L’Autobiografia di Alice B. Toklas è uno dei più geniali inganni letterari del Novecento. Nonostante il titolo e la voce narrante appartengano ufficialmente alla compagna di vita dell’autrice, il libro è interamente scritto da Gertrude Stein. Pubblicata per la prima volta nel 1933, l’opera è oggi disponibile in una nuova edizione di Marsilio Editori, con la traduzione a cura di Alessandra Sarchi. Questo stratagemma ha permesso a Stein di ottenere il suo più grande successo di pubblico: adottando lo sguardo della partner, l’autrice celebra se stessa e il proprio impatto culturale nella Parigi della prima metà del Novecento.

Recensione
Gertrude Stein (1874–1946) è stata la colonna portante del modernismo. Donna statunitense dal carisma magnetico, possedeva un’incrollabile fiducia nelle proprie capacità. Sfidò ogni canone di femminilità dell’epoca non solo convivendo con una donna, ma anche tramite un aspetto iconico: corporatura massiccia, capelli cortissimi e abiti severi, dettagli che Pablo Picasso immortalò nel suo celebre ritratto del 1906. Personalità complessa, tanto generosa nel proteggere i giovani artisti quanto implacabile con i critici e dispotica con chi la contraddiceva, la Stein non si considerava una semplice mecenate: fu la mente strategica dietro la nascita dell’arte contemporanea.
Il cuore pulsante del libro è il leggendario appartamento al numero 27 di rue de Fleurus a Parigi. Quello che apparentemente era solo un alloggio con atelier divenne tra il 1903 e gli anni Trenta l’epicentro della cultura globale. Tra quelle mura, le cui pareti erano letteralmente sommerse dai capolavori di Picasso, Matisse, Cézanne e Renoir, comprati da Stein quando erano ancora sconosciuti, andava in scena ogni sabato sera un rituale magico: Gertrude Stein accoglieva e “battezzava” i geni dell’arte visiva, mentre la sua compagna Alice B. Toklas intratteneva le mogli e le amiche dei pittori. Rue de Fleurus non era un semplice luogo di ritrovo, ma un incubatore di rivoluzioni: lì dentro i pittori scoprivano la letteratura, i poeti capivano la scomposizione cubista e i giovani scrittori americani imparavano a guardare l’Europa. È qui che Stein, definendo Ernest Hemingway e i suoi coetanei come una “generazione perduta” ferita dalla guerra, ha battezzato il più importante movimento letterario americano, lanciando nell’olimpo della letteratura lo stesso Hemingway e F. Scott Fitzgerald.
Gertrude Stein non si è limitata a collezionare l’arte moderna: l’ha definita, guidata e, infine, incarnata. Lei stessa è stata influenzata dal cubismo del suo caro amico Pablo Picasso e lo ha applicato alla sua letteratura, scomponendo le frasi, usando ripetizioni ed eliminando la punteggiatura convenzionale per restituire alle parole la loro purezza originale. Nel caso della sua celebre autobiografia, la lettura è resa più accessibile rispetto ad altri suoi lavori più ermetici grazie a una prosa più semplice, colloquiale e mossa da un ritmo incalzante; per questo motivo, è l’unico suo progetto che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Più che seguire una trama lineare, il libro si sviluppa come una raccolta di memorie che ripercorre la vibrante vita parigina di Stein, con aneddoti, pettegolezzi e riflessioni acute. Il tutto raccontato attraverso un tono arguto e a tratti superbo, ma costantemente pervaso da una sottile ironia. Gertrude Stein si autoelogia continuamente, ma facendolo fare alla Toklas alleggerisce il suo immenso egocentrismo, trasformandolo in un divertito gioco letterario, pur senza riuscirci del tutto
La vera nota dolente dell’opera risiede nel modo in cui viene trattata la figura di Alice B. Toklas, ridotta a una lente d’ingrandimento costantemente puntata su Gertrude. Di lei si parla solo nel primissimo capitolo, che ne illustra la giovinezza e l’arrivo a Parigi nel 1907, anno in cui incontra subito la Stein descrivendola come un vero e proprio genio. Da quel momento in poi, la sua esistenza narrativa si dissolve diventando uno specchio riflettente, il cui unico scopo è rimandare un’immagine grandiosa di Gertrude, la quale si appropria della sua voce, dei suoi tic verbali e dei suoi pensieri per parlare quasi esclusivamente di se stessa. Questo espediente permette alla Stein di aggirare le regole della modestia sociale, anche se la vera Toklas fu a tutti gli effetti una complice consapevole di questo inganno letterario. Il finale del libro restituisce ad Alice il controllo della narrazione, rivelando che il “genio” Gertrude ha dovuto comunque chiedere in prestito la sua identità per poter avere successo. Scrivendo la propria vita attraverso gli occhi della compagna, la Stein tenta l’impresa impossibile di lodare se stessa e definirsi un “genio” senza risultare arrogante, poiché il giudizio è filtrato dalla devozione e dall’ironia di Alice; un’operazione affascinante, che tuttavia non maschera del tutto la sua vanità.
In conclusione, a distanza di quasi un secolo, le luci del salotto di rue de Fleurus si sono ormai spente, ma l’eco di quella straordinaria finzione letteraria continua a risuonare. Ci ricorda che, a volte, per raccontare la verità più profonda su se stessi, è necessario indossare la maschera di chi ci ama. L’opera resta comunque una lettura fondamentale per comprendere la nascita del modernismo, oltre che una testimonianza importante del legame indissolubile tra due donne che hanno saputo sfidare le convenzioni del loro tempo.
Questo libro funziona come una vera e propria macchina del tempo: catapulta il lettore in quegli anni irripetibili, offrendo ritratti vividi e senza filtri dei futuri giganti del Novecento, colti nella loro quotidianità più autentica prima del successo planetario.
Autrice
Gertrude Stein (1874–1946) è stata una delle figure più influenti, complesse e carismatiche del Novecento letterario e artistico. Nasce ad Allegheny (Pennsylvania) il 3 febbraio 1874 da una facoltosa famiglia ebrea di origini tedesche, trascorrendo l’infanzia tra Vienna, Parigi e la California. Studia psicologia al Radcliffe College (Università femminile legata ad Harvard) sotto la guida del filosofo e psicologo William James, che segnerà profondamente il suo approccio alla mente e al flusso di coscienza. Frequenta successivamente la facoltà di medicina alla Johns Hopkins University, che decide tuttavia di abbandonare prima della laurea a causa di un calo di interesse. Nel 1903, libera da vincoli familiari e forte di una rendita economica, si stabilisce a Parigi insieme al fratello Leo e prendono casa al numero 27 di rue de Fleurus. Insieme al fratello intuisce immediatamente la rivoluzione dell’arte moderna, acquistando a basso prezzo le tele di pittori allora derisi, tra cui Paul Cézanne, Henri Matisse e Pablo Picasso, finanziando le loro carriere. Nel 1907 conosce l’americana Alice B. Toklas, che diventerà la sua compagna di vita, segretaria, musa e custode della sua eredità culturale in una delle prime unioni omosessuali vissute alla luce del sole della storia contemporanea. Nonostante svariate pubblicazioni come Tre esistenze (1909) e Teneri bottoni (1914), incompresi alla critica, solo nel 1933 ottiene un successo commerciale mondiale con “Autobiografia di Alice B. Toklas”. Il libro la rende una celebrità e la porta a un trionfale tour di conferenze negli Stati Uniti. Nonostante le sue origini ebraiche, la Stein sceglie di non fuggire dalla Francia occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, trascorrendo gli anni del conflitto in una relativa sicurezza nella campagna francese. Muore di tumore allo stomaco il 27 luglio 1946, all’età di 72 anni, presso l’Ospedale Americano di Neuilly-sur-Seine. È sepolta nel celebre cimitero di Père-Lachaise a Parigi.



