La lunghissima Lettera al padre scritta da Franz Kafka e mai consegnata al destinatario, è una incredibile autopsia emotiva e uno dei documenti più lucidi sul conflitto generazionale che allontanò sempre più lo scrittore dalla sua famiglia. Il libro è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2013 e tradotto da Claudio Groff.

TRAMA
Franz Kafka scrisse queste pagine a trentasei anni, nel tentativo di spiegare al padre l’origine della propria paura nei suoi confronti.
Nella lettera spicca il contrasto tra due mondi lontani e inconciliabili: da una parte quello di Hermann Kafka, autoritario e proiettato verso il successo materiale, dall’altra la visione più ansiosa di un giovane intrappolato nel senso di colpa per non essere “abbastanza uomo” come suo padre vorrebbe.
Kafka descrive suo padre come un padre padrone che governava attraverso l’ironia pungente, il silenzio punitivo e una involontaria ipocrisia, per poi stabilire regole ferree che egli stesso non seguiva (non masticare rumorosamente, ad esempio).
L’aspetto più tragico che emerge dallo scritto è che il giovane autore non incolpava solo suo padre del suo comportamento, ma anche egli stesso, reo di esistere e di non riuscire a eguagliare il genitore.
Tu sei per me la misura di tutte le cose.
RECENSIONE
Nonostante la grande intensità emotiva che la caratterizza, la lettera è scritta con una lucidità quasi chirurgica. Kafka analizza il rapporto con il padre come fosse un avvocato preso dalla sua arringa in tribunale, ricorrendo alla prima persona plurale e immaginando le risposte della controparte, per legittimare i suoi pensieri.
L’opera riporta su carta il tacito grido di chi si è fatto uomo e cerca di liberarsi di un’ombra gigantesca, consapevole che quella, forse, sia diventata parte integrante della sua stessa sostanza.
Si tratta di una lettura fondamentale per comprendere la poetica di uno scrittore bloccato, nella vita, a causa di un legame simbiotico negativo: attraverso la lettera, Kafka analizza soprattutto i suoi fallimenti sentimentali, in un processo in cui a essere condannato è egli stesso.
Non c’è catarsi, lieto fine o riconciliazione: Kafka non cerca nemmeno soluzioni facili, conscio della loro inesistenza. Al contrario, insiste sul proprio senso di inadeguatezza in un tipo di società patriarcale quale era quella di primo ‘900.
Il libro potete trovarlo QUI
L’AUTORE
Nato a Praga il 3 luglio 1883 in una famiglia della media borghesia ebraica, si laureò in Giurisprudenza per compiacere il padre e lavorò come funzionario presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, mentre di notte si dedicava alla scrittura, la sua vera essenza e preghiera.
Nel 1917 manifestò i primi sintomi della tubercolosi, malattia che lo avrebbe portato alla morte dopo anni di cure in vari sanatori. Morì il 3 giugno 1924 a Kierling, presso Vienna, a soli 40 anni.
Kafka pubblicò relativamente poco in vita (tra cui La Metamorfosi nel 1915). In punto di morte, ordinò al suo amico fraterno Max Brod di bruciare tutti i suoi manoscritti inediti. Fortunatamente, Brod contravvenne all’ordine, pubblicando postumi capolavori come Il Processo (1925) e Il Castello (1926).


