Dopo aver firmato i disegni di Saetta Rossa su testi di Marco B. Bucci, Riccardo Atzeni ha debuttato come autore completo per Bao Publishing con Devo andare nello spazio, un racconto di genere fantascientifico tanto commovente quanto ironico a tratti, in cui il protagonista è un ragazzo trentenne che lavora come corriere spaziale. Trovate già sul sito la recensione, mentre ora abbiamo avuto l’opportunità di fare una chiacchierata, grazie a Bao, proprio con Riccardo Atzeni, che ringraziamo per la disponibilità. Buona lettura!

Devo andare nello spazio è il tuo primo fumetto da autore unico. Com’è nato questo racconto e quanto di te c’è nella storia di Mocci?
Questo mio primo lavoro come autore unico ha iniziato a prendere forma molti anni fa. Da tempo avevo in mente una storia di rapporti familiari, di cose non dette, di relazioni da ricucire quando il tempo stringe. Non lo definirei del tutto autobiografico. C’è molto di me e della mia vita in questa storia, certo, ma è di base un racconto di finzione. Credo molto nel potere delle storie inventate, di come la narrativa possa diventare uno specchio proprio perché non insegue la realtà (che è sempre e comunque più incredibile della finzione), ma ne crea una versione alternativa.
Agli inizi del 2024 sono riuscito a presentare la storia a Bao, e il sostegno e l’affetto della casa editrice sono stati una spinta molto efficace per trasformarla nel volume che è uscito quest’anno.
Dietro il filtro della fantascienza, Devo andare nello spazio racconta una storia molto terrena e attuale. Pensi che attraverso il genere fantascientifico si riescano a far passare meglio determinati messaggi?
La fantascienza, come tutti i generi, è un filtro molto potente di distorsione del reale. È una lente che ingrandisce o deforma certe stranezze della nostra vita, e quindi ce le offre sotto una veste differente. La storia di Mocci è fatta di quotidianità, di una geografica cittadina molto ristretta e di un dialogo interrotto con suo padre, ormai malato terminale. La famiglia di Mocci è dietro l’angolo. Aggiungere il filtro della fantascienza, cioè dei viaggi di centinaia di migliaia di chilometri nello spazio, ha reso ancora più stringenti le distanze che il protagonista deve percorrere sulla terra se vuole risolvere i suoi problemi: spesso si tratta di due fermate di autobus. Decidere di non percorrerle e di andare invece su Giove è il filtro di cui parlavo, che inchioda Mocci alle sue azioni, o alla sua inattività.

Oltre Mocci, anche gli altri personaggi sono sempre ben caratterizzati e riconoscibili, pensiamo soprattutto ad Arianna e Rebecca. Come hai sviluppato il loro character design e quanto questo è legato alle loro storie personali?
Trattandosi di una storia a fumetti, le immagini sono indissolubilmente legate alle parole. Dare un volto ai personaggi è stato un passaggio che è nato prima della sceneggiatura definitiva.
Una volta chiusa la stesura della trama, avevo bisogno di vedere quei personaggi, di trovare sulla carta i volti e i corpi per capire cosa avrebbero potuto dire, con quale forza si sarebbero mosse e mossi tra le vignette. Rebecca ha un aspetto che non puoi non vedere, con le sue forme e i suoi colori, e la sua personalità rispecchia questa sua forza. Arianna sembra potersi muovere rapidamente in più punti, e infatti cerca di essere sempre presente e di supporto.
Mocci le prime volte l’ho disegnato che fluttuava. Me lo sono sempre immaginato così, sradicato, o scollegato. Nei disegni c’era quindi anche il suo carattere, il suo modo di approcciarsi (o non approcciarsi) alle persone e al mondo.
Andare nello spazio è per Mocci anche un modo per fuggire dai problemi che lo affliggono e ognuno di noi si crea un luogo dove potersi nascondere nei momenti difficili. Qual è per te uno “spazio” sicuro in cui rifugiarti?
Non so se ho proprio un luogo fisico in cui rifugiarmi. La mia vita in questo momento somiglia a quella di Mocci, per i suoi piccoli giri quotidiani e ripetitivi. La Cagliari che si vede nelle tavole è la stessa nella quale vivo, le strade che ho disegnato sono quelle che attraverso, dove vado a fare la spesa, dove ho fatto le mie lezioni di danza. Cagliari è una città che amo e detesto, come spesso succede con la città nella quale nasciamo e viviamo. Una piccola città bellissima e soffocante, popolare e in mano a una cerchia ristretta di persone molto benestanti che la stanno trasformando in un parco giochi per turisti. Insomma, una città vera del 2026.
Però credo sia sempre importante, soprattutto in questo momento storico, decidere di non andare a rifugiarsi nello spazio: i luoghi pubblici hanno bisogno di noi, della nostra presenza, dei nostri corpi e delle nostre voci nelle strade e nelle piazze. È fondamentale per me non abdicare a questo principio di base della società civile: quello di incontrarsi per ricordare che le città sono e devono restare di tutte e tutti, e che si può ribadire questo concetto solo in un modo, vivendole davvero, non sulle piattaforme social, né scappando nello spazio.

Al giorno d’oggi sembra che ci sia sempre una ricerca costante della novità, per cui si tende a cancellare e dimenticare subito qualcosa per fare spazio ad altro, e anche per questo lo spazio in cui opera Mocci è sempre più pieno di rifiuti. Pensi che questa tendenza possa in qualche modo cambiare in futuro o ci troveremo con uno spazio sempre più affollato?
Purtroppo le previsioni sul futuro sono molto difficili, e temo di non poter spiegare niente a nessuno né poter illuminare nessuno con delle riflessioni particolarmente acute. Penso che il momento che stiamo vivendo, la nostra paura per tutto quello che verrà, la politica, il clima, la tecnologia… sia impossibile da separare da un fatto: tutte e tutti, in ogni angolo del mondo, ci informiamo e interfacciamo con gli stessi, pochissimi strumenti che sono in mano a una manciata di persone oscenamente ricche, che stanno dando forma alla società, all’economia e alla politica sulla base delle loro idee. E proprio questa forma ci sta facendo preoccupare sempre di più.
Lo dicevamo anche della televisione, cinquant’anni fa. Ecco, sembra che ora gli strumenti siano stati perfezionati: la televisione raggiungeva qualche milione di persone nello stesso paese; una piattaforma social raggiunge un miliardo e mezzo di utenti in tutto il mondo, di qualsiasi età, estrazione sociale, religione: un miliardo e mezzo di utenti che guardano le stesse cose. Uno spazio affollatissimo nelle mani di un numero davvero troppo piccolo di gestori.
Con l’intelligenza artificiale la distorsione di questo dibattito mi sembra ancora più lampante: in questi giorni in cui si discute sulla pericolosità di questo strumento, le opzioni sono due: legiferare a livello nazionale e internazionale, o lasciare ai miliardari il compito di autoregolarsi? La cosa spaventosa è che la seconda opzione sia anche solo sul tavolo o che sia percepita come equivalente della prima. Se stessimo parlando di farmaci potenzialmente letali non ci sogneremmo mai di ragionare in questo modo. Negli ultimi vent’anni la tecnologia digitale è diventata il pezzo più sostanziale delle nostre vite, le ha riempite completamente. Forse anche da questo è nata l’idea dello “spazio” in Devo Andare nello Spazio, una dimensione che sembra alternativa alla nostra vita reale, ma che è di fatto impossibile da separare da essa. Tutto questo discorso non vuole essere anti-tecnologico, men che meno vuole esaltare un presunto passato bucolico. La tecnologia ci permette di vivere bene, di curarci. Ma un certo tipo di tecnologia è in mano a troppe poche persone, ed è una tecnologia che è progredita, insieme ai profitti dei suoi creatori, perché ha giocato senza regole.
Il futuro dovrebbe essere migliore di questi ultimi anni, sicuramente più democratico. Credo sia possibile pensare a nuove forme di convivenza con gli avanzamenti tecnologici, forme in cui il dibattito pubblico e democratico sostituisca gli atteggiamenti monopolistici a cui abbiamo assistito. Alla fine, come spesso succede, non è un problema di tecnologia, ma solo di classe e privilegio.
Un’altra tematica importante nel tuo fumetto è quella del precariato, che affligge soprattutto le nuove generazioni. È una problematica che senti anche tua e che pensi venga affrontata abbastanza oggi?
Il mio è un lavoro precario, certo un aspetto non banale è che è un lavoro che ho scelto, a differenza di Mocci. Conosco le difficoltà economiche di Mocci perché sono anche le mie. Arianna aspira a un lavoro creativo, ma nel frattempo cerca un paracadute d’emergenza. Quello del corriere spaziale è un lavoro pensato male, come molti lavori veri, e pensato male non per ingenuità. Quella raccontata nella mia storia è una distorsione. Volevo che il lettore percepisse la parte più “aerea”, quest’idea naïf di percorrere grandi distanze per svolgere mansioni insensate. Però i risvolti con cui si confronta Mocci sono concreti: affitto, bollette e spesa sono un tema molto delicato. Ogni tanto sua madre gli presta dei soldi per andare al supermercato.
Mocci abita in un quartiere di Cagliari in cui è ancora possibile trovare (con grandissima fatica) un piccolo appartamento da prendere in affitto, come dice in una tavola l’appartamento è “tutto un abuso”, forse anche quello ha aiutato nella ricerca; un appartamento identico a quello in cui ho vissuto molti anni fa. Adesso per me sarebbe impossibile vivere da solo, abito con tre coinquilini. Questa tematica è la vita di un sacco di gente, e sì, credo che se ne parli molto.
Tuttavia le soluzioni sono ancora molto timide, per essere generoso. E gli schieramenti politici non mi sembra abbiano voglia di prenderlo di petto; una parte si inventa problemi per generare paura e rabbia, l’altra insegue con affanno senza avere idee chiare. Nello scrivere questa storia era anche l’unico background che riuscivo a immaginare per questi personaggi, semplicemente perché è il più comune, e forse anche il più realistico per questa storia. Oltre a essere quello che conosco meglio.

Sin dal precedente fumetto, Saetta Rossa, ti sei dimostrato il disegnatore perfetto per storie che corrono sul filo tra realtà e fantasia. Come hai sviluppato il tuo stile e quali sono state le tue maggiori fonti di ispirazione?
Trovare una voce come illustratore e fumettista è un percorso non esattamente razionale o programmato. Il mio è stato un viaggio da autodidatta, oltretutto iniziato in un’epoca in cui non c’era internet, e in un luogo lontano dai centri in cui fumetto e illustrazione riunivano i grandi nomi e i grandi eventi. Quindi è stato un percorso di tentativi alla cieca e di craniate al muro. Per un lungo periodo ho portato con me gli acquerelli in giro, disegnando dove capitava; questo forse mi ha aiutato a lavorare sulla sintesi: quando sei in movimento non puoi portarti dietro tutti gli strumenti che hai a casa, sei costretto a fare delle scelte e i disegni che fai non possono prenderti dieci ore, come quelli che fai a casa, sul tavolo da lavoro. Alla fine ho scoperto che questo sguardo usato all’aria aperta funzionava anche per i lavori in studio, soprattutto i ragionamenti sull’acquerello, un medium molto versatile che reagisce bene sia quando si fanno disegni rapidi che lavori più stratificati. E forse questo approccio ha contribuito all’estetica usata sia in Saetta Rossa che in Devo Andare nello Spazio, anche se in realtà mi sembra che siano due lavori molto diversi: mi sembra di aver applicato ragionamenti diversi al disegno dei corpi e dei volti, anche perché si tratta di due storie molto diverse, pur con degli elementi comuni.
Chiudiamo con una domanda di rito: hai qualche progetto in cantiere al momento e, in caso positivo, puoi anticiparci qualcosa?
Questo primo esperimento di scrittura e disegno che ho fatto con Devo Andare nello Spazio mi ha in effetti fatto venire un desiderio di creare storie e personaggi, o riprendere dei soggetti e delle idee che ho scritto negli anni senza mai avere il coraggio di portarle avanti.
Ringraziamo ancora Bao Publishing e Riccardo Atzeni e vi invitiamo a recuperare in libreria, fumetteria o online Devo andare nello spazio




