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NerdPool > Blog > Film > Il Diavolo veste Prada 2 – La Recensione: poca nostalgia e tanta sostanza… fare meglio era difficile
FilmIn Evidenza

Il Diavolo veste Prada 2 – La Recensione: poca nostalgia e tanta sostanza… fare meglio era difficile

Leonardo Marcucci
29 Aprile 2026
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6 Min
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7
Review Overview

“Oh non essere ridicola Andrea. Tutti vogliono questa vita… tutti vogliono essere noi”. Appare a dir poco ostico citare una linea di dialogo che possa condensare con maggior efficacia e precisione la straripante personalità di Meryl Streep nei panni di uno dei villain più iconici della storia del cinema.

E badate bene… non ho detto: “condensare la straripante personalità di Miranda Priestley”, perché quella glaciale e splendida creatura che ci incantò 20 anni fa, rimanendo scolpita per sempre nelle nostre menti, fu certamente plasmata riferendosi alla figura letteraria del best seller, ma il suo sconfinato potenziale iconico – definitamente concretizzatosi nel corso degli ultimi due decenni – fu anche e soprattutto l’inestimabile prodotto del lavoro svolto dalla più grande attrice della storia della settima arte.

La dimostrazione di quanto detto è tanto teorica – dato che è oramai certificato negli annali come diverse soluzioni di messa in scena, e quindi narrative, furono partorite dalla sottilissima mente della Streep -, quanto pratica, dato che, se avete avuto il piacere di assistere al musical londinese de Il Diavolo veste Prada, avrete certamente notato come l’indiscutibile talento di Vanessa Williams – l’interprete di Miranda nella versione teatrale – sia servito più che altro a limitare i danni di un confronto francamente spietato.

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La stessa Williams, di fronte ad una sfida di tale complessità, deve essersene accorta, dato che la sua performance si allontana platealmente da quello che potrebbe apparire come un banale adattamento teatrale di quanto fatto sul grande schermo, manifestando il tentativo di conquistare, per quanto difficile, una propria cifra stilistica. 

L’impronta donata dalla Streep è apparsa da subito talmente singolare e insostituibile che, quando ci siamo trovati di fronte ai primi teaser e trailer del sequel, abbiamo temuto che il passare del tempo avesse disinnescato parte della capacità della leggenda statunitense di esprimere la cangiante natura della creatura da lei stessa procreata.

Nelle prime immagini trapelate, infatti, Miranda appariva insolitamente amorevole, docile e privata del suo tagliente sguardo. Impressioni affrettate? Soltanto in parte, dato che la direttrice di Runway di questo secondo capitolo non è una banale e stanca riproposizione di quanto visto in passato, ma, per certi versi, un’evoluzione in salsa malinconica di un’icona immortale. 

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Stessi personaggi, nemico diverso…

Se credevate di recarvi al cinema per assistere soltanto ad una furba compilation di scenette che solleticassero la vostra vena nostalgica, probabilmente rimarrete delusi. Intendiamoci… David Frankel – il regista – non perde sostanzialmente mai occasione di esaltare quegli elementi visivi e musicali che fecero la fortuna del primo capitolo, ma il tutto è inserito all’interno di un intreccio concreto, che non rinuncia a compiere un discorso sulla contemporaneità. Ecco che per una buonissima parte del lungometraggio il tema in primo piano sarà, di fatto, la morte del giornalismo tradizionale a favore della digitalizzazione e della migrazione sui social network.

Se nel 2006 il nemico era Miranda e il dilemma in sottofondo riguardava la necessità di scegliere tra l’ambizione lavorativa e il la propria vita privata, in questo caso Miranda e Andy (Anne Hathaway) si troveranno a fronteggiare lo stesso demone: i social. “Ho passato una vita a capire cosa le persone volessero sapere e ora mi ritrovo a dover capire quello che le persone vogliono cliccare”… una frase che dire attuale è dire poco e che potrebbe essere lo slogan per sintetizzare il dramma in cui l’informazione e l’intrattenimento sono stati lentamente (neanche tanto) inghiottiti nel corso del ventunesimo secolo.

Ad un certo punto la sceneggiatura approfondisce con tale dovizia di dettagli e attenzione il tema che mi sono ritrovato a chiedermi come il grande pubblico potesse digerire questa inaspettata piega.

Anche in questo caso tuttavia, come un paio di decenni fa, Frankel e colleghi hanno elegantemente manifestato la preziosa attitudine al compromesso della più nobile specie: il film riesce infatti a intrecciare i diversi piani comunicativi con grazia e furbizia, avvicinandosi “pericolosamente” alla medesima e virtuosa dimensione del primo film, ovvero quella di un prodotto smaccatamente permeabile al grande pubblico, ma che non rinuncia a porre un paio di interrogativi tutt’altro che spensierati. Purtroppo questa seconda iterazione mostra decisamente più il fianco a qualche linea narrativa anemica, tra le quali spicca in negativo quella relativa alla dimessa e trascurata love story tra Andy e un signor nessun a dir poco insignificante (viene da rimpiangere il carismatico Christian Thompson e da chiedersi perché non sia stato reinserito, magari nei panni di uno di quei giornalisti in grado di reinventarsi in salsa influencer).

E Miranda? O meglio… e Meryl? Che dire… questo genio della recitazione non solo raccoglie con consueta raffinatezza la sfida, ma riesce persino a esplorare nuove sfumature. Se nel primo capitolo Miranda sembrava poter vacillare soltanto se messa di fronte alle mancanze relative alla vita privata, in questo caso assisterete anche al declino di un’icona sul piano professionale, che, in virtù di quanto detto sinora, diviene uno spietato simbolismo di quanto l’AI e i social abbiano fatto e stiano facendo a questo splendido e fatiscente mestiere. 

Review Overview
7
Il nostro voto 7
In Breve
Fare un sequel di un cult a vent'anni di distanza è indubbiamente un'operazione dal mero intento commerciale, ma se questo è il risultato c'è da augurarsi che altri seguano l'esempio di Frankel & co...
ARGOMENTI:Anne HathawaydisneyEmily Bluntil diavolo veste prada 2meryl streepStanley Tucci
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