Due gemelle quasi siamesi, inseparabili e sempre in tinta, una visione dell’amore pura e non negoziabile, la sensazione di essere considerate fuori dagli schemi dell’esistenza. E, dulcis in fundo, la folle idea di seguire un passaggio segreto che porta alle Orcadi, una specie di Atlantide utopica. Ma esiste davvero oppure è solo una leggenda? Quel che è certo è che, secondo loro, chiunque dovrebbe scavare un tunnel nella montagna.
Dopo “Ghost Elephant”, per Werner Herzog è nuovamente il momento di aprire le danze della Mostra del Cinema. Come l’anno scorso, ci arriva pieno di vita e con una storia che ricalca la sua ossessione dell’oltrepassare, del viaggio oltre il conosciuto. L’anno scorso erano animali-fantasma, in “Bucking Fastard” sono luoghi e persone, attraversati come fatiche di una personalissima odissea ma senza una casa dove fare ritorno. E dietro c’è sempre la macchina da presa, il treno dei miracoli e dei Lumière.
Herzog ridisegna la geografia del cinema con un film ribelle, toccato dal cielo, che avvicina e corteggia l’impossibile, ancora una volta e con più stupore. Guizzi di scrittura mistica come nel suo Nosferatu, immagini estatiche, ascendenti oblique, tremolanti e vive. Il regista tedesco a ottantatré anni compete ancora per l’Olimpo, cerca le colonne d’Ercole tra le viscere di Jules Verne, rischia fortissimo, spinge sul pedale del grottesco ma solo per trovare l’emozione vera, interroga e trasforma il cinema con l’istinto animale di un Leone. O di un Lynch, al quale il film è dedicato.
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