Con Il senso della fuga, Hajar Azell firma un romanzo intenso che attraversa le ferite della storia recente del Medio Oriente, ma sceglie di farlo da una prospettiva meno raccontata: quella di chi la guerra non la combatte con le armi, bensì con una macchina fotografica, un taccuino o un microfono.
Pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, il libro riflette sul significato del testimoniare, sul peso della memoria e sul prezzo che il giornalismo di guerra impone a chi decide di raccontare il conflitto.

Trama
Alice si tuffa giovanissima nella carriera di giornalista.
Raccogliere testimonianze, scrivere e vendere storie le offre un brivido impagabile. Storie che arrivano dritte dalla prima linea della primavera araba. A Beirut Alice comprende quanto conoscere l’arabo – studiato con grande tenacia – la avvicini alle persone, ai fatti, alla vita. Al Cairo, mentre Mubarak vacilla e i ribelli incendiano piazza Tahrir, scopre l’amore.
Quando la sua redazione parigina le propone un incarico da inviata in Siria, non se lo fa dire due volte. Ma ad Aleppo una tragedia improvvisa, di cui si sente responsabile, la sprofonda in una depressione nera. Per risollevarsi dovrà confrontarsi con le proprie fughe, le proprie radici e con la storia del padre, un editore di poesia algerino morto quando lei aveva solo quindici anni.
Amava il suo rapporto carnale con le decisioni. Riflettere non l’aiutava, doveva sentire. Aveva scelto di avvicinarsi il più possibile al pericolo, alla morte, come per sfidarla, per sentire il richiamo alla vita.
“Il senso della fuga” di Azell Hajar
Recensione
Che cos’è davvero la fuga? Un gesto di sopravvivenza, un atto di ribellione, oppure una condizione destinata ad accompagnarci per tutta la vita? È attorno a queste domande che ruota Il senso della fuga, un romanzo che intreccia la storia personale della protagonista con quella di un Medio Oriente attraversato da rivoluzioni, conflitti e migrazioni.
La fuga del titolo assume fin da subito molteplici significati. È quella dei migranti che attraversano il Mediterraneo nella speranza di costruirsi un futuro diverso, ma è anche quella, più silenziosa e meno visibile, della protagonista. Giornalista inviata nelle zone di guerra, la donna sembra incapace di fermarsi davvero: ogni partenza è una ricerca, ogni ritorno lascia nuove domande aperte. A guidarla non è soltanto il desiderio di raccontare ciò che accade sul campo, ma anche il bisogno di dare un senso alla propria esistenza e all’eredità emotiva lasciata dal padre, una presenza che continua a orientarne le scelte e il modo di guardare il mondo.
È proprio attraverso il giornalismo che Hajar Azell offre alcune delle riflessioni più interessanti del romanzo. Lontana dall’immagine romantica dell’inviato di guerra, l’autrice mette in scena tutti i limiti di una professione che vive della pretesa di raccontare la realtà pur sapendo che nessun reportage potrà mai restituirla nella sua interezza. Il libro mostra il peso psicologico che questo lavoro comporta, il trauma accumulato da chi osserva la violenza senza potersi sottrarre, il senso di impotenza di fronte a tragedie che continuano anche quando le telecamere si spengono.
La guerra, in queste pagine, non è soltanto un evento storico. Diventa una presenza costante che modella identità, rapporti familiari e memoria, lasciando segni profondi tanto in chi è costretto a fuggire quanto in chi sceglie di restare per testimoniare.
Se sul piano dei temi il romanzo convince per profondità e sensibilità, qualche riserva riguarda invece la ricostruzione del contesto storico. La narrazione si muove tra la Primavera araba e i conflitti che hanno segnato il Medio Oriente contemporaneo, ma spesso presuppone che il lettore possieda già solide conoscenze degli avvenimenti. I riferimenti politici e storici si susseguono senza essere sempre contestualizzati, rendendo alcuni passaggi meno immediati e talvolta difficili da seguire. Una scelta che restituisce autenticità al racconto, ma che rischia di limitare il coinvolgimento di chi non ha familiarità con quella complessa stagione storica.
La scrittura di Hajar Azell rimane comunque elegante e misurata, capace di dare spazio tanto alla dimensione intima dei personaggi quanto alla portata collettiva degli eventi narrati. Il senso della fuga è un romanzo che parla di migrazione, identità e appartenenza, ma soprattutto del bisogno universale di trovare un luogo – geografico o interiore – in cui smettere di fuggire.
Perché, alla fine, la fuga più difficile non è sempre quella che attraversa i confini, ma quella che ci costringe a fare i conti con noi stessi.
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L’Autrice
Nata a Rabat nel 1992, Hajar Azell non aveva ancora vent’anni quando, tra il 2010 e il 2011, la ‘primavera araba’ infiammò le strade di Tunisi, Il Cairo, Damasco e Algeri, prima che le speranze che aveva suscitato fossero spazzate via o represse nel sangue.
Oggi Hajar vive tra Parigi e Rabat e ha dato vita alla rivista www.onorient.com, che celebra lo slancio creativo del Nord Africa e del Medio Oriente.



