Il tramonto dell’identità nerd: da fiera del fumetto a mercato rionale?

L’edizione di ottobre del Romics 2026 si chiude lasciando dietro di sé una scia di forti polemiche e uno scontento sempre più diffuso all’interno della community. Molti frequentatori storici lamentano la progressiva perdita dell’anima originale della manifestazione, che da punto di riferimento per il collezionismo e l’editoria sembra essersi trasformata in una fiera generica. L’evento viene criticato per aver assunto le sembianze di un mercato rionale o di una sagra di paese, per i prezzi maggiorati e servizi diminuiti e la ricerca di albi rari che lascia il passo a una logica strettamente commerciale focalizzata solo sul fare numeri e guadagni.
La snaturazione dell’evento: l’invasione “family friendly” e la saturazione del circuito fieristico
Al centro delle contestazioni vi è il netto cambio di rotta verso un format puramente “family friendly”, pensato per attirare un pubblico indistinto a discapito degli appassionati puri, i visitatori evidenziano una diffusa sensazione di degrado e un’offerta commerciale spersonalizzata, con spazi trasformati in luoghi di ritrovo generici; A questo si aggiunge l’amarezza per un circuito di fiere ormai saturato, dove gli stessi format, venditori e ospiti vengono riproposti in modo ripetitivo da un evento all’altro senza una vera proposta culturale innovativa.
Il dibattito sulla cultura cosplay: tra protagonismo esagerato e strumentalizzazione degli artisti

Un altro punto di forte discussione riguarda il ruolo assunto dalla community cosplay e dagli influencer all’interno della fiera. Se da una parte c’è chi ritiene che questa componente abbia finito per soppiantare il fumetto e gli acquirenti tradizionali, dall’altra si leva la protesta di chi denuncia il trattamento riservato ai cosplayer, diversi appassionati sottolineano come i ragazzi in costume vengano spesso oggettificati ed equiparati a semplici animatori da villaggio turistico a uso e consumo dei visitatori occasionali, sminuendo del tutto il valore artistico dei loro lavori.
Stangata ai punti ristoro e confronto impietoso con le altre manifestazioni di settore

A coronare il malcontento generale sono arrivati i costi sproporzionati praticati all’interno dei padiglioni di Fiera di Roma, le proteste più stizzite riguardano i prezzi dei punti ristoro, considerati veri e propri rincari ingiustificati, con birre alla spina vendute a 7 euro e panini che arrivano a costare fino a 15 euro! A fronte di spese così elevate e di un’esperienza ritenuta poco soddisfacente, sono sempre di più i frequentatori che guardano ad altri appuntamenti fieristici nazionali come alternative nettamente superiori per qualità, organizzazione e rispetto per il pubblico.




