Dopo il successo clamoroso di Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattiva, Michele Rech (in arte Zerocalcare) il 27 maggio arriva su Netflix la sua terza opera d’animazione: “Due Spicci”. Se le prime due serie avevano tracciato una linea netta tra l’elaborazione del lutto adolescenziale e lo scontro ideologico con la realtà sociale, questa nuova produzione alza ulteriormente la posta in gioco.
Due Spicci non è solo una serie divertente; è un bilancio esistenziale spietato, intimo e dolorosamente lucido sulla generazione millennial che ha ormai varcato la soglia dei quarant’anni.
La Trama: Fuori dalla comfort zone (e dentro ai debiti)

La narrazione abbandona parzialmente la comfort zone della casa di Zero e l’immobilità riflessiva delle serie precedenti per spostarsi su un terreno fortemente pratico e materiale: i soldi, il lavoro, i bilanci dell’età adulta.
La sinossi vede Zero e Cinghiale decidere di mettersi in affari insieme, rilevando e gestendo un piccolo locale di quartiere. Quello che parte come l’entusiastico sogno di due eterni ragazzi si scontra immediatamente con una realtà spietata:
- La crisi finanziaria e materiale: Tra affitti arretrati, burocrazia asfissiante e fornitori da pagare, il locale si trasforma rapidamente in un buco nero di debiti. Qui emerge la paura del fallimento materiale, un tema tanto concreto quanto generazionale.
- La frattura del gruppo: La pressione economica mette a dura prova la storica amicizia tra i due neo-soci. Nel frattempo, il resto del gruppo affronta le proprie parabole: Sarah si scontra con il precariato cronico del mondo dell’insegnamento, mentre Secco deve fare i conti con responsabilità adulte che sembrano incompatibili con il suo storico nichilismo da “s’annamo a pija er gelato”.
- Il mistero del passato: La trama orizzontale si accende con il ritorno improvviso a Roma di una figura misteriosa legata all’adolescenza di Zero. Un ritorno non cercato che costringerà il protagonista a riaprire un vecchio cassetto della memoria, portando a galla segreti e nodi irrisolti.
Il punto di svolta: Affrontare i demoni da soli
“C’è un momento a metà stagione dove i traumi si fanno seri. Come nella vita, puoi sempre schivare le cose brutte e rimandare il momento con cui farne i conti. Ma prima o poi bisogna affrontare i propri demoni.”
Il vero fulcro di Due Spicci sta in questa consapevolezza. Crescendo, la serie ci mostra che non si possono più affrontare le cose uniti: bisogna farlo separati, anche perché ognuno ha le sue croci, le sue bugie e i suoi rapporti tossici in cui non si ammettono i problemi.
Zerocalcare fotografa magistralmente quel momento dell’età adulta in cui il “gruppo” non può più farti da scudo totale contro la vita. C’è una digressione drammatica sulle “brutte compagnie”: quelle che finché sei giovane sono solo “bulli” da cui difendersi nei vicoli, ma che da grande ti rovinano la vita in tutti i sensi, legandosi a doppio filo con i fallimenti relazionali ed economici. Eppure, la morale sotterranea della serie è di un’empatia disarmante: anche se ognuno deve combattere la propria guerra da solo, l’importante è esserci per gli altri. E alla fine, è proprio quello che non pensavi – la svolta inaspettata, la mano tesa da chi non ti aspettavi – che ti cambia la vita.
La penna dei Millennial: Tra risate e corde intime

Nessuno come Zerocalcare riesce a raccontare il vissuto della generazione nata tra gli anni ’80 e ’90. In Due Spicci, la sua capacità di cogliere le sfumature del quotidiano raggiunge la maturità artistica. Ci sono le canzoni che ti entrano nel cuore, le “cottarelle” e i primi amori che ritornano sotto forma di fantasmi del passato, ma tutto è filtrato attraverso la lente della disillusione dei quarant’anni.
Rispetto alle serie precedenti, Due Spicci adotta una struttura narrativa complessa: racconta due o tre storie differenti che all’inizio sembrano viaggiare su binari paralleli, ma che alla fine collimano perfettamente in un’unica, potentissima storia. Il ritmo è serrato, i dialoghi sono fulminei e la comicità è debordante.
Un Armadillo in stato di grazia
In questa stagione c’è molto più Armadillo rispetto al passato, e l’espediente funziona alla perfezione. Valerio Mastandrea doppia una coscienza che non appartiene più solo a Zero, ma a tutti noi. L’Armadillo ruba letteralmente la scena, diventando l’incarnazione del cinismo, delle paure e delle ipocrisie del pubblico. Dice ad alta voce le cose che tutti pensiamo ma che non abbiamo il coraggio di ammettere.
L’unica pecca: Il “Loop” di Zerocalcare

Se vogliamo trovare un limite a questa produzione, è il rischio della ripetitività tematica. Chi ama Zerocalcare lo ama a prescindere: comprerebbe i suoi libri o guarderebbe una sua serie anche se parlasse del nulla per cinque minuti, proprio per il suo modo unico di essere cinico, reale e divertente.
Tuttavia, quando non si aggancia a reportage storici o geopolitici (come fu per Kobane Calling), il mood e gli argomenti di fondo rischiano di sovrapporsi a quelli già visti nelle opere precedenti. Il senso di colpa, l’inadeguatezza e il peso del passato sono ormai i suoi marchi di fabbrica. Va detto, però, che in Due Spicci queste tematiche vengono declinate in modo ancora più adulto, focalizzandosi sul collasso economico e sulla gestione dei fallimenti reali, il che rende il “già visto” comunque fresco e necessario.
Conclusione
Zerocalcare è famoso per raccontare storie di vita vissuta reali, seppur romanzate, capitate a lui di persona o a persone che conosce. Questo rende i suoi racconti tremendamente veri, capaci di colpire a fondo dove fa più male.
Due Spicci non fa eccezione e si conferma come un piccolo gioiello della serialità italiana. Vi farà ridere fino alle lacrime nella prima metà, per poi tirarvi un pugno nello stomaco quando meno ve lo aspettate. Al momento, non esiste un artista in Italia capace di fotografare e raccontare una generazione con la stessa devastante e affettuosa precisione.
Due Spicci debutterà il 27 maggio su Netflix


