Carolina Bandinelli torna in libreria a settembre 2024 con il romanzo La più brava, edito Nutrimenti. Un romanzo psicologico e di formazione. Attraverso cui Emma Sestieri, la nostra protagonista, ci accompagna nella narrazione di episodi intimi e drammatici, che l’hanno trasformata. Ve ne abbiamo parlato a fine ottobre in questa recensione e oggi vi proponiamo l’intervista all’autrice.

Ciao Carolina e benvenuta su NerdPool!
La più brava, esplora il tema dell’ambizione femminile in una società competitiva. Qual è stata la tua ispirazione per scrivere questo libro?
Non so se ci sia stata una fonte di ispirazione precisa… Volevo scrivere sullo scarto che esiste tra la percezione di un’identità autentica e quella che gli altri – persone e cose – proiettano su di noi. A dire il vero, più che di ambizione, mi piace parlare di desiderio: l’ambizione è legata a una spinta egoica, mentre il desiderio è più complesso perché coinvolge anche (e soprattutto) la dimensione inconscia.
Come dici tu, la società di oggi è molto competitiva e riduce il desiderio alla volontà di primeggiare. Credo che per le donne – e per tutte le minoranze – realizzare la propria ambizione e seguire il proprio desiderio sia particolarmente difficile.
C’è un personaggio con cui ti identifichi particolarmente? e cosa ti ha portato a svilupparlo così?
La protagonista del romanzo, Emma Sestieri, è chiaramente il mio alter ego. Ho trasferito su di lei le mie nevrosi, ma anche la possibilità di vivere alcune esperienze che personalmente non ho vissuto. E poi Emma, nel corso del libro, attraversa un processo di decostruzione dell’identità che anch’io ho sperimentato, proprio mentre scrivevo. Probabilmente scrivere questo romanzo è stato anche un modo di rispondere a questa crisi.
Il titolo è molto evocativo. Cosa significa per te “essere la più brava” nella vita e nella narrativa?
La verità è che essere ‘la più brava’ non significa nulla! Anzi, è un pensiero sciocco, perché è impossibile essere “la più brava”: per chi? Secondo quale criterio? Però è un pensiero che ricorre, in cui si riflette il senso di non essere mai abbastanza, il “vizio” di confrontarsi continuamente con gli altri. Nel libro ho voluto indagare l’ingiunzione sociale a essere ‘la più brava’, mettendone in luce sia l’insensatezza
che il potere oppressivo.
Nel libro si parla molto del concetto di “casa” e del “non sentirsi mai a casa”. Cos’è per te “casa” e cosa dovrebbe fare chi, si sente “senza casa”?
Ho iniziato a scrivere il romanzo durante la pandemia, un periodo in cui ho riflettuto molto sul significato di “casa”. Per settimane sono stata chiusa nella mia casa a Londra pensando alla mia casa di Firenze e avendo paura di non poterci tornare: mi mancavano la mia famiglia e il mio paese d’origine, mi mancava la madre. Il concetto di “casa”, in questa prospettiva, ha a che fare con le “radici”, e quindi rappresenta il luogo da cui si viene. È “casa” come utero materno, rifugio, protezione.
Allo stesso tempo, però, “casa” è anche un luogo che si sceglie e si costruisce, un luogo che rappresenta il presente e il futuro: non il posto da cui si viene, ma quello in cui si è, o verso cui si va. Sempre nel periodo della pandemia ho rafforzato il senso di appartenenza al mio paese di adozione: camminavo per le strade di Greenwich, suonavo alla porta dei vicini per portargli un pezzo di torta, o un tapperware con le lasagne. Paradossalmente, il momento in cui mi sono sentita più straniera, è coinciso con quello in cui mi sono sentita più profondamente legata a Londra.
Direi quindi che “casa” non è solo il luogo originario a cui si torna, ma anche la costruzione, nel presente, di un orizzonte futuro. Insomma, la casa non è solo qualcosa che si “ha”, ma anche qualcosa che “si fa”.
Come è stata la tua ricerca per comprendere le sfumature dell’ambizione e delle pressioni sociali?
Per la mia ricerca accademica, dal dottorato in poi, ho studiato le biografie professionali di lavoratori e lavoratrici della cultura, sia in Italia che in Inghilterra. Inoltre, ho letto molti libri sulla soggettività contemporanea neoliberale specialmente da una prospettiva sociologica e di teoria critica, per esempio La Nascita della Biopolitica di Michel Foucault, in cui si analizza lo stile di governo neoliberale, o i libri di Angela McRobbie che investigano il rapporto tra creatività e lavoro, e i lavori di Bifo Berardi sulle psicopatologie del turbo capitalismo.
Il tuo lavoro ha influenze particolari? Quali autori o autrici ti ispirano di più?
Credo che per la scrittura di questo libro sia stato essenziale l’incontro con autrici come Rachel Cusk, Meggie Nelson, Deborah Levy e Chris Kraus. Autrici che hanno esplorato modi di mettere sé stesse sulla pagina oltre gli stilemi e i toni del memoir, dell’autofiction e dell’autobiografia. L’ ‘Autobiografia in movimento’ di Deborah Levy è stata particolarmente importante, perché mi è un romanzo che va oltre l’ordine della trama, oltre i concatenamenti della ‘storia’. È un modo di scrivere in cui l’autrice non si pone nella posizione di chi sa cosa sta raccontando, ma piuttosto di chi si muove insieme alla materia che racconta.
Quali sono i progetti futuri? Hai già altre idee in mente per nuovi libri?
No, per adesso non ho idee. Ho pubblicato due libri in un anno, La più brava e Le postromantiche, e ho lavorato a diversi articoli accademici. Ora, affinché la prossima idea possa emergere, è necessario un periodo di silenzio e di ascolto.



