Se siete alla ricerca di un romanzo storico che non si limiti a ricostruire un’epoca, ma che vi faccia sentire addosso la sua sporcizia, la paura e l’impotenza, La ragazza delle erbe è una lettura che colpisce dritto, senza protezioni. Pubblicato in Italia da Piemme con la traduzione di Elena Cantoni, il libro di Elizabeth DeLozier prende il Medioevo e lo priva di qualsiasi filtro romantico, restituendolo nella sua forma più fragile e brutale.

Trama
Avignone, XIV secolo. Elea è una giovane levatrice che ha imparato a conoscere il corpo e le erbe non sui libri, ma nella pratica quotidiana, tra dolore, nascita e sopravvivenza. La sua curiosità e il suo talento la portano ad avvicinarsi alla medicina ufficiale, entrando in contatto con Guy de Chauliac, medico del papa.
Ma mentre il sapere cerca di organizzarsi, arriva qualcosa che sfugge a ogni controllo: la peste. La città si trasforma rapidamente in un luogo dominato dalla paura, dove la morte è ovunque e le certezze crollano una dopo l’altra. Elea si ritrova così sospesa tra ciò che sa e ciò che non può comprendere, in un mondo dove anche curare diventa un atto incerto.
DECOTTO PER LE FEBBRI
Macina una manciata di partenio nel pestello
Aggiungi un cucchiaio di redice di valeriana in polvere
Aggiungi un cucchiaio di corteccia di salice in polvere
Aggiungi cinque gocce di sciroppo di sambuco e cinque di miele
Mescola con acquavite
Recensione
Elizabeth DeLozier costruisce un romanzo che vive di tensione continua tra conoscenza e impotenza. Non c’è alcuna idealizzazione della medicina, né delle erbe: entrambe sono strumenti fragili davanti a una realtà che le supera.
Elea è una protagonista riuscita proprio perché non è mai “risolutiva”. Non salva, non capisce tutto, non diventa un simbolo rassicurante. È una figura in formazione, ma una formazione che passa attraverso il fallimento, l’errore, la perdita. E questo la rende profondamente credibile.
Il cuore del romanzo sta nella rappresentazione della peste: DeLozier evita qualsiasi estetizzazione e sceglie invece una via più diretta, quasi documentaria. I corpi si ammalano, la società si disgrega, e ciò che emerge è il lato più oscuro dell’essere umano. La paura non resta individuale, ma diventa collettiva, trasformandosi in violenza, sospetto, ricerca di colpevoli.
In questo senso, il libro dialoga con altre opere che hanno raccontato il Medioevo senza indulgere nell’epica. Se Il medico di Noah Gordon mostrava il potere della conoscenza come forza quasi salvifica, qui accade l’opposto: sapere non basta. E proprio questa distanza lo rende più vicino a una sensibilità contemporanea, dove la realtà non offre risposte semplici.
C’è anche una dimensione più intima, che richiama certe narrazioni moderne come Lapvona di Ottessa Moshfegh: un mondo chiuso, duro, in cui il sacro e il violento convivono senza soluzione di continuità. Tuttavia, DeLozier mantiene uno sguardo più storico, più ancorato alla realtà, senza mai scivolare nel grottesco.
La scrittura è coerente con tutto questo: concreta, mai indulgente, capace di restituire sia la fisicità della malattia sia il peso psicologico che essa comporta. Non cerca di commuovere in modo facile, ma lascia emergere le emozioni attraverso le situazioni.
Alla fine, quello che resta è una riflessione netta: la conoscenza è fondamentale, ma non onnipotente. E in un mondo che crolla, continuare a cercarla è forse l’unico gesto possibile per restare umani.
La trovate QUI.
L’Autrice
Elizabeth DeLozier è un’autrice americana con una formazione accademica in scrittura creativa. Con La ragazza delle erbe (titolo originale Eleanore of Avignon), ha costruito un romanzo storico fortemente documentato, basato su fonti mediche medievali e sulla figura reale di Guy de Chauliac. La sua scrittura si distingue per l’attenzione al dettaglio storico e per la capacità di intrecciare ricerca e narrazione.



