Nel 2012, negli Stati Uniti d’America veniva importato illegalmente Propaganda, film politicizzato della Corea del Nord, utilizzato per mostrare al popolo le nefandezze dell’Occidente, corrotto dal consumismo e dai beni materiali. Guardando quelle immagini, gli spettatori erano disturbati dall’orrore esagerato narrato in quella rappresentazione distorta, in cui il governo veniva accusato di bombardare il popolo con beni di consumo, lusso, modelle in topless, divertimento e odi all’individualismo al fine di controllarlo. Ma ecco, il bello viene ora: Propaganda non è davvero un film nordcoreano, e non è stato importato illegalmente: è in realtà un documentario e una reale indagine critica sulla cultura americana, svolta nel corso di dieci anni dal regista neo zelandese Slavko Martinov. Mark Cousins definisce l’opera come una “truth in disguise”, ovvero una “realtà sotto mentite spoglie”. È esattamente questa la definizione corretta anche per il film di Coppola.
La nostra storia
Ci troviamo in un’America distopica, è stato superato l’anno 3000 e la tecnologia è avanzata, eppure…non è cambiato niente. Cesare (Adam Driver) è un famoso e ricco architetto dal torbido passato e dalla immensa immaginazione, che sogna di ricostruire la città usando il Megalon, un innovativo materiale in grado di rendere migliore la vita di tutti i suoi abitanti. A cercare di impedirglielo è Cicero (Giancarlo Esposito), il sindaco della città, che ritiene Cesare un povero illuso visionario. A complicare il loro conflitto sarà Julia, figlia ribelle del sindaco, che si innamora della mente creativa dell’architetto. Fin qui niente di nuovo, o stravolgente. Ed è proprio questo il nucleo del film di Coppola: ciò che vediamo non è nient’altro che futuro, presente e passato, tutto insieme. Un déjà-vu. Sì, perché il regista decide di presentarci la sua storia come fosse una favola, un romantico parallelo con l’antica Roma, con ricconi che fanno festa sdraiati su lettini di seta e oro mentre mangiano uva, tornei di colossi che combattono fino alla morte, esposizioni di giovani vergini in offerta per vecchi milionari che sbavano, giovani promiscui e in cerca di distrazioni. Questa però non è una favola, ma la realtà che conosciamo, il nostro presente, l’umanità come è sempre stata. Quella che Coppola maschera con la fantasia non è altro che una pacchiana ed esuberante rappresentazione del nostro mondo, una “realtà sotto mentite spoglie”. Megalopolis è la favola a cui il regista lavora da quarant’anni, che si è per la maggior parte autofinanziato, nel quale nessuno credeva. (E, in effetti, per ora in America non ha riscosso un grande successo). Eppure, il cast è spaziale, il soggetto è geniale e la metafora riuscita.
Megalopolis racconta l’America in un parallelismo con il Grande Impero Romano: immenso, ma destinato alla distruzione. L’uomo non è mai riuscito a distribuire equamente la ricchezza, l’ha affidata in mano a pochi singoli, divenuti potenti e crudeli, rinchiusi in una gabbia dorata posta abbastanza in alto da non vedere i problemi del loro popolo, incapaci di fermare l’inevitabile e spaventosa fine dell’Impero.
Ciò che il regista mette in scena non è solo l’umanità, ma la sua storia e cultura. In un amore impossibile come quello tra Cesare e Julia, futuristici Romeo e Giulietta, troviamo la letteratura, la leggenda, il mito che si mischia alla realtà e alla storia. Troviamo citazioni di grandi filosofi, padri della letteratura e della storia dell’arte; troviamo ogni genere di sentimento e peccato capitale: rabbia, gelosia, solitudine, perdizione, angoscia, lussuria, amore. E, se da una parte la favola vuole insegnarci che l’amore può vincere su tutto, dall’altra dimostra che l’uomo non imparerà mai dai suoi errori, che la nostra specie è destinata all’autodistruzione, che siamo avidi, crudeli ed egoisti.
Questa è un’opera che mette a nudo la nostra società, la sua inconsistenza, e lo fa in modo eccessivo, esagerato, coloratissimo, movimentato, spumeggiante e kitsch. Le sequenze sono un tripudio di luci, suoni, caccia all’opera letteraria e artistica, riflessioni filosofiche e leggi della fisica messe vorticosamente in discussione. A riordinare i pensieri, solo l’amore.
Ciò che fa Coppola è riempirci di nozioni, di immagini, proprio come fa il mondo reale, che ci fa ingurgitare notizie, attività, stimoli, cose, fino a che, anestetizzati, diventiamo insensibili, continuamente in cerca di qualcosa di nuovo, di qualcosa di più, mentre le rovine di ciò che diamo per scontato ci crollano addosso. Questo avviene in Megalopolis.
Lente d’ingrandimento
Se ad un primo sguardo questo film potrebbe non sembrare altro che un delirio pieno di confusione, uno spettatore attento saprà riconoscere il vero intento del regista: vuole raccontarci noi stessi, vuole farci inorridire come gli spettatori di Propaganda quando pensavano di guardare un’estremizzazione della loro realtà, per poi farci intuire la verità: quelli non sono attori che ci scimmiottano, siamo noi. Quelli non sono personaggi di leggende, o i protagonisti di una tragedia greca: siamo noi. E anche quegli stessi personaggi, poi, quelli della grande letteratura o dei miti fondatori della nostra cultura: non sono forse stati ispirati da persone e avvenimenti reali? Non sono in fondo tutte metafore e similitudini di un mondo che facciamo finta di non riconoscere? È il nostro mondo, la nostra realtà, i nostri social network, le nostre serate in discoteca, i gossip sulle persone famose che seguiamo nei nostri programmi trash. Niente è cambiato.
Megalopolis è una favola reale che racconta una verità corrotta. È autocelebrazione e autocommiserazione.



