L’uomo elefante, il memoir del chirurgo Frederick Treves pubblicato nel 1884 e riproposto con una nuova pubblicazione nel 2026 da Adelphi, è un vero e proprio documento nel quale Treves racconta il suo incontro con John Merrick, un uomo vissuto nell’Inghilterra vittoriana gravemente deformato, in quanto affetto dalla sindrome di Proteo, una rarissima malattia genetica che causa una crescita eccessiva e sproporzionata della pelle, delle ossa e dei tessuti.
Nel testo viene narrato il rapporto umano che nacque tra lui e il suo medico e rappresenta un documento chiave per comprendere l’etica medica e la sensibilità sociale del tempo.
John Merrick è un uomo che Treves racconta di aver incontrato in un baraccone di Whitechapel, di averlo portato in ospedale e di averlo in qualche modo salvato.
Ma più si legge, più si avverte qualcosa di scomodo, di ingiusto e inconcepibile: quanto c’è di curiosità scientifica in quello sguardo pietoso? Quanto la società vittoriana che alla fine accoglie Merrick nei suoi salotti buoni è davvero diversa dalla folla che pagava un penny per fissarlo come un fenomeno da baraccone?
Chi decide cosa è un mostro?
John Merrick era nato a Leicester nel 1862. Le deformità che lo avrebbero segnato per tutta la vita si manifestarono nell’infanzia, trasformando progressivamente la sua esistenza in un incubo sociale prima ancora che fisico. La madre morì quando aveva dieci anni, il rapporto col patrigno fu difficile e il lavoro come venditore ambulante divenne presto impossibile a causa del suo aspetto non ordinario.
Fu lui stesso, a ventun anni, a contattare un impresario di freakshow, non perché fosse ingenuo, ma perché era una delle poche strade praticabili.
La Londra vittoriana offriva infatti spettacolo ai poveri e carità ai deformi, raramente qualcosa di più dignitoso.
È in questo contesto che l’incontro con Treves assume la sua complessità. Il chirurgo era un uomo di scienza genuinamente affascinato dal caso clinico e probabilmente anche mosso da empatia sincera, ma operava all’interno di un sistema che trattava corpi come quello di Merrick come oggetti di studio o di curiosità, non come soggetti. Il Royal London Hospital che lo ospitò negli ultimi anni di vita fu per Merrick un rifugio reale, forse il primo, ma anche un luogo in cui continuò a essere mostrato, stavolta alla buona società, alle signore della nobiltà, alle attrici di teatro.
È esattamente questa ambiguità che Lynch porta sullo schermo nel 1980 e la porta in bianco e nero, con l’Adagio di Barber, la faccia di John Hurt dietro ore di trucco prostetico e un incredibile Anthony Hopkins nei panni del Dott. Treves.
Il film non risponde alla domanda “chi è il vero mostro?” ma la lascia sospesa davanti allo spettatore, che a quel punto non sa più bene da che parte stare.
Ciò che lo sguardo non raggiungeva
Merrick viene descritto dall’autore come un uomo buono, gentile e per nulla chiuso in se stesso.
Amava profondamente la letteratura, in particolare la poesia romantica.
Leggeva molto, gli venivano portati libri regolarmente al Royal London Hospital e aveva una risposta emotiva intensa alla bellezza in tutte le forme.
Costruiva modellini architettonici con le sue mani, nonostante la mano destra fosse quasi inutilizzabile, uno di questi, la riproduzione di una chiesa, è conservato ancora oggi al Royal London Hospital Museum.
Non era un uomo passivo. Faceva domande, si interessava alle persone che incontrava, voleva capire il mondo che per gran parte della sua vita gli era stato precluso. Treves racconta di conversazioni sorprendentemente ricche e di quanto Merrick fosse capace di ironia sottile, una forma di intelligenza che raramente si associa a chi ha vissuto ciò che aveva vissuto lui.
Ciò che emerge con più forza, leggendo tra le righe di Treves, è il desiderio di Merrick di essere trattato come qualunque altro essere umano, non con pietà, non con fascinazione, ma con la banale normalità di una conversazione tra pari.
Nel film di Lynch vediamo una scena in cui l’attrice Madge Kendal lo visita e gli stringe la mano senza esitazione, fu la prima donna a farlo e Merrick pianse. È forse il dettaglio più eloquente di tutti.
Il libro potete trovarlo QUI.
Conclusioni
Foucault in Sorvegliare e punire teorizza che il potere si esercita attraverso lo sguardo: chi guarda domina, chi è guardato è sottomesso. Merrick ha vissuto questa dinamica in forma estrema e letterale, prima come oggetto di freakshow, poi come caso clinico, poi come curiosità mondana. Il setting cambia, la struttura no. Lynch lo capisce perfettamente: il film inizia con una folla che paga per guardare e finisce con una platea di teatro che applaude. La forma dello spettacolo si raffina, ma lo spettacolo resta.
Il libro di Treves resta un testo fondamentale proprio perché non è innocente, ma è la testimonianza di un uomo che credeva di fare del bene e che Lynch, con grande intelligenza, trasforma in uno specchio.
Non per accusarlo, ma per mostrare quanto sia difficile guardare l’altro senza farne, in qualche modo, uno spettacolo.
John Merrick è morto nel 1890, a ventisette anni, nel sonno, probabilmente per il peso della sua stessa testa, che non riusciva a sostenere coricato. Aveva vissuto abbastanza a lungo da essere studiato, esposto, celebrato e dimenticato più volte.
La storia lo ricorda come l’uomo elefante: ancora oggi, il soprannome che gli aveva dato il suo sfruttatore precede il suo nome. Forse è questo il segno più chiaro di quanto poco siamo riusciti, in fondo, a vederlo davvero.
L’Autore
Frederick Treves è stato un chirurgo britannico nato nel 1853 a Dorchester.
Lavorò al London Hospital, dove divenne un esperto di chirurgia addominale.
È famoso per aver operato e salvato il re Edoardo VII da una grave infezione.
Fu anche il medico che si prese cura di Joseph Merrick, l’Uomo Elefante.
Morì nel 1923 e lasciò un importante contributo alla chirurgia moderna.


