Wim Wenders non ha intenzione di fermarsi. Dopo “Perfect Days” e “Anselm”, si riaffaccia al grande schermo con un documentario sull’architetto di fama mondiale Peter Zumthor. Un artista speciale, che ha uno stile diverso da molti dei suoi colleghi. Un architetto spirituale, quasi mistico, alla ricerca ossessiva del rapporto tra interno ed esterno, costruzione artificiale e natura. Wenders, in linea con l’approccio lento del suo protagonista, lo segue per quattordici anni e ne racconta le opere attraverso le persone e le storie che le abitano ancora.
“From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor” è in 3D. Una scelta dovuta alla volontà del regista di proiettare lo spettatore nella profondità degli edifici, nella materia delle pareti. Una scelta di campo, di spazio, che – in controtendenza – utilizza la tecnica del tridimensionale per un film riflessivo e statico. E si vive l’atmosfera delle case, dei memoriali, dei musei, delle Fondazioni, per chiederci cos’è uno spazio e perché lo abitiamo, perché diventa casa. Un viaggio ipnotico. Il pendolo è lo stile contemplativo e talvolta perturbante di Zumthor, disperatamente attaccato a conservare la manualità, il contatto.
“Nulla è più bello della luce del giorno che colpisce il materiale”, dice l’architetto. Se Wenders realizza un film su qualcosa, è per raccontare anche altro. Qui, dietro queste costruzioni imponenti ma discrete e minimali, spesso incastonate nella montagna o tra gli alberi, immerse nel silenzio e impregnate dell’atmosfera esterna, c’è ovviamente la vita. Il mistero dell’esistenza nel suo progredire alchemico. Poi ci sono le finestre, le grandi finestre che di Zumthor sono il tema principale. O forse lo sono per Wenders, che le sottolinea sempre. In fondo cos’è un’inquadratura, cos’è il cinema, se non una grande finestra sul mondo?
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