Se c’è una casa di produzione che nell’ultimo decennio ha saputo ridefinire il concetto stesso di cinema d’autore, quella è senza dubbio A24. La fucina indipendente americana ci ha abituato a film capaci di prendere i generi cinematografici più consolidati, smontarli pezzo per pezzo e ricomporli sotto una luce del tutto inedita — basti pensare alla carica eversiva di Civil War, alla visione spiazzante di Eddington o alla grottesca brillantezza di Death of a Unicorn e all’ultimo successo di pubblico e critica Backrooms.
Le premesse per Robin Hood – Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood) erano, sulla carta, le migliori possibili. Affidato alla regia di Michael Sarnoski — cineasta che ha già ampiamente dimostrato con Pig e A Quiet Place – Giorno 1 una straordinaria capacità di scavare nell’animo umano attraverso una regia trattenuta e intimista — il film si proponeva di compiere l’operazione definitiva: affondare il bisturi nel mito più masticato, riadattato e romanticizzato della storia del cinema per estrarne un’anatomia della colpa.
Siamo lontani anni luce dalle scanzonate avventure in calzamaglia, dall’eroismo classico di Errol Flynn o dalla maestosità hollywoodiana di Kevin Costner. La premessa concettuale di Sarnoski è spietata ed estremamente affascinante: e se tutte le leggende sul nobile fuorilegge fossero solo gigantesche menzogne? E se la verità storica su Robin Hood fosse quella di uno spietato criminale mercenario, un uomo privo di morale a cui non è mai importato nulla di derubare i ricchi per sfamare i poveri, ma solo di accumulare bottino senza porsi il minimo problema di eliminare chiunque si trovasse sul suo cammino, che si trattasse di soldati, uomini inermi, donne o bambini?
Un incipit folgorante, violento e viscerale
Strutturato fondamentalmente in tre distinti blocchi narrativi, il film regala un primo atto decisamente di forma e sostanza. La macchina da presa di Sarnoski ci scaraventa senza filtri in un Alto Medioevo oscuro e feroce, ambientato tra i paesaggi selvaggi delle Highlands scozzesi. La direzione artistica e la fotografia lavorano in perfetta sinergia, con scelte come una nebbiolina perenne che avvolge le inquadrature, un freddo pungente che trapassa lo schermo e un fango viscerale che sembra specchiare il degrado morale dei personaggi.
In questo scenario da incubo si muove Hugh Jackman, protagonista assoluto. Il suo Robin Hood è un uomo ormai anziano, fisicamente distrutto, piegato dagli anni e letteralmente spossato dalla vita. Jackman restituisce con una presenza scenica fisica e dolorosa la fatica di esistere di un uomo perseguitato dai demoni di un passato che non concede sconti. La stanchezza della sua recitazione non è finzione: si percepisce ogni singolo chilo di armatura, ogni cicatrice, ogni grammo di senso di colpa che grava sulla sua colonna vertebrale.
Al suo fianco troviamo un Little John altrettanto provato dalla vita e dal tempo, compagno di scorribande di un’epoca di sangue che entrambi vorrebbero solo dimenticare. Questa prima parte del film colpisce per la sua violenza secca, sporca e priva di qualsiasi compiacimento estetico. Robin non è un eroe: è un assassino stanco che cerca disperatamente di sfuggire ai propri incubi e alla condanna morale di ciò che ha compiuto.
L’incipit funziona a meraviglia. Costruisce un’atmosfera tesa e viscerale, stabilisce un mood action-drammatico potente e promette allo spettatore una cavalcata spietata dentro i recessi dell’animo umano. Poi, purtroppo, qualcosa si rompe.
La caduta nel secondo e terzo atto

Subito dopo gli eventi scatenanti della prima parte, il film subisce una virata drastica e improvvisa. Ferito e stremato, Robin viene accolto e curato all’interno di un monastero isolato dal mondo. È qui che prende il via il lunghissimo secondo atto, che si salda con un terzo atto ancora più faticoso, trasformando l’intero impianto della pellicola in un interminabile calvario d’espiazione.
Se l’intento di Sarnoski era quello di mostrare il cammino interiore di un uomo che cerca di fare pace con le proprie atrocità prima della fine, il risultato visivo e narrativo si traduce in un progressivo prosciugamento di ogni forma di tensione.
I circa 120 minuti di durata complessiva vengono diluiti all’inverosimile. Il ritmo frenetico e viscerale dell’inizio cede il passo a una stasi contemplativa che ben presto si trasforma in pura noia. Il vero problema del film non è la scelta di diventare intimo, ma l’incapacità di gestire l’attesa. Durante tutta la fase centrale e finale, la regia continua a disseminare indizi, ad alludere a un pericolo in arrivo o a un’esplosione drammatica imminente. La sensazione costante è che stia per succedere qualcosa di accattivante, di catartico o di violento. Invece non succede assolutamente nulla. È un’inutile attesa che stanca lo spettatore.
Spenta la spinta d’azione, la sceneggiatura comincia ad aggrovigliarsi su se stessa. I dialoghi tra Robin e i monaci — o con i personaggi di contorno che cercano di guidarlo verso la redenzione — diventano prolissi, ripetitivi e venati di un didascalismo filosofico che stride enormemente con la crudezza dell’incipit. La tanto attesa resa dei conti — che per il protagonista è più una resa esistenziale — arriva fuori tempo massimo.
Luci abbaglianti su una struttura crollata

Il rammarico più grande nel valutare Robin Hood – Il prezzo del sangue risiede nel fatto che le singole componenti del film sono spesso di altissimo livello.
Hugh Jackman offre una delle prestazioni più sofferte e mature della sua carriera post-Logan. La sua immedesimazione nella stanchezza del personaggio è totale, ed è solo grazie alla sua presenza carismatica se il secondo atto non crolla del tutto dopo pochi minuti. Anche il personaggio di Jodie Comer, che porta una ventata di intensità drammatica, soffre della stessa rigidità di scrittura che affligge la seconda metà dell’opera, rimanendo imbrigliata in dinamiche narrative fin troppo prevedibili.
La fotografia lavora magistralmente sui toni del grigio, del verde scuro e del marrone, restituendo il quadro di un Medioevo fangoso e privo di qualsiasi romanticismo. Le musiche accompagnano con discrezione la discesa negli inferi del protagonista, sottolineando i momenti d’atmosfera con toni cupi e ritmati.
Tuttavia, il cinema non è fatto solo di singole eccellenze tecniche o attoriali, ma necessita di una struttura drammaturgica capace di sorreggerle. E qui la sceneggiatura firmata dallo stesso Sarnoski fallisce nel compito più importante, ovvero mantenere viva la magia e la carica eversiva accese nei primi trenta minuti.
Il ritratto di un’occasione sprecata
Robin Hood – Il prezzo del sangue è il classico esempio di opera d’autore che si innamora della propria premessa a tal punto da dimenticarsi di come svilupparla. L’idea di smitizzare il fuorilegge di Sherwood trasformandolo in un vecchio assassino tormentato era brillante; la realizzazione della prima parte ne era la prova tangibile.
Purtroppo, la scelta di imbrigliare la storia in un lunghissimo e retorico percorso di penitenza all’interno di quattro mura spegne completamente l’energia del film. Quella che doveva essere una spietata decostruzione del mito finisce per trasformarsi in una lenta, gravosa e prolissa agonia narrativa, dove il peso della colpa provato da Robin Hood finisce inevitabilmente per coincidere con il peso del tempo avvertito dallo pubblico in sala. Un vero peccato.
Robin Hood: Il prezzo del sangue esce nelle sale italiane il 13 Agosto




