Oggi, 10 febbraio, arriva su Netflix il Fast & Furious “Made in Italy” in salsa emiliana.
Le premesse per Motorvalley erano altissime: la firma di Groenlandia — la casa di produzione di Matteo Rovere e Sydney Sibilia che ha saputo internazionalizzare il nostro cinema con Romulus e Supersex — e un budget visibile in ogni inquadratura. Eppure, una volta spenti i motori, la sensazione è quella di un’occasione sprecata, un’auto da corsa bellissima che però non riesce a concludere un solo giro senza sussulti.
Eccellenza tecnica ma scrittura fragile

Groenlandia ha costruito la sua fortuna sulla capacità di “sporcare” i generi, portando una qualità visiva da blockbuster in contesti tipicamente italiani. Con Motorvalley, l’obiettivo era replicare il miracolo di Veloce come il vento, ma su scala seriale. Se però la regia corale di Rovere, Patitucci e Mezzapesa garantisce una confezione impeccabile, la sceneggiatura di Francesca Manieri e Gianluca Bernardini appare come un puzzle i cui pezzi sono stati forzati per incastrarsi a ogni costo.
La Trama: Un groviglio di cliché tra i cordoli
Prendete tutti i punti caratteristici di Fast & Furious: Crimine, corse automobilistiche, famiglia, corse clandestine, motori e una musica ritmica che pompa; mischiate il tutto e spalmatelo sui colli emiliani, la patria dei motori italiani e avrete Motorvalley.
La narrazione si sviluppa lungo sei episodi che dovrebbero raccontare il riscatto, ma finiscono per perdersi in un labirinto di sottotrame irrisolte.
Tutto ruota attorno alla Scuderia Dionisi. Elena (Giulia Michelini), la figlia del fondatore, vive nel mito di un padre che l’ha sempre sottovalutata. Dopo aver tentato di scalare i vertici imbrogliando nelle scommesse — un peccato originale che l’ha allontanata dalla famiglia — torna per reclamare il suo posto. Ma il fratello, ora a capo della scuderia, la respinge, lasciandola in balia di un ambiente maschilista che la vede solo come un problema da gestire.
Qui entra in gioco Arturo (Luca Argentero). Un tempo era il re di Imola, oggi è un uomo ridotto all’ombra di se stesso, schiacciato dai debiti e dal senso di colpa per un incidente che anni prima ha distrutto non solo la sua carriera, ma anche una vita umana. Il suo legame con il passato è Blu (Caterina Forza), una ragazza difficile, appena uscita dal carcere, che lavora come addetta alle pulizie nei paddock.
Il “colpo di fulmine” meccanico: In una scena che sfida ogni legge della probabilità, Arturo vede Blu guidare e capisce che è lei il “diamante grezzo”. Da qui parte un’alleanza fragile: Elena mette i soldi (sporchi), Arturo mette l’esperienza e Blu mette il talento. L’obiettivo? Vincere il Campionato GT per salvare la scuderia dai debiti e riabilitare i propri nomi.
Il villain e il complotto: A ostacolare il trio non ci sono solo gli avversari in pista, ma un misterioso “burattinaio” della malavita locale che sembra controllare ogni singolo bullone della Motor Valley. La trama si infittisce (inutilmente) con:
- Madri manipolatrici: Personaggi che appaiono dal nulla solo per minacciare i protagonisti e chiedere riscatti.
- Tradimenti aziendali: Complotti tra ingegneri e sponsor che sembrano presi da un poliziesco anni ’70.
- Il passato che non passa: Flashback continui sulla morte del padre di Blu che, invece di dare spessore, rallentano il ritmo delle gare.
Perché è un’occasione sprecata?

Il problema principale è che la serie non sceglie mai cosa voler essere.
- L’Incipit accelerato: Nei primi 15 minuti, lo spettatore viene bombardato di informazioni. La fretta di arrivare all’azione impedisce di costruire un legame emotivo con i protagonisti, che restano prigionieri dei loro stereotipi: il mentore cinico, la donna forte ma fragile, la giovane ribelle.
- Il “Giallo” dell’Accento: La scelta di imporre un marcato accento bolognese ad attori come Argentero e Michelini è il punto di rottura. Quello che doveva essere un omaggio al territorio diventa una distrazione: ogni momento drammatico viene smorzato da una cadenza che suona posticcia e, a tratti, involontariamente comica.
- L’Assenza di Realismo Tecnico: Nonostante il coinvolgimento di piloti veri come Alberto Naska, la serie fallisce nella rappresentazione del quotidiano sportivo. I box sembrano set deserti, la scuderia opera con un numero di meccanici imbarazzante e la dinamica delle gare viene spesso sacrificata a favore di colpi di scena “da strada” poco credibili in un contesto di professionismo.
Verdetto finale
Motorvalley è una serie che ha paura di fermarsi a riflettere. Ha una carrozzeria lucida, una colonna sonora “top” che mescola suoni industriali e archi, ma manca di una direzione chiara. Groenlandia ha dimostrato di avere i mezzi tecnici per fare grande cinema d’azione, ma qui sembra aver dimenticato che per vincere una gara non basta premere l’acceleratore: serve una strategia, e in questo caso la sceneggiatura è rimasta ferma ai box.
Motorvalley arriverà su Netflix il 10 di Febbraio



