Uscito nel 1985 e diretto da Tobe Hooper, regista di Non aprite quella porta e Poltergeist – Demoniache presenze, Lifeforce è uno degli esempi più singolari del cinema horror fantascientifico degli anni ’80.
Gli anni ’80 sono stati un decennio straordinario per la fantascienza cinematografica. Hollywood ha regalato al pubblico film come E.T. l’extra-terrestre, La cosa e Aliens – Scontro finale, ma non tutte le produzioni dell’epoca sono riuscite a lasciare il segno. Per portare sullo schermo creature aliene, trasformazioni inquietanti ed effetti visivi spettacolari, era necessario fare affidamento soprattutto sull’ingegno degli artisti e sulla realizzazione di effetti pratici. Molto prima che la computer graphic diventasse uno strumento di uso comune, erano i modellini, gli animatronics e i trucchi meccanici a dare forma agli incubi del cinema.
La storia di Lifeforce prende avvio quando un gruppo di astronauti scopre alcuni esseri umanoidi a bordo di un’astronave aliena nei pressi della cometa di Halley. Quella che sembra una missione di esplorazione si trasforma in un incubo, in cui la minaccia extraterrestre si intreccia con gli elementi tipici del mito dei vampiri.
La produzione, sostenuta da Cannon Films con un budget di circa 25 milioni di dollari, puntava a realizzare uno spettacolo fantascientifico di grande portata. Per raggiungere questo obiettivo, coinvolse anche John Dykstra, celebre per il suo lavoro sugli effetti visivi di Star Wars. Hooper, tuttavia, non voleva limitarsi a un’avventura spaziale tradizionale. Il suo obiettivo era fondere la grandiosità della fantascienza con un immaginario più oscuro, bizzarro e profondamente inquietante.
Quattro team per dare vita agli effetti da incubo di Lifeforce

Per dare vita alle visioni del film, la produzione si affidò a quattro squadre specializzate, ciascuna con compiti specifici. Apogee Productions, la società di John Dykstra, curò gli effetti visivi, mentre le maestranze britanniche si occuparono degli effetti fisici e della realizzazione delle creature. Nick Maley lavorò agli effetti prostetici, mentre John Gant realizzò complessi effetti scenici a pavimento.
Il risultato fu un complesso lavoro artigianale che combinava modellini in miniatura, effetti ottici e meccanismi progettati appositamente per le riprese. Tra le sequenze più memorabili figuravano quelle in cui i corpi si raggrinzivano e collassavano in modo innaturale. Per realizzarle, la squadra di Maley costruì figure meccaniche articolate, dotate di pompe a vuoto e sacche contenenti liquidi, azionate attraverso sistemi di controllo che permettevano di simulare la progressiva deformazione dei corpi. Si trattava di effetti particolarmente complessi, che richiedevano un lavoro coordinato e, secondo quanto ricordato da Hooper, alcune sequenze coinvolgevano circa venti persone.
Anche Dykstra sperimentò soluzioni tecniche innovative, utilizzando raggi laser e superfici riflettenti per creare effetti luminosi legati alla rappresentazione dell’energia vitale. Il lavoro delle diverse squadre contribuì così a costruire un universo visivo in cui lo spettacolo della fantascienza si intrecciava con trasformazioni corporee e immagini profondamente inquietanti.
Rivisti oggi, alcuni effetti possono apparire imperfetti rispetto agli standard contemporanei. Eppure, la loro natura artigianale testimonia l’ingegno e lo spirito di sperimentazione che caratterizzavano il cinema dell’epoca. Lifeforce dimostra quanto fosse possibile ottenere grazie alla collaborazione tra artisti, tecnici e specialisti degli effetti pratici, capaci di trasformare idee audaci in immagini concrete senza ricorrere alla CGI.
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