L’uomo anfibio (1928) di Aleksandr Beljaev, proposto in Italia da Agenzia Alcatraz nella traduzione del Kollektiv Ulyanov, è il pioniere della fantascienza sovietica che intreccia il dramma dell’incomprensione sociale a una storia d’amore senza tempo.

TRAMA
Lungo la costa Argentina, tra i pescatori e i marinai locali, si diffonde il panico a causa di avvistamenti di una strana creatura marina, ribattezzata “il diavolo del mare”; taglia le reti, libera i pesci e sembra provocare incidenti, anche se più volte salva le persone in pericolo.
Ittiandr, però, non è un mostro, ma un giovane a cui hanno trapiantato le branchie di un pesce per salvargli la vita da una malattia polmonare mortale. Cresce vivendo un’esistenza divisa a metà: capace di respirare sia in acqua che sulla terraferma, si sente libero tra le onde del mare, ma è del tutto impreparato alla società umana e alle sue dinamiche.
Quando Ittiandr salva dall’annegamento una giovane donna locale, Guttiere, se ne innamora a prima vista e, deciso a rivederla, trova il coraggio di avventurarsi nel mondo degli uomini.
L’ingresso di Ittiandr nella società attira l’attenzione di uomini senza scrupoli, intenzionati a catturare e sfruttare la creatura per i propri guadagni, innescando una serie di conflitti tra la purezza della natura, le ambizioni della scienza e la cupidigia umana.
Ittiandr guardava con ansia la riva. Là vivevano gli uomini, esseri sconosciuti ed enigmistici che gli avevano insegnato a parlare, gli avevano dato il pensiero e l’anima, ma gli avevano tolto la possibilità di vivere libero come un pesce tra i pesci.
RECENSIONE
L’uomo anfibio è un’opera profonda che ruota una riflessione amara sulla natura umana. La scrittura è estremamente scorrevole e le descrizioni del mondo sottomarino regalano un senso di meraviglia in aperto contrasto con il cinismo degli uomini.
L’unico limite del romanzo è la rigida caratterizzazione dei personaggi che incastra lo scienziato idealista tra i buoni, il mercante avido tra i cattivi.
Tuttavia, attraverso la figura dello scienziato creatore, Beljaev pone una domanda cruciale: fino a che punto la scienza può spingersi senza distruggere l’individuo? Salvator salva la vita a Ittiandr, ma lo condanna all’emarginazione sociale e all’impossibilità di integrarsi nel mondo umano, corrotto dal denaro, dal pregiudizio e incapace di accogliere ciò che è diverso. La società capitalista vede nel ragazzo solo una risorsa da catturare, schiavizzare e sfruttare per accumulare ricchezza.
Ittiandr diventa così una figura tragica: troppo pesce per vivere sulla terraferma, troppo umano per limitarsi all’oceano. Anche il sentimento tra il giovane e Guttiere è condannato fin dall’inizio per l’impossibilità fisica e sociale di condividere lo stesso elemento vitale.
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L’EREDITÀ DE L’UOMO ANFIBIO NE LA FORMA DELL’ACQUA
Il confronto con l’adattamento cinematografico di Guillermo del Toro rivela delle affinità impressionanti, al punto che molti critici e spettatori hanno visto ne La forma dell’acqua un vero e proprio erede spirituale del romanzo sovietico. Nonostante ciò, le storie sono calate in contesti differenti.
Entrambe le opere fanno lava sulla creatura anfibia mostrandolo non come un mostro da sconfiggere, ma come il centro emotivo ed etico della storia che è l’amore tra la creatura e una donna (Guttiere nel romanzo, Elisa nel film), l’unica capace di guardare oltre la diversità della creatura, riconoscendone la bellezza interiore.
Gli antagonisti (Pedro Zurita nel romanzo e Richard Strickland nel film) incarnano la bramosia, l’arroganza e la mancanza di rispetto per la natura e vedono la creatura come uno strumento da sfruttare per il proprio guadagno (i proventi legati al commercio di perle nel romanzo, la supremazia militare e tecnologica nella Guerra Fredda nel film).

L’AUTORE
Aleksandr Romanovič Beljaev (1884–1942), il “Jules Verne russo” è nato a Smolensk da una famiglia ortodossa e lavorò come avvocato, giornalista, attore di teatro e scenografo.
Nel 1915 contrasse una grave forma di tubercolosi ossea che lo paralizzò alle gambe per oltre sei anni. Costretto a letto in gesso per lunghi periodi, incanalò la sua energia mentale nella scrittura.
Tra i suoi romanzi più celebri figurano Il testamento del professor Dowell (1937), nato direttamente dalle sue riflessioni durante la paralisi, esplora il tema della vita di una testa umana separata dal corpo.
Morì di stenti e fame nel 1942 a Puškin durante l’occupazione nazista nella Seconda Guerra Mondiale.



