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NerdPool > Blog > Libri > QUATTRO VOLTE ME di Maria Lazar: recensione
Libri

QUATTRO VOLTE ME di Maria Lazar: recensione

Eleonora Trevisan
12 Giugno 2026
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7 Min
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7
"Quattro volte me" di Maria Lazar

Un manoscritto rimasto a lungo nascosto tra le carte private, una voce dimenticata e una potenza narrativa che travolge il lettore a quasi un secolo di distanza. Arriva in libreria per Adelphi, con la traduzione dal tedesco di Laura Ragone, Quattro volte me di Maria Lazar. Un’opera intessuta di un’audacia psicologica e tematica sconvolgente per l’epoca in cui fu concepita.

Trama

Le piccole donne di Maria Lazar sono Grete, Anette, Ulla e l’anonima narratrice che parla in queste pagine. La sua confessione, concitata e rapinosa, suscita in noi un crescente turbamento, perché la sua voce si mimetizza con le altre, a scuola le capita di dimenticare il suo nome, di rispondere all’insegnante con la voce di Grete, di scrivere un tema con la grafia di Ulla, di patire nella carne il dolore delle amiche. Una presenza, che lei chiama «l’Estranea», la spia dagli specchi e dalle finestre, e si fa via via sempre più ardita e invadente. Ma è proprio questa natura frantumata e plurima a fare di lei la cronista di una storia collettiva. 

La storia di tutte le giovani donne travolte dall’ansia e dallo spaesamento che spirano come un vento malevolo nell’aria di Weimar. Donne inassimilabili l’una all’altra, eppure accomunate da un unico destino: sopravvivere alla miseria, alle violenze maschili, alla degradazione – o consegnarsi alla desolante sicurezza del matrimonio.

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Ogni matita con cui scrivo dev’essere un’arma. Un’arma contro Grete, contro Ulla, contro Anette, e anche, soprattutto, contro l’Estranea. E a scrivere qui sono io. Proprio così, io! Io soltanto!

Recensione

Dove risiede la genialità, se non nel saper anticipare i tempi?

Scritto tra il 1928 e il 1929, Quattro volte me è un romanzo che racchiude in sé tematiche rivoluzionarie, affrontando argomenti che in quegli anni nessuno osava nominare: la violenza sessuale, l’aborto, il tabù delle mestruazioni, le difficoltà della maternità, la prostituzione e l’uso di droghe. È un’opera dedicata a una generazione di donne (quella tra le due guerre) rimasta delusa dalla promessa infranta di un’autonomia che non è mai stato concesso loro di raggiungere.

Rimasto a lungo nascosto tra le carte dell’autrice austriaca Maria Lazar, questo testo ha visto la luce grazie alla casa editrice Das vergessene Buch (“Il libro dimenticato”), che dal 2014 ha iniziato a riscoprire e pubblicare i suoi lavori. Nata a Vienna nel 1895, Lazar è stata una figura di spicco dei circoli culturali viennesi degli anni Venti e Trenta. Nel 1933, tuttavia, l’avvento del nazismo la costrinse alla fuga, lasciandosi alle spalle case editrici al collasso e roghi di libri nelle piazze. I suoi scritti, insieme a quelli di molti altri autori (e soprattutto autrici) dell’epoca, hanno rischiato così di cadere per sempre nell’oblio.

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Quattro volte me è un fulgido esempio di romanzo modernista: Lazar rompe bruscamente con la tradizione letteraria per concentrarsi sulla frammentarietà, sull’inconscio e sul flusso di coscienza. Al centro della storia c’è una protagonista senza nome e il suo rapporto con tre amiche, tutte profondamente diverse tra loro.

Grete è la più bella e la più fragile: pelle di pesca, una buona famiglia alle spalle e un futuro radioso, amata e corteggiata da tutti. Ulla è l’anima brillante, determinata a conquistarsi un posto nel mondo come medico. Annette, invece, è inquieta e sensuale, simbolo di una vibrante ricerca di libertà personale e sessuale.

E poi c’è la “quarta parte”: la narratrice senza nome, una presenza costante nella vita delle altre tre, che si ritrova a imitare e, talvolta, a impersonificare. Negli specchi e nei riflessi non vede mai se stessa, ma un’Estranea, un volto sconosciuto che sembra perseguitarla da sempre. Attraverso un racconto frammentato e a tratti delirante, la protagonista ripercorre le vite delle amiche e, specchiandosi in loro, tenta disperatamente di ricostruire il proprio passato, per ritrovare finalmente la propria identità e il proprio io.

Perché leggerlo?

Leggere oggi questo romanzo non è solo un atto di giustizia poetica nei confronti di una voce che il regime nazista ha tentato di silenziare, ma è un’esperienza letteraria spiazzante. Maria Lazar non si limita a raccontare una storia: seziona l’anima femminile, la moltiplica per quattro e la ricompone davanti ai nostri occhi con una penna che ha la precisione di un bisturi e la forza di un grido.

Il libro lo trovi QUI.

L’Autrice

Nata a Vienna nel 1895 in una famiglia dell’alta borghesia ebrea, Maria Lazar crebbe nel cuore pulsante dell’avanguardia intellettuale. Frequentò la celebre scuola femminile di Eugenia Schwarzwald, entrando in contatto diretto con figure cardine della cultura viennese dell’epoca come lo scrittore Hermann Broch e l’architetto Adolf Loos.

Scrittrice eclettica, giornalista impegnata e traduttrice, Lazar iniziò a pubblicare i primi lavori nei primi anni Venti. Il vero successo di pubblico e critica arrivò però nel 1930 quando, per aggirare i crescenti pregiudizi dell’epoca, decise di utilizzare lo pseudonimo “nordico” di Esther Grenen.

Nel 1933, a causa delle sue origini e delle sue posizioni politiche, fu costretta a fuggire dall’Austria a causa dell’ascesa al potere di Hitler. Si rifugiò inizialmente in Danimarca — dove visse per un periodo accanto alla famiglia di Bertolt Brecht — e successivamente, nel 1939, fuggì in Svezia, a Stoccolma.

A causa dell’esilio e della censura nazista, i suoi libri vennero messi al bando e bruciati nelle piazze, facendola cadere in un ingiusto oblio prima ancora della fine della seconda guerra mondiale. Sconvolta da una grave e incurabile malattia, si tolse la vita a Stoccolma nel 1948.

"Quattro volte me" di Maria Lazar
7
Il nostro voto 7
Fantastico! La straordinaria audacia tematica La metafora del "Quattro volte me" (La scomposizione dell'io) Lo stile modernista e l'onestà del "delirio"
C'è di meglio! La complessità e la mancanza di punti di riferimento Il rischio di personaggi "archetipici" Il senso di oppressione e claustrofobia psicologica
ARGOMENTI:AdelphiRecensione
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