Non è facile tornare in quella stanza dopo quasi trent’anni. Quando nel 1995 il primo Toy Story ci ha insegnato che i nostri giocattoli avevano una vita segreta, il mondo era un posto decisamente meno “connesso”. All’anteprima romana del quinto capitolo, l’aria in sala era diversa, c’era la magia, certo, ma c’era anche quella sottile malinconia di chi sa che il tempo, per noi, non per Woody e compagni, corre veloce.
Giocare nell’era dell’intelligenza artificiale
Pete Docter e Lindsey Collins, rispettivamente il cuore creativo e la mente produttiva dietro questa nuova avventura, sono stati chiarissimi: il verbo “giocare” resta il centro di tutto. Ma come si sposa questa necessità primordiale con un mondo che ci ruba il tempo tramite i dispositivi in tasca?
È proprio qui che Toy Story 5 alza l’asticella. Docter ha sottolineato come il film esplori una minaccia esistenziale per i giocattoli, acuita dal contrasto con la tecnologia. Non si tratta di demonizzarla, ci mancherebbe, ma di trovare quel “buon compromesso” che solo una guida consapevole, quella dei genitori, in primis, può insegnare.
Le voci di Toy Story 5
A dare corpo (e voce) a questa riflessione c’è stato il cast italiano, da Gianluca Gazzoli a Katia Follesa, passando per Ilaria Stagni e Sal Da Vinci. La domanda che aleggiava tra i presenti era inevitabile: cosa stiamo perdendo davvero?

”La curiosità“, ha risposto Katia Follesa con la schiettezza che la contraddistingue, sottolineando come oggi arrivino le risposte ancor prima delle domande. Ma il dibattito si è fatto più teso e necessario, quando si è toccato il tema caldo dell’IA nel doppiaggio. Ilaria Stagni è stata ferma: nessuna macchina potrà mai sostituire l’emozione di una recitazione autentica. È un grido d’allarme che risuona forte in tutto il comparto artistico, dai doppiatori ai musicisti.
Perché dovete vederlo al cinema
Il consiglio del cast è unanime: lasciate perdere gli schermi piccoli. Toy Story 5 è un’esperienza che va vissuta in sala, un luogo dove la tecnologia si mette al servizio della visione autoriale, e non il contrario.
Che si tratti di nonni che tramandano la passione ai nipoti o di quella generazione che, come ricordava Gazzoli è cresciuta insieme ai film dal 1995, questo capitolo sembra puntare dritto al cuore. È un film che scava nel profondo, un po’ più oscuro forse, ma terribilmente necessario per ricordarci che, finché ci saranno esseri umani, ci sarà bisogno di inventare storie.


