Quando si è in viaggio, le regole da osservare sono poche, ma categoriche: mai viaggiare di notte e mai fermarsi.
Tyler e Maddie, giovani e innamorati, hanno scelto lo stile di vita on the road da poco, ignari di questo mantra. Mentre sono in viaggio di notte nel loro van, assistono all’incidente di un’auto, e si fermano per chiamare i soccorsi e offrire aiuto. Per il conducente non c’è più nulla da fare…e forse neanche per loro. Da quella notte, la coppia sembra essere perseguitata da un’oscura presenza maligna.
Passenger, film diretto da André Øvredal e uscito nelle sale oggi, giovedì 21 maggio, è stato scritto usando la ricetta dell’horror perfetto. Ma non in senso buono.
La struttura è classica e lineare: un inizio inquietante e spiazzante per introdurre il mistero, uno stacco sulla coppia felice che sta per iniziare una nuova vita, l’incidente che provoca la rottura della luna di miele, la discesa nell’oscurità.
Non si può negare che questo schema, seppur ripetitivo, abbia sempre funzionato per questo genere. Tuttavia, anche la sceneggiatura è un po’ scarna e priva di grande inventiva: la “leggenda” sulla quale si basa è interessante, ma viene sviluppata poco e in modo frettoloso.
La storia d’amore tra Tyler e Maddie risulta poco coinvolgente, è piatta e poco elaborata. Nonostante questo però, i personaggi, anche se non particolarmente profondi, riescono ad evitare qualche sciocco cliché che ormai non regge neanche nel più banale dei film horror; i protagonisti cercano davvero di sopravvivere, anche a costo di andare contro quelle che sono le regole non scritte del genere. Maddie crede al suo istinto, comunica le sue paure e ragiona in modo razionale cercando una soluzione; non è la solita donzella in difficoltà che sottovaluta il pericolo.
Anche se talvolta il film si affida ai cosiddetti jumpscare, cerca di farlo con parsimonia, riuscendo a trasmettere un senso di inquietudine più o meno continuo. Come succede spesso, però, purtroppo una volta rivelato l’aspetto del male, questo smette di fare di fare paura. Anzi, rischia persino di far ridere.
Tutto sommato, la storia regge. E scorre anche senza problemi. È anche vero però che molti suoi aspetti, che potevano essere sviluppati in modo più profondo, forse persino filosofico, vengono appena abbozzati e tristemente abbandonati. La relazione dei protagonisti è portata avanti attraverso conversazioni banali e riflessioni ripetitive, mentre l’aspetto religioso viene appena sfiorato. Una maggiore presenza ed importanza della figura di San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, avrebbe potuto dare un risvolto diverso a tutta la storia, magari più spirituale e concettualmente inquietante. Invece, lo spettatore per provare paura deve fare affidamento su un po’ di splatter, del trucco opinabile e continue riprese della camera a trecentosessanta gradi. Per fortuna, il gioco di luci e ombre ed il montaggio salvano l’atmosfera, rendendo la scena tesa e meno prevedibile.
In questi ultimi anni, anche il grande pubblico inizia ad avere aspettative alte per il cinema di genere, soprattutto per l’horror. Molti registi ci hanno regalato capolavori che hanno vinto diversi premi, arrivando persino agli Oscar. Questi film sono ricchi di suspense, hanno una trama intricata, uno stile artisticamente impeccabile, effetti visivi e trucchi straordinari: insomma, ci siamo abituati bene. Agli appassionati di oggi, un horror che rispetta quasi tutte le “regole”, ha poche metafore e una storia fin troppo lineare, può risultare di difficile digestione.
L’altra faccia della medaglia, però, è che Passenger è un film perfetto da guardare per il solo piacere del brivido. Si può andare al cinema spegnendo il cervello, con il solo scopo di liberare un po’ di adrenalina. Si può fare.


