Il dibattito attorno a Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere non accenna a placarsi nei forum e nelle community di tutto il mondo. Da una parte troviamo chi la elogia come una maestosa espansione visiva, dall’altra chi fatica a digerire questo adattamento televisivo del leggendario universo di J.R.R. Tolkien. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: la super produzione di Prime Video ha indovinato diverse mosse spettacolari, ma ha mancato il bersaglio su altrettanti snodi narrativi.
Con la terza stagione in arrivo il prossimo 11 novembre in Italia, c’è l’opportunità perfetta per raddrizzare il tiro. Le anticipazioni confermano un salto temporale di ben cinque anni, con l’Oscuro Signore intento a consolidare la sua morsa sulla Terra di Mezzo. Avvicinandoci sempre di più agli eventi della trilogia cinematografica che tutti conosciamo, i difetti strutturali dello show diventano però più evidenti. Prendendo spunto da una recente e lucida analisi pubblicata da ComicBook, abbiamo individuato le priorità assolute per i nuovi episodi. La serie non ha bisogno di espandere ulteriormente la mitologia o aggiungere nuovi personaggi: ha bisogno di far funzionare ciò che ha già messo in campo.
— SPOILER — (L’articolo contiene riferimenti agli eventi finali della seconda stagione de Gli Anelli del Potere)
4. Rendere Sauron la minaccia definitiva che tutti conosciamo

Nella terza stagione non c’è più alcun bisogno di sprecare minutaggio per convincere il pubblico dell’identità e della pericolosità di Sauron. Dopo due stagioni passate a tessere inganni, abbiamo capito perfettamente di cosa è capace la sua mente calcolatrice. Finora, il villain ha brillato nel ruolo di manipolatore silente, riuscendo a ingannare Celebrimbor, a influenzare pesantemente le scelte degli Elfi e a rivendicare la sua posizione a Mordor.
Quello che manca all’appello è un vero e proprio senso di devastazione irreversibile. Con l’imminente costruzione di Barad-dûr e gli eventi che porteranno alla creazione dell’Unico Anello, la serie deve alzare drasticamente la posta in gioco. In Il Signore degli Anelli, la vera tensione non deriva solo dalla potenza del nemico, ma dalle conseguenze dirette della sua ascesa su chi cerca di ostacolarlo, da Frodo ad Aragorn, fino al regno di Gondor. Gli Anelli del Potere deve fare esattamente lo stesso: il Signore Oscuro deve vincere in modo schiacciante alcune battaglie, costringendo i protagonisti a pagare un prezzo altissimo per i loro errori.
3. Smettere di forzare i dialoghi per sembrare Tolkien a tutti i costi

Può suonare paradossale, considerando quanto i fan più puristi critichino la serie per la presunta infedeltà ai testi di Tolkien, eppure gli showrunner sembrano quasi ossessionati dal voler imitare il tono dello scrittore britannico in ogni singola scena. Il risultato si traduce in dialoghi spesso troppo rigidi e solenni, scritti come se ogni singola battuta dovesse finire estrapolata in un trailer epico.
Se tutti i personaggi parlano costantemente e con estrema enfasi di destino, luce, oscurità e del peso della storia, questi concetti finiscono per banalizzarsi e perdere di impatto. Nella trilogia cinematografica firmata da Peter Jackson (e nei libri stessi), si sapeva esattamente quando far respirare la scena. Sam, ad esempio, non ha mai avuto bisogno di imbastire monologhi filosofici sulla natura del bene e del male per rendere credibile il suo legame con Frodo. Spesso è proprio il linguaggio semplice di una persona ordinaria a far brillare i momenti più epici. La terza stagione trarrebbe enorme giovamento da un ritmo più naturale: una conversazione può e deve poter essere semplicemente una conversazione.
2. Recuperare il vero senso della Compagnia

La narrazione tolkieniana poggia le sue fondamenta sulle connessioni tra i personaggi, ma la serie fatica ancora a trasmettere un autentico senso di cameratismo. Il problema non è certamente la mancanza di un cast nutrito, ma l’esatto opposto: l’eccesso di sottotrame disgregate. Tra alleanze, conflitti e viaggi sparsi per tutta la mappa, si perde spesso la sensazione di seguire un gruppo di entità intrecciate all’interno della stessa, grande epopea.
Nella trilogia originale, la dinamica scoppiettante tra Aragorn, Legolas e Gimli, o il senso di sacrificio condiviso della Compagnia, tenevano saldamente uniti i fili della trama. Ora che Gli Anelli del Potere si avvicina al punto in cui le diverse fazioni dovranno necessariamente unire le forze contro un nemico comune, non basterà farli semplicemente incontrare in una stanza. Sarà vitale mostrare lealtà, rancori e interazioni quotidiane che non abbiano come unico scopo l’avanzamento forsennato della trama. Fino ad oggi, solo l’alchimia tra Elrond e Durin è riuscita a restituire questa precisa magia.
1. I personaggi devono contare più della lore

Appoggiarsi all’immensa mitologia della saga non basta per emozionare lo spettatore. C’è un’enorme e sostanziale differenza tra il sapere che un determinato evento ha un peso cruciale all’interno della lore e il preoccuparsi genuinamente per chi lo sta vivendo sulla propria pelle. Fino ad ora, il momento di epicità più tangibile e viscerale che la serie ci ha regalato è stato senza dubbio la Battaglia di Eregion nella seconda stagione.
A volte sembra che la produzione dia per scontato che il pubblico si emozioni in automatico solo sentendo pronunciare un nome celebre o assistendo a un evento chiave. Questo approccio deve essere ribaltato: lo show deve farti amare o odiare i personaggi prima di sfruttare la lore. La forgiatura dell’Unico Anello avrà un impatto devastante sullo schermo solo se saremo in grado di percepire il costo emotivo di chi ha permesso che il Signore Oscuro arrivasse a tanto. Dando maggiore profondità ai singoli archi narrativi, e usandoli meno come meri veicoli per passare alla “prossima grande scena”, Gli Anelli del Potere potrà finalmente avvicinarsi alla grandezza de Il Signore degli Anelli.
Ricordiamo che i nuovi episodi de Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere debutteranno ufficialmente l’11 novembre in esclusiva su Prime Video.



