Paul di Dune (Paul of Dune, 2008) di Brian Herbert e Kevin J. Anderson è arrivato in libreria per Fanucci Editore, nella nuova veste grafica del Ciclo di Dune dove porta l’enigmatica numerazione 1.5, con traduzione di Annarita Guarnieri.
È il primo capitolo della trilogia Heroes of Dune, nata come tetralogia e poi ridimensionata, si tratta di romanzi che si infilano negli spazi vuoti lasciati da Frank Herbert.
Qui lo spazio racconta di quei dodici anni di Jihad che Dune chiude e Messia di Dune si lascia alle spalle.
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Trama
La Jihad di Muad’Dib è in pieno svolgimento. Le legioni Fremen attraversano la galassia e lasciano dietro di sé pianeti convertiti e pianeti distrutti. Paul è imperatore a poco più di vent’anni e scopre che vincere era la parte facile.
Le Grandi Casate non si sono arrese: il conte Memnon Thorvald raccoglie una ribellione, mentre ai margini si muovono il conte Hasimir Fenring e Lady Margot. La loro arma migliore è la figlia Marie, una bambina addestrata a uccidere. Intanto la principessa Irulan riceve un incarico che le cambierà la vita: scrivere la biografia ufficiale dell’imperatore. Cioè decidere cosa il futuro ricorderà.
In parallelo il romanzo torna indietro nel tempo, su Caladan. Paul ha dodici anni e il duca Leto sta per sposare Ilesa Ecaz. Le nozze finiscono nel sangue e scoppia la Guerra degli Assassini contro il visconte Moritani di Grumman. Tra Duncan Idaho e Gurney Halleck, il futuro Muad’Dib impara presto cosa significa davvero la parola “onore”.
Recensione
Mettiamo subito in chiaro una cosa: Paul di Dune non è Frank Herbert e non prova nemmeno a esserlo.
Herbert padre scriveva libri in cui la trama era quasi una scusa per parlare di ecologia, potere e religione,
Il figlio e Anderson scrivono romanzi d’avventura ambientati in quell’universo.
La scrittura è semplice, diretta, pensata per farti arrivare in fretta alla scena successiva.
Dunque, chi cerca la profondità di Dune resterà deluso. Chi cerca intrighi, duelli e assedi si divertirà.
Il libro però ha un’idea buona e riguarda Irulan.
Qui vediamo il mito di Muad’Dib mentre viene costruito, pagina per pagina: Irulan scrive, corregge e abbellisce, Paul legge e approva.
Il massacro diventa epica sotto gli occhi del lettore. È la parte migliore del romanzo, anche perché Irulan è insieme l’autrice della storia e il personaggio che conta di meno. Funziona bene anche il ritratto di Paul: un ragazzo che guida un fanatismo che non riesce più a fermare e inizia a sospettare di essere solo un pretesto per la propria religione.
Il problema grosso è la struttura, le due linee temporali non convivono bene. Quella della Jihad è la più interessante, ma viene interrotta di continuo dalla linea di Caladan, che è un romanzo diverso: faide tra Casate, spade e matrimoni finiti male.
C’è poi un’altra questione, quella che divide i lettori da vent’anni. Frank Herbert suggeriva, Brian Herbert e Anderson spiegano. In Messia di Dune la Jihad faceva paura proprio perché non la vedevamo: era solo un numero, sessantun miliardi di morti. Qui la vediamo tutta, campagna militare dopo campagna militare e il risultato è che probabilmente spaventa molto meno. Vale anche per Fenring, che nell’originale era inquietante perché non si capiva mai cosa avesse in testa e qui diventa un personaggio quasi normale.
La storia di Marie Fenring è disturbante nel modo giusto, una bambina cresciuta da genitori che la amano e insieme la trasformano in un’arma. Il suo scontro con Alia è una delle scene più forti scritte dai due autori. Le sequenze d’azione sono gestite bene e la rete di alleanze e tradimenti resta sempre chiara, cosa non scontata con tutti questi personaggi. La traduzione di Annarita Guarnieri mantiene la coerenza con le altre nuove edizioni Fanucci e questo almeno evita di ritrovarsi lo stesso universo con nomi diversi da un libro all’altro.
Un’ultima avvertenza riguarda l’edizione più che il romanzo. Il numero 1.5 sulla copertina suggerisce una continuità che in realtà non esiste. Dune e Messia di Dune funzionano benissimo senza questo volume in mezzo ed è possibile, per alcuni consigliato, leggere prima tutto il ciclo di Frank Herbert, poi eventualmente questo.
Conclusioni
Paul di Dune è un romanzo onesto ma limitato. Non aggiunge niente di essenziale al ciclo, semplifica quello che Frank Herbert aveva lasciato volutamente in sospeso e si danneggia da solo con la struttura a due binari. In compenso ha un’intuizione che vale la pena di leggere: la storia come atto di scrittura, la leggenda come prodotto approvato dal suo protagonista.
Consigliato particolarmente a chi ha finito il ciclo e non vuole ancora lasciare Arrakis, sapendo che qui la spezia è diluita.
Il libro potete trovarlo qui.
Gli Autori
Paul di Dune nasce dalla collaborazione tra Brian Herbert e Kevin J. Anderson.
Brian, nato a Seattle nel 1947, è il figlio maggiore di Frank Herbert: ha scritto la biografia del padre, Dreamer of Dune (2003, candidata all’Hugo) e negli anni Novanta ha trovato tra i suoi appunti le tracce per continuare la saga.
Kevin J. Anderson, nato in Wisconsin nel 1962, è uno degli autori più prolifici della fantascienza americana, con oltre centosettanta libri all’attivo, tra cui la trilogia dell’Accademia Jedi per Star Wars.
Dal 1999 firmano insieme una ventina di romanzi ambientati nell’universo di Dune, di solito con Herbert sull’impianto narrativo e Anderson sulla stesura materiale.



