Con Nel tepore del ballo, Pupi Avati si è distaccato nuovamente dall’horror, il genere che lo ha reso celebre tra gli anni ’70 e gli anni ’80 e del quale possiamo considerarlo uno dei grandi esponenti italiani. Ciò a cui non rinuncia il maestro è però un leggero velo di inquietudine e mistero, presente in forme diverse da quelle a cui siamo abituati.
Il protagonista del film è Gianni Riccio, nato e cresciuto a Jesolo. Ora Gianni è sulla cinquantina, ed è un uomo di successo, lavora in televisione e tutti lo conoscono. Ma, all’apice della carriera, appena prima di inaugurare la prima messa in onda del suo nuovo programma, la sua vita viene stravolta da uno scandalo finanziario, ed è costretto a ritornare nel suo paese natale, con tanto di obbligo di firma.
“Più avevi successo e più avevo paura. A noi le cose belle non ci possono capitare”, dice la zia di Gianni. L’ha cresciuto lei, dato che il ragazzo ha perso entrambi i genitori in giovanissima età. La mamma, addirittura, non l’ha nemmeno conosciuta.
Pupi Avati ci narra i traumi del protagonista, ci dà tutti gli elementi per decifrarne i pensieri: vediamo da dove proviene Gianni, vediamo il suo paese e la sua storia, ma, nonostante questo, ci appare uno sconosciuto. Sì, perché Nel tepore del ballo è un film dal significato confuso.
Il sentimento a metà
“Il racconto che vi proponiamo è incentrato sul rinnamoramento”, ha dichiarato il regista. Gianni è un uomo ordinario, mascherato da protagonista complesso; vediamo l’evolversi dei suoi pensieri, la costante lotta presente dentro di lui: un ritorno ad una vita semplice e reale o il perseguimento della fama e della finzione? Eppure, la scrittura del personaggio rende poca giustizia all’interpretazione di Massimo Ghini.
A metà tra la satira e l’introspezione, il sentimento finale che la storia ci offre è un romantico nichilismo, una inutile nostalgia con la quale tutti noi dobbiamo convivere, rappresentata attraverso una parentesi autoconclusiva nella vita del protagonista. Gli attori sono tutti eccezionali e perfettamente credibili, ma il tentativo di riportare il pubblico ad un passato intimo non riesce fino in fondo. L’idea di “un’Italia che non c’è più”, del “paese natale”: la trasposizione di quella familiarità che è proprio della natura dell’uomo, soprattutto sull’orlo della mezza età, resta un tentativo.
Il passato di Gianni ci colpisce e ci incuriosisce; i suoi fantasmi, degni della regia di Pupi Avati e disseminati sapientemente nella prima parte del film, si perdono però nel racconto semi parodico della televisione italiana, raccontata in modo fedele, ma scontato. Il fattaccio rappresentato ricorda quello di Tortora, Bruno Vespa e Jerry Calà interpretano loro stessi, una meravigliosa Giuliana De Sio interpreta quella che ha tutta l’aria di essere una Barbara D’Urso rivisitata (ma neanche tanto): la critica è presente, ma poco determinata. Il tutto è avvolto da una nebbia metaforica tipicamente “avatiana” (e questo, tutto sommato, fa anche piacere) che rende la satira poco incisiva e per nulla coraggiosa.
Lo stile di Pupi Avati
La cifra stilistica del maestro è presente, ma leggermente sacrificata in favore di una storia più classica, meno ricercata. Il racconto è totalmente godibile, e non risulta mai noioso: i sentimenti rappresentati sono reali e riconoscibili per lo spettatore. Tuttavia, viene da chiedersi quale fosse il vero intento del regista.
Pupi Avati torna sulla retorica del paesino, della semplicità della vita, dell’importanza degli affetti: questa volta però, il tutto viene raccontato quando è ormai troppo tardi. Il richiamo nostalgico è presente e forte in tutti i personaggi, ma tutti resistono, restituendoci la dura consapevolezza che il passato è passato, che i nostri affetti, il nostro paese e il nostro mondo sono cambiati, come siamo cambiati noi stessi.
L’amore di Gianni per Clara è un amore ritrovato, ma anche un amore perso, un ricordo. Nel tepore del ballo è una dichiarazione d’amore che resiste nonostante tutto, rilasciata con quel tipico e rassegnato “volevo solo che tu lo sapessi”, ma non è chiaro a chi sia rivolta.
Pupi Avati resta un punto di riferimento: i suoi film sono da sempre cosparsi di un’aura misteriosa che sembra riportarci in un cinema passato e al quale guardiamo con affetto. Il “rinnamoramento” di cui ci parla, però, per questo film non ci coinvolge totalmente, lasciandoci all’asciutto.
Nel tepore del ballo esce al cinema domani, giovedì 30 aprile.


