Quanto è raro ritrovare in un film le stesse emozioni e la stessa magia di un romanzo?
Eppure è questo il caso di Hamnet, il pluripremiato film di Chloé Zhao uscito in Italia a inizio febbraio e che ha travolto pubblico e critica, adattamento cinematografico del romanzo Nel nome del figlio – Hamnet di Maggie O’Farrell, co-autrice della sceneggiatura insieme alla regista.
Chloé Zhao riesce laddove molti suoi colleghi hanno fallito: prende il romanzo e lo traduce nella lingua del cinema con una naturalezza propria solo di chi, quel romanzo, l’ha amato davvero.

Estate 1596, Stratford-upon-Avon. Una bambina giace a letto in preda a una forte febbre, mentre il fratello gemello corre in tutte le stanze in cerca d’aiuto. Spalanca le porte una dopo l’altra, ma la grande casa in cui vivono, che di solito brulica di gente e di attività, è avvolta nel silenzio. Il padre, questo Hamnet lo sa bene, è sempre a Londra per lavoro, ma dov’è finita la mamma?
Il romanzo di Maggie O’Farrell ci catapulta fin dalle prime pagine nel momento chiave dell’intera storia: in quelle poche ore verrà infatti deciso il destino di tutti i suoi protagonisti. Questo racconto concitato, teso e terribile, ci accompagna in realtà lungo tutto il romanzo, penetrando nella storia principale come le radici di un albero scavano nel terreno. Mentre nel film la narrazione è cronologica, nel romanzo ha una struttura frammentata e il lettore sa, fin da subito, che la morte è in agguato.
Esemplare in tal senso è il racconto avventuroso di come giunge la peste: una pulce si imbarca su una nave mercantile ad Alessandria d’Egitto, giunge a Venezia e da lì si diffonde in tutta Europa, fino ad arrivare a Stratford-upon-Avon. Questo episodio non è un espediente narrativo, ma una riflessione sul destino e sull’imprevedibilità degli eventi. L’autrice in questo modo riesce ad allargare il focus: la tragedia privata e personale diventa così esperienza condivisa e fenomeno storico.
Il film semplifica la complessità narrativa del romanzo, senza però snaturarlo. L’anima del racconto di O’Farrell emerge chiaramente dalla pellicola: i tormenti interiori, le emozioni e i pensieri dei personaggi sul grande schermo sono tradotti in gesti, sguardi e silenzi pregni di significato. Però il centro della narrazione rimane lo stesso: la perdita di un figlio, il dolore che da esperienza privata diventa tragedia collettiva. E nella condivisione di quel dolore, riuscire a trovare consolazione.

Indimenticabile la scena finale del film, ambientata al Globe Theatre durante la messa in scena dell’Amleto: Chloé Zhao mette in scena una parte della tragedia e davanti a quel palco, diventiamo tutti Agnes.
Nel romanzo, questa stessa parte risulta forse meno incisiva, ma solo perché costruita in modo diverso: non punta sull’impatto della rappresentazione, bensì sulla percezione interiore di Agnes. La parola scritta scava nei suoi pensieri, nelle percezioni e nella memoria della donna, lasciando emergere il dolore in maniera più dilatata e riflessiva.
In entrambi i media, grande spazio viene dedicato ad Agnes, che diventa così la vera protagonista del racconto: una giovane donna forte e indipendente, che ha un legame viscerale con la natura e la foresta, che ne conosce ogni pianta, ogni albero, ogni fiore, e che è capace di creare rimedi miracolosi per qualsiasi disturbo. L’attrice Jessie Buckley restituisce sullo schermo la complessità di questo personaggio in modo magistrale, mostrando tutte le contraddizioni e le fragilità che lo caratterizzano.
La scelta della costumista Malgosia Turzanska di vestirla di rosso è stata particolarmente calzante: Agnes è diversa, viene additata e guardata con sospetto dai compaesani, è troppo selvatica, ribelle, appassionata per riuscire a integrarsi. Il colore rosso, poi, è complementare del verde dei prati, delle foglie e del bosco in cui Agnes è sempre immersa. Ed è il colore del sangue. La scena di apertura del film, lascia senza fiato e riesce a inquadrare subito questo personaggio sfaccettato.

Se Agnes ti prende la mano e la stringe con forza tra il pollice e l’indice, riesce a vedere dentro di te, fin nella profondità del tuo animo. Il suo intuito non sbaglia mai, ha un dono che somiglia alla preveggenza e che la guida in tutte le sue scelte. Anche nell’amore: quando stringe la mano del precettore di latino dei suoi fratelli, sa che è destinata a lui.
William Shakespeare non viene mai nominato. Lui è prima il figlio, il precettore, il figlio del guantaio, il fratello. Poi diventa il marito, il padre, l’uomo che fatica a trovare la sua strada e il suo destino. Maggie O’Farrell spoglia il bardo del suo nome, lo racconta come un’assenza, come una figura che via via si fa sempre più distante. Non vuole raccontare il poeta, vuole raccontare l’uomo. Chloé Zhao rispetta questa scelta e nomina il bardo solo alla fine, quando William è ormai un famoso poeta che si esibisce con la sua compagnia al Globe Theatre di Londra. Il suo colore è il blu, in tutte le sue sfumature. Turzanska e il suo team hanno usato l’inchiostro ferrogallico, il più diffuso all’epoca di Shakespeare, per tingerne gli abiti.
Il colore dei costumi cambia però col progredire della storia: il rosso di Agnes si scurisce sempre più, come appesantito dal lutto, il blu di William invece si fa via via più scolorito, diventando un grigio cenere e trovando la sua massima espressione nella scena finale in teatro, dove interpreta il fantasma del padre di Amleto.

E Hamnet?
Primogenito maschio del poeta, si ipotizza che sia morto durante l’epidemia di peste bubbonica del 1596. Sappiamo pochissimo di lui ed è proprio questo spazio vuoto che Maggie O’Farrell decide di riempire con una storia che parla di amore, di famiglia, di perdita e di perdono.
Ha una gemella di nome Judith, da cui mai si separa e che sembra il suo opposto: se Hamnet è vivace, energico, lei è invece più docile, cagionevole fin dalla nascita. Identici, come gherigli di noce. Tanto da riuscire ad ingannare la morte.
Non ci sono prove definitive che l’Amleto di Shakespeare sia legato al dolore per la perdita di suo figlio, ma è una possibilità concreta, considerando quanto il nome del principe di Danimarca sia simile a quello di Hamnet. Nel romanzo (e nel film) William elabora il lutto proprio scrivendo la tragedia: il suo dolore privato diventa così un dolore condiviso e universale, che renderà suo figlio immortale.

Sto morendo.
Tu vivi (…) respira soffrendo per raccontare la mia storia.
Amleto, atto V, scena II


