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FumettiInterviste

NerdPool incontra Marco Rizzo

Marianna Rainolter
7 Maggio 2026
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14 Min
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Tra gli ospiti dello Zip! Comics Fest della Scuola Internazionale di Comics di Milano, Marco Rizzo ha partecipato a un incontro per parlare del graphic journalism, parte importante della sua decennale carriera assieme ad opere di intrattenimento dei supereroi Marvel. Ma cosa vuol dire fare graphic journalism e perché questo genere di fumetto si sta ritagliando un importante spazio nella nostra realtà? Ne abbiamo parlato con Marco e potete leggere cosa ci ha raccontato nella nostra intervista.

Ciao Marco e ben ritrovato su NerdPool. Oggi vorremmo concentrarci sul graphic journalism che è una parte importante della tua carriera. Per te cosa rappresenta questo sottogenere del fumetto e come lo spiegheresti a chi vuole approcciarsi ad esso? 

Lo si spiega facilmente: il fumetto è un linguaggio e come ogni linguaggio può raccontare qualunque cosa, anche la realtà, anche avvenimenti del passato che vale la pena esplorare, anche vicende dal presente che è necessario capire. Basandosi su questo, per me è diciamo lo sfogo principe della mia professionalità perché avendo avuto una formazione da giornalista, e facendo anche quello, non faccio altro che mettere insieme un linguaggio che amo con una professione di cui sono appassionato. Quindi per me è il naturale sfogo di anni di studio, di gavetta e anche di letture, perché poi tutto ciò è ispirato da quei grandi maestri, su tutti Joe Sacco, che per primi hanno codificato questo linguaggio del graphic journalism. 

Nel corso della tua carriera hai lavorato tantissimo con Lelio Bonaccorso per raccontare queste storie impegnate e di attualità. Come è nata la vostra collaborazione e qual è per te il vostro punto di forza? 

Ci siamo conosciuti alla scuola di fumetto di Palermo dove lui era studente e io insegnante. Nonostante io sia poco più piccolo di lui, ho iniziato a pubblicare molto presto e lui si è iscritto alla scuola relativamente tardi. Da subito ho capito che aveva un enorme talento, era anche molto versatile e già da giovanissimo Lelio era un disegnatore dalle mille potenzialità. Abbiamo iniziato con delle storie brevi per varie antologie pubblicate sul web agli albori dei web comics.

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Poi nel 2009 abbiamo pubblicato Peppino Impastato – Un giullare contro la mafia, il nostro primo libro lungo insieme e da allora ne abbiamo fatti una ventina circa, ho perso il conto. Non so esternamente quali siano i punti di forza che la gente vede in noi, ce lo dirà chi ci legge. Io forse devo dire che, dopo quasi vent’anni di pubblicazione insieme, abbiamo assunto una certa credibilità e fiducia, chiamiamola così, agli occhi del lettore.

Marco Rizzo

Da parte mia posso dire che Lelio, come me, ha l’idea che il linguaggio del fumetto possa essere usato per veicolare messaggi di impegno civile, di civiltà, di solidarietà, di empatia. Il fumetto è un linguaggio potentissimo, forse ancora più per questi messaggi. Se non avessi trovato un collaboratore con la stessa sensibilità su questi temi e su questa potenza del linguaggio del fumetto forse non avremmo fatto tanti libri insieme. Ma questo vale anche per tutti gli altri artisti con cui ho lavorato: Deborah Allo, Margherita Tramutoli, o Claudio Stassi con cui sto lavorando adesso dopo tanti anni di conoscenza. Tutti disegnatrici e disegnatori di altissimo profilo che come me credono che il fumetto sia un linguaggio non solo potente ma anche utile. 

A tal proposito, visto che Lelio ha uno stile molto realistico, secondo te è meglio avere questo tipo di stile piuttosto che uno più evocativo? Credi che così passi meglio il messaggio che si vuole trasmettere? 

Dipende da che cosa si vuole raccontare. A parte che Lelio è riuscito anche a usare uno stile più caricaturale o evocativo, come nel caso di Peppino Impastato, e altri più realistici come nel caso di Jan Karsky, che è un libro che abbiamo fatto anni fa sulla shoah. Anche per le necessità di storiografia era necessario che le mostrine sulle divise fossero esatte, che i carri armati fossero esatti. Dipende da che cosa si vuole raccontare, dalla complessità della storia.

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Ricordo un altro fumetto che ho fatto a cui sono molto legato per ragioni anche personali dedicato a Mauro Rostagno. È un fumetto che attraversa 50 anni di storia d’Italia, ci sono moltissimi protagonisti della storia d’Italia. Per renderli riconoscibili serviva qualcuno, come poi è stato Giuseppe Lo Bocchiaro, che avesse uno stile molto realistico e che se disegnava Adriano Sofri si capiva che quello era Adriano Sofri, se disegnava Renato Curcio si capiva che quello fosse Renato Curcio. Per altre storie, penso a La prima bomba, disegnata da Margherita Tramutoli che ha scelto uno stile molto grafico ed evocativo. Lì vince l’atmosfera e forse in certi casi è più utile e importante che l’atmosfera trasmetta le sensazioni più che delle informazioni. 

Marco Rizzo

Molti dei tuoi lavori sono tratti da storie che riguardano figure storiche o eventi di attualità rilevanti ad esempio le esperienze migranti in Salvezza o Jan Karski e l’Olocausto, Peppino Impastato e la lotta contro la Mafia. Data la situazione globale in cui viviamo pensi che oggi sia più facile raccontare storie come queste o è più difficile? 

Per certi versi è più facile perché il fumetto riscopre il linguaggio atavico dell’immagine in un’epoca velocissima dove le informazioni vengono comunicate quasi tartassando continuamente e spesso vengono comunicate per immagini che siano emoji o reel. Il fumetto quindi riscopre la potenza dell’immagine che ne è propria da sempre. Può veicolare questi messaggi in maniera più veloce di, ad esempio, un saggio o a volte anche di un articolo di giornale. Questo è il motivo per cui molti di questi libri che citavi poi finiscono nelle scuole. I ragazzi riescono più facilmente a leggere un fumetto piuttosto che un libro anche per questioni banalmente di tempo.

Le difficoltà sono altre. Sono legate al fatto che viviamo in un’epoca che, forse anche perché siamo bombardati di informazioni, ci porta a distaccarci dalla realtà, quasi a ripudiarla, a guardare solo a noi stessi ma non internamente in maniera spesso egoistica; a perdere il senso di empatia, di vicinanza al prossimo, di solidarietà. Questo è un tema sociale, è un tema che è sicuramente legato anche alla comunicazione, al giornalismo e all’informazione, ma un tema antropologico e sociologico 

Si vede un grande lavoro di documentazione dietro le tue opere, puoi dirci che tipo di lavoro fai nello specifico? 

Lo stesso che farei scrivendo un articolo di giornale o un saggio. Studio le carte, intervisto i protagonisti o se è una storia del passato intervisto le persone che hanno conosciuto il soggetto del libro. Se è una storia del presente cerco le persone che hanno vissuto quella tematica che voglio affrontare come in Salvezza o A casa nostra. Raccolgo tutta questa documentazione e poi la seleziono. Valuto quale deve essere sacrificata per ragioni di spazio, di opportunità o di importanza della fonte, quali invece hanno bisogno di un pizzico di fiction per rimanere verosimili perché la verità non è di questa terra, ma comunque serve per veicolare quell’immagine all’interno di un sistema narrativo come quello del fumetto.

Da quando ho fatto il mio primo libro lungo su Ilaria Alpi nel lontano 2007, sono infatti 20 anni che metto in coda ai miei volumi un redazionale. Adesso tutti i libri per Beccogiallo lo hanno. Nei redazionali spiego i dietro le quinte e le scelte narrative fatte, quali personaggi sono reali, quali sono stati leggermente modificati per esigenze narrative. Ad esempio in Jan Karski abbiamo reso la sua una storia d’avventura, non tanto di denuncia. Invece in Peppino e Ilaria, dove abbiamo anche tra l’altro alcuni dei protagonisti ancora vivi o persone a loro vicine (i genitori di Ilaria erano ancora vivi quando abbiamo pubblicato il libro su di lei), è una forma anche di rispetto verso i sopravvissuti spiegare cosa è stato selezionato e perché.

Ed è una forma di rispetto anche verso il lettore non perché “Excusatio non petita” ma perché in questo modo il lettore riesce a discernere cosa è stato inserito tra virgolette a forza perché il linguaggio-fumetto ha magari delle esigenze narrative che hanno coincidenze con quello del giornalismo e viceversa. Posso dire però, avendo fatto anni in redazione, che anche nei giornali spesso si lavora di fantasia ma lì non te lo dice nessuno. 

In te convivono due anime, quella del giornalismo a fumetti e quella legata al fumetto supereroistico, visto il tuo ruolo in Panini e i saggi sui personaggi Marvel che hai scritto, oltre alle storie di Spider-man per Scholastic. Come convivono questi due aspetti e come si influenzano se mai l’uno con l’altro? 

Una domanda che mi fanno spesso ultimamente; più lavoro con Marvel, più mi viene fatta. A me questo dualismo non stupisce, non perché sono io ma perché invece mi ci riconosco. Per me è normale, da sempre leggo sia fumetti più tra virgolette impegnati sia fumetti di puro intrattenimento. Quello che mi diverte di più nei fumetti cosiddetti mainstream è quando ci trovo quei messaggi di denuncia sociale, di attivismo, di civismo che sono quelli che mi hanno formato. Lo dico sempre, la mia formazione culturale si deve ai miei genitori, la mia educazione sentimentale ai fumetti che ho letto.

Marco Rizzo

Spider-man mi ha insegnato il senso di responsabilità, Superman il senso di giustizia. Tutti questi personaggi hanno contribuito a formare la mia personalità, la mia sensibilità, tanto che quando scrivo ad esempio queste storie di Spider-man che vengono pubblicate in giro per il mondo cerco sempre di infilarci messaggi che siano sull’ecologia, sul bullismo, sull’abuso dei social e così via. Sono dei messaggi che io mi aspetterei oggi di leggere in una storia dell’uomo ragno. Quindi le due cose convivono perché dovrebbe essere così e convivono in me perché mi diverto sia da lettore che da autore a trattarle entrambe. 

Per chiudere, che consiglio daresti a chi vuole volesse approcciarsi al mondo del graphic journalism?

Di leggere, leggere qualsiasi cosa proprio per quello che dicevo. Ovviamente leggere tanto graphic journalism, leggere tanto giornalismo in senso stretto. Leggere i grandi classici del reportage, penso a Kapuściński o a Carrère, che chiaramente è più romanzesco, Joe Sacco, Guy Delisle. Quello del fumetto è un settore strano, dove molti che vogliono fare questo mestiere dicono di non leggere fumetti. È come andare al conservatorio e non ascoltare musica, è una cosa che proprio non mi riesco a spiegare. Invece la curiosità del leggere insegna il mestiere e i trucchi del mestiere. Ti aiuta a rubare delle idee che poi fai tue e mescoli col tuo vissuto, le tue esperienze di lettura diventano le tue. Sai quante idee ho rubato da Joe Sacco più o meno palesemente? Così come si impara copiando i disegni, si impara anche a scrivere.

E poi l’altra cosa è di mantenere la schiena dritta, cosa che nel giornalismo purtroppo non sempre avviene. Qualunque sia il tema che si tratti non credo che esista un giornalismo asettico come si insegna nelle scuole di giornalismo anglosassone. Qualunque giornalista, anche solo per la scelta del tema che decide di affrontare, fa una presa di posizione, anche su come chiaramente decide di affrontarlo. Però il rispetto delle fonti, il rispetto al lettore, il rispetto della verità, facciamo con la “v” minuscola, dovrebbe essere fondamentale.

ARGOMENTI:intervistemarco rizzoscuola internazionale di comics
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