Siamo onesti: la pressione su Stranger Things 5 era insostenibile. Secondo le stime, la serie ha generato oltre 1 miliardo di dollari per Netflix ancor prima che l’ultima stagione andasse in onda. Era il pilastro su cui reggeva l’intero modello economico dello streaming. Ma tra i fan serpeggiava una paura silenziosa, un trauma collettivo chiamato “Finale di Game of Thrones“.
Il rischio di vedere un fenomeno culturale schiantarsi all’ultimo metro era altissimo. Eppure, contro ogni previsione logica, i Duffer Brothers ce l’hanno fatta. Non perché abbiano scritto il finale perfetto, ma perché hanno capito una cosa che gli showrunner di Westeros avevano dimenticato.
In Breve
Analizzando a mente fredda la trama della quinta stagione, i buchi di sceneggiatura sono enormi: dalla fisica dell’Abisso alle tempistiche del Mind Flayer, fino all’immunità dei protagonisti (la cosiddetta “plot armor”). Tuttavia, il pubblico ha promosso il finale a pieni voti. Il motivo? La serie ha privilegiato la soddisfazione emotiva rispetto alla coerenza meccanica, regalando ai personaggi il lieto fine che meritavano invece di cercare lo shock value a tutti i costi.
Una trama che fa un po’ di acqua (se ti fermi a pensare)

Leviamoci subito il dente: se guardiamo la sceneggiatura con la lente d’ingrandimento, la trama della Stagione 5 è un colabrodo. La promessa dei Duffer di rispondere a tutte le domande si è rivelata una mezza verità. Ci sono buchi enormi. Che fine ha fatto la famiglia di Delightful Derek? Come funzionava davvero il mondo-memoria di Vecna che includeva eventi a cui lui non aveva assistito? E soprattutto, il destino di Eleven — in entrambe le versioni proposte — non regge a un’analisi logica rigorosa.
Per non parlare della moralità fluttuante: Hopper e Nancy abbattono soldati come se fossero in un videogioco, senza conseguenze o rimorsi. La “plot armor”, l’armatura della trama che impedisce ai protagonisti di morire, è stata più spessa del metallo di un carro armato. Logicamente, è un disastro.
Perché il finale funziona lo stesso? (Spoiler: Emozioni)

Eppure, tutto questo non importa. Basta guardare i rating su IMDb (l’episodio 8 viaggia alto) per capire che il pubblico ha perdonato tutto. Perché? Perché i Duffer Brothers hanno compreso il segreto che Twitter spesso dimentica: l’emozione batte la logica, sempre.
Il finale funziona perché sembra giusto. È una “comfort zone” narrativa.
- Dustin che onora Eddie Munson realizzando il suo sogno.
- Will che trova la sua strada come scrittore.
- Steve che abbraccia il suo ruolo di figura paterna.
- Il lieto fine per Max e Lucas.
È una conclusione “sicura”, forse priva di rischi, ma immensamente soddisfacente. È fan-service? Sì. Ma è il tipo di fan-service che serve a chiudere un viaggio durato dieci anni.
La lezione imparata da Westeros
La differenza abissale con il finale di Game of Thrones sta tutta nel rispetto dei personaggi. Nel 2019, Benioff e Weiss hanno fallito perché hanno sacrificato la coerenza dei personaggi (vedi la follia improvvisa di Daenerys) sull’altare del colpo di scena. Il pubblico si è sentito tradito perché i personaggi non agivano come loro stessi.
In Stranger Things, i creatori hanno scritto una lettera d’amore ai loro protagonisti. Anche la gestione ambigua del finale di Eleven – che ha diviso la writers room tanto quanto il pubblico – è stata una mossa furba: ha permesso a ognuno di scegliere la propria verità senza distruggere il percorso dell’eroina. I buchi di trama si dimenticano in fretta; la sensazione di aver visto i propri eroi trattati con rispetto, invece, rimane. Ed è questo che salva Hawkins dalla maledizione.


