Radio Sarajevo di Tijan Sila, edito in Italia da Voland con la traduzione curata da Cristina Vezzaro, è una cruda testimonianza autobiografica che rievoca l’assedio di Sarajevo attraverso gli occhi di un bambino di undici anni. Il romanzo si inserisce a pieno diritto nel panorama della letteratura di guerra, offrendo una narrazione che unisce la durezza della sopravvivenza a episodi profondamente umani.

Trama
Sarajevo, 1992. Tijan ha undici anni, ama la musica rock e vive una normale infanzia borghese con i genitori, entrambi professori universitari. Questa quotidianità viene spazzata via all’improvviso quando le prime bombe serbe iniziano a cadere senza tregua sulla città. Costretti a rifugiarsi in cantina, Tijan e la sua famiglia aspettano che la situazione si normalizzi, ignari del fatto che quello sia solo l’inizio di un assedio destinato a sconvolgere le loro vite per anni.
..Io invece superai i bombardamenti senza una lacrima. Non appena iniziavano gli spari, mi si chiudeva la mente. Smettevo di pensare, non provavo né paura né noia, non speravo nella pace..non mi auguravo più niente. Solo quando gli spari cessavano, i miei pensieri osavano strisciare fuori dai loro buchi urlando, azzannando, e allora piangevo. Andò avanti così per i primi due o tre mesi di guerra, quando subentrò l’abitudine e smisi di piangere – per i quindici anni successivi.
Ben presto, la paura iniziale si trasforma in abitudine. Per sopravvivere alla fame, al gelido inverno bosniaco e alla costante minaccia dei cecchini, Tijan impara a muoversi tra le macerie e, insieme agli amici Rafik e Sead, perlustra i palazzi distrutti alla ricerca di qualsiasi risorsa utile. Entra così in contatto con il mondo del mercato nero, dei trafficanti e delle bande di strada, scoprendo un universo cinico dove persino gli aiuti umanitari diventano merce di scambio.
Mentre gli adulti, schiacciati dal trauma, si dimostrano incapaci di proteggere i propri cari, i bambini imparano a cavarsela da soli: riscrivono le regole della propria esistenza in una nuova, drammatica realtà, dimenticando quasi del tutto com’era la vita prima di quel fatidico aprile. Solo un aiuto umanitario potrà salvarli da tutto questo.
Recensione
«Quando caddero le prime bombe, ero sdraiato a pancia in giù sul tappeto ad ascoltare la radio. Trasmettevano Suffragette City di David Bowie…». Si apre con questo contrasto brutale Radio Sarajevo, il potente romanzo autobiografico di Tijan Sila. Nel 1992, la musica rock dell’autore, all’epoca un bambino di soli undici anni, si interrompe bruscamente, venendo sostituita dal fragore di esplosioni che cambieranno per sempre il suo destino. Sila trascina il lettore nel cuore dell’assedio di Sarajevo (1992-1996), il più lungo della storia moderna. Attraverso una narrazione cruda e ravvicinata, la guerra in Bosnia ed Erzegovina viene raccontata con lo sguardo di un’infanzia negata, costretta a indurirsi precocemente per sopravvivere tra le macerie. Intorno, il dramma storico: una città completamente isolata dalle forze serbo-bosniache, privata di acqua, cibo ed elettricità, dove la popolazione civile si ritrova intrappolata sotto il tiro costante dei cecchini e delle bande criminali.
Al centro della narrazione c’è Tijan, alter ego dell’autore, impegnato a restituire una testimonianza il più possibile fedele e dettagliata di quegli anni. Una volontà ribadita dallo stesso Sila nelle pagine finali: «Tutto ciò che avete letto è vero, è realmente accaduto. In Bosnia alla mia generazione non sono stati dati soprannomi, noi siamo i dimenticati. Ho scritto questo libro anche perché non si dimentichi». Il romanzo mette in scena una drastica metamorfosi psicologica del protagonista: pagina dopo pagina, il bambino borghesia scompare per lasciare il posto a un sopravvissuto, pronto a resistere con ogni mezzo a disposizione, comprese le pochissime parole di inglese che conosce. Muovendosi tra le macerie, l’autore ci svela l’assurdità di una routine bellica in cui fame, cecchini e mercato nero si trasformano nella mostruosa normalità dei ragazzi del quartiere. Se il titolo evoca la storica emittente che informava i civili durante il dramma, l’autore stesso si fa “radio”, trasmettendo al lettore i dettagli più crudi e grotteschi di una quotidianità sospesa tra terrore e noia. Tijan rifiuta il ruolo del piccolo eroe e non cerca la pietà di chi legge: il suo è lo sguardo di un osservatore lucido e disincantato, capace di raccontare con la stessa onestà la violenza dei pestaggi e l’ironia degli episodi tragicomici. Quella di Sila è una cronaca spietata che dimostra come, sotto le bombe, l’imperativo della sopravvivenza divori ogni residuo di innocenza.
Il cuore tematico di Radio Sarajevo esplora appunto la precoce distruzione dell’infanzia e la normalizzazione dell’orrore. Si genera così una quotidianità sospesa e assurda, dove il terrore della morte convive con la noia opprimente di interminabili pomeriggi confinati tra quattro mura. Questo cortocircuito produce un radicale capovolgimento dei ruoli generazionali. Gli adulti, a partire dai genitori del ragazzo che sono dei colti professori universitari, si scoprono fragili e incapaci di affrontare la realtà. Spetta allora ai bambini farsi carico della sopravvivenza, apprendendo con precoce cinismo i codici spietati della strada. L’opera, infine, indaga il trauma sommerso del sopravvissuto. La fuga verso l’Europa occidentale e la salvezza non bastano a guarire le ferite invisibili: al protagonista resta il fardello di una memoria impossibile da dimenticare e lo smarrimento di chi ha visto il proprio mondo svanire nel nulla.
In definitiva, Radio Sarajevo non è una semplice cronaca di un conflitto ampiamente documentato, ma una potente e dolorosa riflessione sulla resilienza umana. La forza del libro risiede proprio nella capacità di Tijan Sila di non cedere al vittimismo, consegnandoci un racconto che colpisce, commuove e, a tratti, strappa persino un piccolo sorriso. Sila ci regala una testimonianza preziosa che, pur partendo dalle macerie del passato, parla con forza al nostro presente, ricordandoci che le ferite della guerra continuano a farsi sentire ben oltre il silenzio delle armi.
Il libro lo potete trovare qui
Autore
Tijan Sila è uno scrittore, insegnante e musicista bosniaco naturalizzato tedesco, nato a Sarajevo nel 1981. All’età di undici anni si ritrova intrappolato nel violento assedio della sua città natale, iniziato nel 1992: una drammatica esperienza che segnerà profondamente la sua vita e la sua futura produzione artistica. Solo nel 1994 riesce a fuggire dal conflitto e ad arrivare in Germania come rifugiato insieme alla sua famiglia. Qui studia Lingua e letteratura tedesca e inglese all’Università di Heidelberg. Attualmente lavora come docente in una scuola professionale e, accanto all’attività didattica e letteraria, coltiva da sempre la passione per la musica suonando come chitarrista in una band punk. Il suo debutto nel mondo della narrativa avviene nel 2017 con il romanzo Tierchen unlimited, mentre nel 2024 ottiene la consacrazione internazionale vincendo il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann, uno dei più importanti riconoscimenti per le opere in lingua tedesca. Scritto originariamente nel 2023, il romanzo autobiografico Radio Sarajevo è stato pubblicato in Italia da Voland nel 2026, riscuotendo un grande successo di critica per la sua rara capacità di raccontare il trauma della guerra unendo cinismo, ironia e cruda verità.



