Filmation, capace di diventare in poco tempo un appuntamento fisso pomeridiano per un’intera generazione.
Raccontare oggi i Masters significa anche inserirli dentro il più ampio fenomeno mediale degli anni Ottanta. In quel decennio, i bambini non consumavano i personaggi in un solo formato: il cartone animato dialogava con i giocattoli, i fumetti, il merchandising e con la nascente cultura del videogioco domestico. L’estetica muscolare di He-Man, i colori accesi, i nemici mostruosi e la struttura da missione avventurosa parlavano lo stesso linguaggio immaginifico che stava conquistando le camerette dell’epoca. Il brand assorbì lo spirito del boom videoludico: mondi da esplorare, eroi potenziati, antagonisti memorabili e livelli simbolici da superare.
Il film di Travis Knight attinge a piene mani da questo immenso bacino, che comprende i mini-comics originali, la serie classica, il film cult del 1987 con Dolph Lundgren (che qui appare in un nostalgico cameo come passaggio di testimone), la serie animata del 2002 e le recenti reinterpretazioni Netflix. Una stratificazione che conferma la forza del marchio, capace di reinventarsi per oltre quarant’anni.
La Trama: “Voglio tornare a casa”

La storia si apre sul pianeta Eternia, governato da una stirpe di celebri eroi, la cui pace viene improvvisamente minacciata da un essere di pura malvagità: Skeletor, deciso a impossessarsi della Spada del Potere custodita nel castello di Grayskull per liberarsi della sua natura demoniaca e diventare l’essere più forte dell’universo. Durante questo attacco durissimo e senza scrupoli, il giovane Principe Adam Glenn viene separato dalla famiglia. Per salvarlo, la madre (con l’aiuto della potente Maga Sorceress) gli affida la leggendaria spada e lo spedisce sul proprio pianeta natale: la Terra. Tuttavia, al momento dell’atterraggio, Adam e la lama si separano immediatamente.
Passano gli anni e Adam cresce come un rifugiato politico sulla Terra. È un ragazzo gracile, disilluso dal proprio corpo, segnato dalle insicurezze di un bambino e ossessionato dal proprio passato. Incapace di integrarsi davvero in un mondo in cui nessuno crede alla sua storia totalmente inverosimile, Adam trascorre l’esistenza trascinandosi alla ricerca della spada perduta, con l’unico obiettivo di trovare un modo per tornare a casa.
Quando finalmente la Spada del Potere torna sul suo cammino e riesce a far ritorno su Eternia, scopre che tutto è cambiato a causa di Skeletor, e che ormai il suo popolo lo crede morto. Aiutato dalla sua amica d’infanzia Teela, da Man-At-Arms e dalla fedele tigre verde Cringer (pronta a trasformarsi nella potente Battle-Cat), Adam sguaina la lama, si trasforma in He-Man e lancia una resistenza disperata per liberare la sua patria.
Il tono del film: decostruzione e autoironia

Il vero grande merito di questo Masters of the Universe è la sua forte consapevolezza: sa perfettamente di essere un film basato su una linea di giocattoli e sceglie deliberatamente di non prendersi mai troppo sul serio. Piuttosto che imitare gli stilemi seriosi dello sword and sorcery anni ’80, Knight opta per una parodia soft e rispettosissima, un racconto di formazione dal tono semplice ma efficace che gioca continuamente sull’autoironia.
I buffi nomi di personaggi come Fisto, Ram-Man, Trap Jaw o Mekaneck vengono trattati con il sorriso, e persino il più monolitico dei villain è protagonista di momenti anticlimatici che spezzano l’epica con l’umorismo.
In questo contesto, Nicholas Galitzine offre un’interpretazione di Adam/He-Man decisamente credibile e centrata. Il suo talento emerge nella capacità di apparire spaesato, innocente e profondamente buono. Quello di Galitzine è un eroe contemporaneo, frutto di un approccio che tenta — riuscendoci — una leggera decostruzione della mascolinità tossica e del linguaggio bellicista. È un guerriero riluttante, un Adam che ai consigli di guerra preferisce l’empatia, che ha bicipiti formidabili eppure dimostra che il suo muscolo più sviluppato è il cuore. Tutti siamo Adam in qualche modo: un “ultimo” segnato da imperfezioni e conflitti interni, il che rende il personaggio incredibilmente vicino allo spettatore.
Ad affiancarlo troviamo un cast di veterani in ottima forma:
- Idris Elba è un solido e carismatico Duncan / Man-At-Arms, tormentato da una sorta di PTSD post-bellico.
- Camila Mendes convince nei panni di una Teela combattiva e dinamica.
- Morena Baccarin (Sorceress) e Alison Brie (Evil-Lyn) fanno del loro meglio per dare spessore ai rispettivi ruoli.
- Jared Leto, nei panni di Skeletor, ottiene una clamorosa chance di riscatto dopo il suo Joker. Con il volto sostituito da un teschio in CGI, Leto lavora straordinariamente sulla mimica corporea e sul carisma vocale, regalando un villain memorabile, sospeso tra minaccia e commedia.
Dal punto di vista tecnico, la regia di Travis Knight si conferma di livello elevato, dimostrando un talento visivo limpido nel calibrare costumi, trucchi eccellenti ed effetti speciali, muovendosi agilmente tra una CGI volutamente cartoonesca e scenografie fisiche. Nota di merito assoluta per la colonna sonora: un vero e proprio revival musicale nostalgico e d’impatto che ricorda da vicino il “metodo James Gunn”, impreziosito da chicche come la citazione di Highlander sulle note di Princes of the Universe dei Queen.
L’altra faccia della medaglia: un’occasione parzialmente persa?
Tuttavia, grattando sotto la superficie di un blockbuster visivamente appagante e divertente, emergono le crepe di una produzione che ha affrontato una gestazione travagliata (passata per un progetto Netflix cancellato dopo aver bruciato 30 milioni di dollari). Nonostante le ottime premesse, il film soffre di evidenti limiti di scrittura e di budget.
La sceneggiatura, curata a più mani (Chris Butler, Aaron Nee, Adam Nee, Dave Callaham), non regge sempre il passo con le capacità registiche di Knight. Il tentativo di far giocare la storia sul doppio binario della nostalgia e della modernità finisce per scontentare una fetta di pubblico. Portare He-Man sulla Terra nel 2026 rischia di sembrare un’operazione “Superman” riuscita male, in cui il ritmo si perde e la narrazione diventa a tratti frettolosa.
Lo sviluppo di Adam nei panni di He-Man risulta talmente repentino da far sorgere spontanea una domanda: a cosa sono servite oltre due ore di pellicola, se la risoluzione finale viene spiegata in modo così raffazzonato? I vincoli di budget si avvertono soprattutto nel terzo atto su Eternia, che appare frenato e privo del respiro epico necessario, sacrificando elementi iconici come il minutaggio dedicato a Battle-Cat.
Per chi è cresciuto con il cartone animato originale, l’operazione può risultare a tratti un pugno nell’occhio: il profondo desiderio di “diventare la versione migliore di sé”, sbandierato nei trailer come nucleo emotivo, viene risolto con dinamiche forzate per giustificare uno script debole. La sensazione, per i puristi, è quella di una grossa occasione persa da parte di Mattel ed Amazon per creare un’opera davvero affine alla mitologia originale, riducendo il tutto a un revival musicale che esalterà i millennial ma lascerà indifferenti le nuove generazioni.
Verdetto finale
Masters of the Universe è un’opera profondamente altalenante, la cui riuscita dipende quasi interamente dalle aspettative dello spettatore:
In definitiva, il film evita la trappola di trasformarsi nell’ennesimo cinecomic standardizzato e si incasella in un genere fantasy/avventuroso con un buon potenziale di crescita. Senza grosse pretese di autorialità, ma con i pezzi giusti al posto giusto, la pellicola centra l’obiettivo primario di intrattenere e divertire per tutta la sua durata. I fan storici troveranno pane per i loro denti grazie a una valanga di easter egg e a ben tre scene post-credit, che non solo omaggiano la serie anni ’80, ma promettono un sequel con l’introduzione di un personaggio amatissimo.
Il potere di Grayskull è tornato: forse non è perfetto, forse non è esattamente come ce lo aspettavamo, ma per passare due ore di pura leggerezza, va bene così. He-Man è tornato a sguainare la sua spada, ed è comunque una buona notizia.


